ANIMA FRAGILE

 
ANIMA FRAGILE
 
 
 E tu
chissà dove sei
anima fragile
che mi ascoltavi immobile
ma senza ridere.
E ora tu chissà
chissà dove sei
avrai trovato amore
o come me, cerchi soltanto d’avventure
perché non vuoi più piangere!
E la vita continua
anche senza di noi
che siamo lontani ormai
da tutte quelle situazioni che ci univano
da tutte quelle piccole emozioni che bastavano
da tutte quelle situazioni che non tornano mai!
Perché col tempo cambia tutto lo sai
cambiamo anche noi
e cambiamo anche noi
e cambiamo anche noi!
e cambiamo anche noi! 

 

Dedicata a chi probabilmente non la leggerà mai…

 

BEATO CRIMINALE

 

Beati i criminali di guerra

di Costante Mulas Corraine

Stepinac, arcivescovo di Zagabria, fu al fianco dei fascisti Ustascia fin dal primo momento (come ha dimostrato senz’ombra di dubbio V. Novak, Principium et Finis veritas), da quando, cioè, il 10 Aprile 1941 ebbe luogo l’occupazione tedesca di Zagabria insieme alla proclamazione dell’indipendenza della Croazia dal regno di Jugoslavia, con a capo il Poglavnik (cioé Duce, Führer) Ante Pavelic. Ma chi era Pavelic?

Capo del Partito Ustascia, da lui fondato il 7 Gennaio 1929 sulle orme di Ante Starcevic (morto nel 1898), leader del Partito Croato del Diritto (Hrvatska stranka prava), che si prefiggeva programmaticamente l’eliminazione dei Serbi: «I Serbi sono roba da macello», Pavelic trovò rifugio in Italia, dove Mussolini gli assicurò a Bologna denaro e protezione per le sue attività terroristiche, con l’appoggio del capo della polizia segreta Ercole Conti e del Ministro di Polizia Bocchini. L’attentato più grave fu quello che a Marsiglia, il 9 Ottobre 1934, costò la vita al re Alessandro di Jugoslavia e al ministro degli esteri francese Barthou. Ante Pavelic, condannato a morte in contumacia sia dalla Francia che dalla Jugoslavia, se ne stava tranquillamente a Siena sotto la protezione delle autorità fasciste.

Lo stesso 10 Aprile del 1941 il Poglavnik manifestò la propria «riconoscenza e devozione» a Hitler, telegrafandogli dall’Italia: «La Croazia indipendente legherà il proprio futuro al nuovo ordine europeo, che Lei, Führer, e il Duce avete creato». Pochi giorni dopo, passato in Croazia, nominò il suo primo governo: era ormai capo dello stato, del governo e del partito, nonché comandante supremo dell’esercito e duce di una popolazione di tre milioni di cattolici croati, due milioni di serbi ortodossi e mezzo milione di musulmani bosniaci (a di altri gruppi etnici, fra cui 40.000 ebrei). Il 18 Aprile ci fu la capitolazione senza condizioni dell’esercito jugoslavo: la Serbia venne occupata dai tedeschi e quasi due quinti del regno di Jugoslavia passarono sotto la sovranità dello Stato Indipendente di Croazia, con una superficie di circa 102.000 kmq. Il 7 Maggio 1941, accompagnato da ministri e religiosi (fra cui il Vicario Generale dell’Arcivescovo Stepinac, il vescovo Salis-Sewis), si recò in Italia da Vittorio Emanuele III, offrendo la corona di Croazia al Duca Aimone di Spoleto, il quale (benchè mai incoronato) già il 17 Maggio si annunciò in Vaticano come re designato di Croazia col nome di Tomislav II. Il giorno dopo, «circondato dai suoi banditi» – come annoterà Ciano nel suo Diario – Pavelic venne festosamente e solennemente ricevuto in udienza privata da Pio XII, che, congedandolo, gli fece i migliori auguri per «la sua opera futura…».

La sua opera futura: di che cosa si trattava esattamente?

