Caro James Lee Clark, non esiste una morte giusta

Caro James Lee Clark,
non so se leggerai questa mia letterina da qualche parte, là dove non sappiamo come sia il panorama e che tempo faccia. Ti hanno appena "giustiziato" con una iniezione letale in Texas, perché eri condannato a morte. Tanti anni fa, nel 1993, avevi rapinato, violentato e poi ucciso una ragazza di 17 anni, tu allora ne avevi più o meno 24. Un delitto tremendo, atroce. Ma la tua mente era malata, instabile, il tuo cervello è debole. O meglio, era debole. Ti ha fregato qualche momento di lucidità, quando hanno fatto il test del quoziente di intelligenza.

Sotto i 70 non ti avrebbero ammazzato, forse, ma tu oscillavi tra 65 e 74. Peccato. Nessuna pietà per chi ha un briciolo di intelligenza. La pena di morte, per la corte, era giusta e andava eseguita. E così è stato. Tu non ti sei reso conto del tutto di quello che stava succedendo. Raccontano che hai detto: "Beh, non so che dire, non lo so proprio". E forse questa battuta è davvero intelligente, vista la situazione nella quale ti trovavi. Un gruppo di irriducibili contro la pena di morte ha portato un pianoforte appartenuto a John Lennon, e le note di una sua canzone ti hanno accompagnato fin sulla porta della vita, o della morte.

La notizia di questa esecuzione, una come tante, arriva in un giorno in cui la gente muore a decine, in giro per il mondo, fra attentati, guerre, incidenti stradali, delitti passionali, malattie, fatalità chirurgiche. A quanti può interessare davvero? Provo un senso di spaesamento, di disagio. Mi sembra impossibile che un Paese civile come gli Stati Uniti, che per tanti versi imitiamo, importandone non solo le mode stupide, ma anche la cultura, i libri, la musica, il cinema impegnato, non riesca a fermare questo uso spietato della morte, ci vogliono sette minuti almeno perché il cuore cessi di battere, e il dolore è inevitabile, come tutti sanno benissimo. Quando un ritardo mentale è evidente, e nel tuo caso, non ti offendere caro James Lee, non c’è dubbio che non eri un’aquila, credo che sia evidente che il concetto di colpa e di pena vada riletto in termini di cura e di sicurezza per tutti.

Sarebbe stato giusto curarti e tenerti lontano dalle ragazzine, questo è certo, per il resto dei tuoi giorni. Ma ucciderti significa semplicemente essere ingiusti. Mi rendo conto che oggi molti pensano che la pena di morte sarebbe l’ideale anche qui, da noi. Io continuo a ritenere che la barbarie non si combatte con la barbarie. Proprio perché costa fatica credere nel diritto alla vita, forse il miglior modo di ricordarti è quello di battersi contro la pena di morte, ovunque.

Contro i talebani che tagliano le gole, contro i kamikaze che si uccidono e uccidono, contro i terroristi che condannano a morte i civili, contro gli eserciti più o meno regolari che si combattono ovunque in nome di niente, contro i violenti che usano ogni giorno le armi per ammazzare senza pietà, in casa, per strada, durante le rapine. Non c’è una morte giusta, non c’è giustizia dove la vita non è il valore che fa la differenza. Buon riposo, caro James Lee, ora il tuo quoziente di intelligenza si è abbassato definitivamente, encefalogramma piatto.

franco.bomprezzi@affaritaliani.it

 

 

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