Della ricattolicizzazione della Croazia, con tutti i mezzi, come risulta inequivocabilmente dalle parole del padre francescano Simic: «Ammazzare tutti i Serbi nel più breve tempo possibile. Questo è il nostro programma»; oppure dalle lugubri espressioni programmatiche di Ante Pavelic: «Un terzo dei Serbi deve diventare cattolico, un terzo deve abbandonare il paese, un terzo deve morire!». Ebbe così inizio una politica di sterminio in tutto identica alla «soluzione finale» nazista: le chiese ortodosse vennero distrutte, trasformate in stalle, depredate; i Serbi dovevano circolare con una P sul braccio (Pravoslavac=Ortodosso), gli Ebrei con la stella di David, e solo nei quartieri-ghetto approntati per loro. Nei locali pubblici pendeva il cartello: «Ingresso vietato a Serbi, Ebrei, Zingari e cani».

L’unico modo per sfuggire al destino di morte che li attendeva era la conversione al cattolicesimo: «Se passerete alla chiesa cattolica» – prometteva il vescovo Aksamovic di Djakovo – «srete lasciati in pace nelle vostre case». Tuttavia nelle prime sei settimane di vita della nuova Croazia furono assassinati tre vescovi, più di cento preti e monaci ortodossi e 180.000 fra Serbi ed Ebrei. Per ordine dell’ordinariato episcopale le chiese ortodosse vennero trasformate in luoghi di culto cattolico oppure furono completamente distrutte. Il mese seguente vennero ammazzati oltre 100.000 Serbi, donne, vecchi, bambini. La chiesa di Glina venne trasformata in un mattatoio: «Il bagno di sangue durava dalle dieci di sera alle quattro del mattino, e andò avanti per otto giorni. Le uniformi dei macellai dovettero essere cambiate, perché intrise di sangue. In seguito vennero ritrovati bambini infilzati negli spiedi, con le membra ancora contratte negli spasmi della sofferenza». Fino al Novembre del 1941 furono uccisi altri cinque vescovi e non meno di trecento preti ortodossi: l’ottantenne metropolita di Sarajewo Petar Simonic venne strangolato, mentre contemporaneamente l’arcivescovo cattolico della città Ivan Saric componeva odi in onore di Pavelic ed esaltava nel giornale diocesano i nuovi metodi rivoluzionari «al servizio della verità, della giustizia e dell’onore». A Zagabria, dove risiedevano il primate Stepinac e il Nunzio Apostolico Marcone, il metropolita ortodosso Dositej fu torturato al punto che divenne pazzo. Il 26 Giugno 1941 Pavelic accolse in pompa magna l’episcopato cattolico guidato da Stepinac, cui promise «dedizione e collaborazione in vista dello splendido futuro della nostra patria». Il primate di Croazia sorrideva. Gli eccessi furono talmente virulenti che il generale Mario Roatta, comandante della Seconda Armata italiana, minacciò di aprire il fuoco contro gli Ustascia che intendevano penetrare nei territori controllati dagli Italiani, e gli stessi tedeschi, diplomatici, militari e uomini dei servizi segreti, inviarono proteste contro il terrore ustascia al comando supremo della Wehrmacht e all’Ufficio Esteri. Il 17 Febbraio 1942 il capo dei Servizi di Sicurezza scrisse al comando centrale delle SS: «È possibile calcolare a circa 300.000 il numero dei Pravoslavi uccisi o torturati sadicamente a morte dai Croati… In proposito è necessario notare che in fondo è la chiesa cattolica a favorire tali mostruosità con le sue misure a favore delle conversioni e con la sua politica delle conversioni coatte, perseguite proprio con l’aiuto degli Ustascia… È un fatto che i Serbi che vivono in Croazia e che si sono convertiti al cattolicesimo vivono indisturbati nelle proprie case… La tensione esistente fra Serbi e Croati è non da ultimo la lotta della chiesa cattolica contro quella ortodossa» (dagli archivi della Gestapo).

Felix Benzler, inviato tedesco a Belgrado, il generale Alexander Löhr, l’inviato tedesco a Zagabria Siegfried Kasche, il generale Glaise von Horstenau inviarono a Berlino memoriali che sollecitavano esplicitamente a una maggior prudenza nel sostegno al regime di Pavelic. Come risulta da un comunicato del 12 Aprile 1942 redatto dai servizi segreti tedeschi «in diverse località ai confini fra Serbia e Croazia si è giunti a scontri armati fra le truppe tedesche e unità ustascia», scontri determinati dall’intenzione dei Croati di estendere i loro massacri dei Serbi. Lo stesso Ribbentrop incaricò l’ambasciatore tedesco a Zagabria di esprimere la profonda costernazione del governo del Reich a causa «degli orribili eccessi degli Ustascia, elementi criminali». Insomma, fascisti italiani e nazisti tedeschi si dimostrarono addirittura scandalizzati dal comportamento criminale del regime croato; soltanto la chiesa cattolica e il suo capo Stepinac tacquero, anzi, collaborarono attivamente alla realizzazione del «futuro lavoro».

E questo accadde perché «le azioni degli Ustascia erano azioni della chiesa cattolica», la quale collaborò fin dal principio col regime di Pavelic. Molti preti cattolici erano membri del partito Ustascia, come l’arcivescovo di Sarajevo Ivan Saric; vescovi e sacerdoti cattolici sedevano nel Sobor, il Parlamento croato, che apriva le sue sedute al canto del Veni creator spiritus; padri francescani comandavano i campi di concentramento e lo stesso Pavelic appare in centinaia di fotografie circondato da vescovi, preti, frati, suore e seminaristi. E Stepinac non lo sapeva? Forse fu proprio lui a dettare il messaggio di Pavelic a Pio XII: «Santo Padre! Allorchè la provvidenza divina concesse che io prendessi nelle mie mani il timone del mio popolo e della mia patria, decisi fermamente e desiderai con tutte le mie forze che il popolo croato, sempre fedele al suo glorioso passato, restasse fedele in futuro all’apostolo Pietro e ai suoi successori, e che il nostro popolo, compenetrato dalla legge del vangelo, divenisse il regno di Dio». Codesto regno di dio venne intanto delineato dal ministro dell’istruzione Mile Budak: «Ammazziamo una parte dei Serbi, ne cacciamo via un’altra, e il resto, che deve accettare la religione cattolica, sarà accolto nel seno del popolo croato». E il beato Stepinac taceva.

Il fatto è che tutta la stampa cattolica manifestò in modi spesso anche esagitati la propria simpatia e la propria collaborazione coi programmi criminali di Pavelic: il giornale episcopale dell’arcivescovo Saric di Sarajevo scrisse apertamente che il cattolicesimo andava proclamato «con l’aiuto dei cannoni, delle mitragliatrici, dei carri armati e delle bombe». I preti cattolici predicavano quotidianamente: «Finora, fratelli, abbiamo lavorato per la nostra religione con la croce e il breviario; ora è giunto il momento della pistola e del mitra». Oppure dicevano: «Non è più un peccato uccidere un bambino di sette anni, qualora violi le leggi degli Ustascia. Benchè porti una tonaca, spesso devo por mano al mitra».

E non desta meraviglia allora che il prete cattolico Bozidar Bralo, consigliere della famigerata «Crna Leggija» (La Legione Nera), trascorresse da un luogo all’altro agitando il mitragliatore e gridando: «A morte i Serbi!», massacrandone poi 180 ad Altpasin Most; che il gesuita Dragutin Kamber, capo della polizia di Doboj, in Bosnia, partecipasse personalmente all’assassinio di centinaia di ortodossi; che i preti cattolici Ilija Tomas e Marko Hovko prendessero parte attiva all’uccisione bestiale di 559 uomini, donne e bambini serbi a Prebilovici e a Surmanci, in Herzegowina; che il curato di Rogolje sterminasse 400 ortodossi.

In quest’opera barbarica di sterminio accumularono dei meriti particolari i figli di Santo Francesco, che fin dal principio avevano messo a disposizione degli Ustascia i propri conventi, trasformati in depositi d’armi. Il 21 Maggio 1941 a Knin il francescano Padre Simic al comandante della Brigata Sassari, che gli chiedeva le linee direttrici della sua politica, rispose: «Uccidere tutti i Serbi nel più breve tempo possibile». E poiché il generale non voleva credere ai propri orecchi, il buon frate ribadì prontamente: «Uccidere tutti i Serbi nel più breve tempo possibile. È questo il nostro programma». In realtà persino i fascisti italiani provavano ribrezzo di fronte alla bestialità degli Ustascia, e i cattolici croati ne furono infastiditi: l’arcivescovo Stepinac osservò malevolmente che «nei territori croati passati all’amministrazione italiana si poteva notare una continua decadenza della vita religiosa e una certa tendenza a passare dal cattolicesimo ad atteggiamenti scismatici». Nei campi di concentramento di Jasenovac, Jadovno, Pag, Ogulin, Jastrebarsko, Koprivnica, Krapje, Zenica, Stara Gradiska, Djakovo, Lobograd, Tenje e Sanica i francescani esercitavano il mestiere di veri e propri boia. Il «Campo della morte» di Jasenovac, sulle rive della Sava, in cui furono trucidati circa 200.000 Serbi ed Ebrei, era sotto il comando del francescano Miroslav Filipovic-Majstorovic, il quale si conquistò la fama di «abilissimo strangolatore» (venne giustiziato nel 1945). Ma il collega Brzica gli fu di gran lunga superiore: nello stesso Lager nella notte del 29 Agosto 1942 riuscì a decapitare da solo 1369 internati con una mannaia speciale. Nè può ora meravigliarci il fatto che dopo il crollo di questo «Regno di Dio» i chiostri francescani divennero gli asili preferiti dei boia sfuggiti agli alleati e alle truppe di Tito (in particolare Klagenfurt e Modena).

Tutto ciò accadde sotto gli occhi di Stepinac, presidente della conferenza episcopale croata e arcivescovo di Zagabria! Il regime di Pavelic lo trovò sempre dalla propria parte, unitamente a tutti i vescovi cattolici, le cui critiche, quando ci furono, appaiono oggi estremamente riguardose. Il giorno stesso della proclamazione dell’indipendenza della Croazia, Stepinac si recò dal generale Kvaternik, rappresentante di Pavelic, per esternargli «i suoi rispetti»; e il 16 Aprile 1941 offrì a Pavelic appena rientrato in Croazia un lauto pranzo nel palazzo arcivescovile; a Pasqua si felicitò con lui per la rinascita dello Stato Ustascia. Il 28 Aprile pubblicò una lettera pastorale, nella quale diceva fra l’altro: «Quantunque gli attuali avvenimenti siano assai complessi, quantunque i fattori che li influenzano siano molto differenti, è tuttavia agevole riconoscere in quest’opera la mano di Dio»! Dopo che Pavelic ebbe dichiarato guerra aperta e senza regole alla chiesa ortodossa, Stepinac manifestò il proprio compiacimento, osservando «che Pavelic è un devoto cattolico e la chiesa gode di una piena libertà d’azione…» (quella cattolica, naturalmente!). Stepinac si adoperò quindi a favore di un rapido riconoscimento formale della nuova Croazia da parte del Vaticano, che per parte sua continuò ipocritamente a mantenere rapporti diplomatici col governo jugoslavo in esilio. Verso la metà di Giugno del 1941 il vicario generale Josip Lach riassunse su sollecitazione di Stepinac l’atteggiamento della chiesa croata verso il nuovo regime: «Questo ordinariato farà di tutto affinchè gli intenti del governo croato siano realizzati nel modo più ampio possibile, ma con un’unica riserva che questo ministero non potrà mai eliminare: e cioè che mai e in nessun caso venga violata la suprema legge del Vangelo di Cristo». Espressioni tragicamente ironiche! Monsignor Stepinac pretese dall’episcopato una stretta collaborazione con gli Ustascia: ordinò di celebrare solennemente gli anniversari della fondazione del nuovo stato, e per il compleanno di Pavelic in tutte le chiese si doveva celebrare il Te Deum. Nel Gennaio del 1942 Stepinac venne nominato dal Vaticano Vicario militare degli Ustascia: subito quasi 150 preti divennero cappellani dell’esercito ustascia. Nikola Rusinovic, secondo rappresentante del governo ustascia in Vaticano, ci informa dettagliatamente dell’atteggiamento di Stepinac verso il regime criminale di Pavelic: «Egli (sc. Stepinac) ha fatto pervenire al Santo Padre un dattiloscritto di nove pagine, di cui conosco il contenuto, e ti posso assicurare che le notizie che ci riguardano sono assolutamente positive… Valuta in modo assai favorevole la situazione del paese e loda l’opera e gli sforzi del governo. In particolare egli si serve delle espressioni più esaltanti a proposito dei tentativi e degli sforzi del Poglavnik per riordinare tutto come prima; inoltre esalta il suo comportamento religioso e l’atteggiamento nei confronti della chiesa». E dunque mentre italiani, tedeschi, croati in esilio stigmatizzavano il comportamento criminale del governo di Pavelic, mentre anche il settimanale londinese New Review scriveva di Pavelic: «Viene unanimemente considerato il massimo criminale del 1941», mentre Veceslav Vilder, membro del governo jugoslavo in esilio a Londra, a sua volta affermava: «Intorno a Stepinac, arcivescovo di Zagabria, vengono perpetrate le più orribili nefandezze. Il sangue dei fratelli scorre a fiumi… e non sentiamo levarsi la voce sdegnata dell’arcivescovo. Al contrario leggiamo che prende parte alle parate dei nazisti e dei fascisti»; mentre accadeva tutto ciò, Stepinac taceva e collaborava, conferendo col Vaticano, con Pio XII, col segretario di stato Maglione, con altri prelati e cardinali e anche col futuro papa monsignor Montini.

Il 23 Febbraio 1942 il presidente della conferenza episcopale croata, circondato dai suoi dignitari, accolse solennemente sul portale della chiesa di S. Marco a Zagabria Ante Pavelic, già condannato a morte due volte, esaltando la fondazione del Sobor, di cui faceva parte anche lui insieme a dieci dei suoi collaboratori.

In un memorandum del maggio del 1943 inviato alla curia romana Stepinac sottolineava i meriti degli Ustascia nella conversione degli Ortodossi, ringraziava soprattutto i francescani e pregava il papa di ricordarsi dei Croati. Della visita del primate croato in Vaticano (dal 26 Maggio al 3 Giugno del 1943) siamo informati dal rappresentante Ustascia presso la Santa Sede principe Erwin Lobkowicz, il quale scrive: «L’arcivescovo ha fornito informazioni assai positive sulla Croazia…; ha sottaciuto alcune cose con le quali non era completamente d’accordo, per far apparire la Croazia nella miglior luce possibile… Ha anche giustificato e motivato i metodi usati verso gli Ebrei dagli Ustascia» (i quali avevano già assassinato l’80% degli Ebrei jugoslavi!).

Nel 1944 Stepinac venne decorato da Pavelic con la «Gran Croce con Stella» e il 7 Luglio dello stesso anno sollecitò affinchè «tutti si ponessero a difesa dello stato, per edificarlo e sostenerlo con sempre maggiore energia». Addirittura il 25 marzo del 1945 il primate pubblicò un manifesto a favore della Grande Croazia…

Non è assolutamente credibile che Stepinac non sapesse cose che Radio Londra, la stampa alleata e persino alcuni giornali italiani avevano rese pubbliche; e sapeva tutto anche Pio XII, il quale tacque, come su Auschwitz e tante altre infamie.

In conclusione: dal 1941 al 1945 in Croazia vennero trucidate non meno di 600.000 persone (secondo il generale tedesco Rendulic), spesso direttamente ad opera di preti e frati; eppure nè Stepinac nè Pio XII sembra ne siano stati edotti. E tacquero.

Papa Pacelli ruppe il suo silenzio sulla Yugoslavia il 2 Giugno del 1945: «Dobbiamo purtroppo lamentare in più di un paese uccisioni di preti, deportazioni di civili, esecuzioni di cittadini senza processo o per vendette private: e non meno tristi sono le notizie che ci provengono dalla Slovenia e dalla Croazia…». Pio XII, insomma, non aveva notizie quando il regime di Pavelic, da lui benedetto, ammazzava, squartava, affogava, decapitava, strangolava, seppelliva vivi e crocifiggeva centinaia di migliaia di Serbi, Zingari, Ebrei, Ortodossi; ma quando l’esercito partigiano di Tito cominciò a chieder conto di tutti questi misfatti, ecco che Pacelli sa tutto, è accorato, paternamente preoccupato, addirittura costernato.

Insomma, io credo che la beatificazione di un individuo spregevole quale Stepinac sia in fondo una faccenda interna della chiesa cattolica, e in quanto tale non fa che confermare la frase di Helvétius: «Quando si scorrono gli elenchi dei loro (sc. dei cattolici) santi, si ritrovano i nomi di migliaia di delinquenti beatificati». Tuttavia credo anche che tali atti simbolici abbiano il fine di distorcere la storia e nascondere la verità, siano sostanzialmente nient’altro che mistificazioni, che dobbiamo smascherare senza tentennamenti o timori. In fondo l’atto di Woityla non è che l’ultima manifestazione dell’anticomunismo viscerale della chiesa cattolica, la quale è disposta a tollerare e poi nascondere anche le infamie più innominabili pur di perpetuare se stessa.  

Ovviamente le difese a Stepinac sono quasi totalmente cattoliche, che parlano per l’ennesima volta di leggenda nera. Ma cosa dovevano fare? Dire che un loro santo è un criminale?! Non lo farebbero mai, ormai li conosco troppo bene.

Ma la storia non si può cancellare e aldilà di opinioni di facciata rimangono le migliaia di vittime di un regime che aveva il pieno appoggio della Chiesa cattolica.

 

Ps: A chi non reputa serie queste cose consiglierei di non leggerle nemmeno e di tornare allo stato vegetativo mentale nel quale risiede; purtroppo come si dice, la madre degli ignoranti è sempre incinta.

 

Fonti:

Karl-Heinz Deschner. Die Politik der Päpste im 20. Jahrhundert.
Falconi. Das Schweigen des Papstes.
Miller. Die «christlichen» Massaker in Kroatien.
Karl-Heinz Deschner. Abermals krähte der Hahn.

IL MATEMATICO IMPERTINENTE INTERVISTA GESU’

<<Divertente, amaro, paradossale, sorprendente,implacabile… Il libro di Odifreddi suscita passioni vive, risveglia curiosità, stimola reazioni vivaci>>  Corrado Augias, LA REPUBBLICA

 

Impertinente, in senso letterale, è chi <<non appartiene>>, ad esempio a una politica o ad una religione. E non appartenendo, suscita i risentimenti e le stizze di coloro che, appartenendo, lo tacciano di arroganza o insolenza. Il matematico impertinente è una specie del genere, caratterizzata dal fatto di non appartenere non per partito preso ma per motivi mutuati dalla più pura razionalità esistente: quella matematica.

E l’incarnazione del matematico impertinente è Piergiorgio Odifreddi che nei saggi raccolti nel volume “Il matematico impertinente” dispiega l’arsenale della ragione per argomentare che non è affatto vero che non possiamo non dirci cristiani, o che siamo tutti americani, o che la cultura è solo quella mitologica e (pseudo) filosofica sulla quale vive l’informazione. Ed è invece vero che non possiamo non dirci tecnologici, che siamo tutti africani (per buona pace di Calderoli e C.) , e che la cultura è anche (o soprattutto?) quella matematica e scientifica che informa la vita.

 

E di questo volume vorrei condividere con voi una bella “intervista” che il matematico impertinente rivolge al Messia in persona, l’Uomo che ha cambiato la storia dell’umanità.

 

Rabbi, di lei sappiamo soltanto ciò che ci dicono i Vangeli. Si riconosce in quell’immagine?

Certamente no. Essendo rivolti ai pastori analfabeti della Palestina di duemila anni fa, i Vangeli forniscono un immagine di me che all’uomo tecnologico contemporaneo non può non apparire anacronistica. Comunque, quell’immagine era inattendibile anche allora: Marco e Luca non mi conoscevano neppure, tutti gli evangelisti riportano parole dette e fatti accaduti decenni prima che li scrivessero, e il canone è un invenzione del concilio di Roma del 382.

In parte,però,la colpa è anche sua: perché non ha lasciato niente di scritto?

Colui che mi ha condannato a morte sentenzierebbe: Verba Volant, scripta manent. Io preferisco dire che le chiese si edificano sulle pietre delle Scritture, ma le religioni si librano sulle ali della colomba dello Spirito. Per questo usavo continuamente l’espressione <<sta scritto, ma io vi dico>>.

Intende dire che le chiese sono terrene, e le religioni spirituali?

Quello che ho detto, ho detto.

Ma io non ho capito, e insisto: la Chiesa non è religiosa?

Certamente non è cristiana, neppure nel senso limitato di aderire all’immagine che di me offrono i Vangeli. Il cristianesimo non è un’ invenzione mia, ma di Paolo di Tarso: della mia vita, nella sua predicazione, non è rimasto altro che la mia passione.

E’ per questo che il cristianesimo è diventata una religione di morte?

Anche per questo. Non si poteva pensare che l’ossessiva raffigurazione di un uomo flagellato, incoronato di spine e inchiodato ad una croce potesse ispirare sentimenti positivi e gioiosi. Devo ammettere che la serenità dell’iconografia buddhista, così come la vitalità di quella induista, si sono dimostrate superiori alla mia.

Che cosa pensa, più in generale, dell’iconografia religiosa?

Cosa potrei pensare, se non che Il Padre mio l’ha espressamente proibita nel Secondo Comandamento? Comunque, non c’era bisogno dell’onniscienza per capire che le immagini sono le porte di ingresso al regno dell’idolatria: bastava il buon senso, che i miei fedeli non hanno avuto. D’altronde, io ho solo chiesto che mi seguissero, non che mi raffigurassero o mi adorassero: ero l’Agnello di Dio, e mi hanno trasformato in un vitello d’oro.

Però lei ha detto ai discepoli di andare e predicare ovunque la Buona Novella

Io desideravo che il mio insegnamento si diffondesse, affinchè chi avesse orecchie per intenderlo lo intendesse. Ero in buona fede, se posso permettermi l’espressione: come potevo immaginare che le teste calde avrebbero cercato di imporre le mie parole urbi et orbi?

E l’hanno fatto col ferro e col fuoco, nei nomi suo e di Dio

Il nome di Dio non doveva essere nominato invano. Quanto al mio, se avessi saputo che sarebbe stato invocato nelle crociate, nelle inquisizioni e nelle conquiste, non avrei mai abbandonato la mia bottega di falegname: la mia missione era socchiudere le porte del Paradiso, ma ho finito per spalancare quelle dell’Inferno. Purtroppo, a differenza del Padre mio, non sono onnisciente.

Intende dire che lei non è Dio?

Un angelo che dicesse di essere Dio, sarebbe diabolico. Un uomo, soltanto ridicolo.

Ancora una volta, devo insistere: è o non è il Figlio di Dio?

Lei lo dice. Ma chi non lo è?

E i miracoli che faceva, erano opera di Dio o del Demonio?

Gli uomini chiamano miracoli gli eventi che non comprendono. Lei crede veramente che l’opera del Padre mio sia tanto imperfetta da necessitare di correzioni? O che Dio possa acconsentire a modificarla, per esaudire la preghiera di un uomo?

Dunque non bisogna pregare?

Pregare significa recitare il nome del Padre e compiere la sua volontà, non chiederGli favori e raccomandazioni.

E come si fa a sapere qual è la volontà di Dio?

Bisogna ascoltare la Sua voce, tacitando la propria.

Vuol dire ascoltare la propria coscienza?

<<Coscienza>> è una parola antica, benché più moderna di <<Dio>>. Forse, se voi usaste <<inconscio>> , capireste meglio ciò che intendevo quando dissi: <<Il regno di Dio è dentro di voi>>.

Non credo che il mio inconscio mi direbbe di rinunciare ai piaceri della carne.

Né glielo suggerirebbero le parole del Cantico dei cantici. O l’esempio di chi, come me, si faceva asciugare i capelli da una prostituta. Sono i sepolcri imbiancati che indossano la veste nera, a chiamare <<morale>> la perversione predicata da Paolo.

Quanto al mio conscio, mi riesce difficile coniugare la teoria che lei predicava con la pratica di chi oggi le si ispira.

Se si riferisce al mercimonio che si è compiuto e si continua a compiere nel mio nome, quando giungerà l’ora della mia seconda venuta tornerò al tempio per cacciare i mercanti che vi si sono re insediati e rovesciare i banchi delle loro mercanzie.

In particolare, che ne pensa della recente inflazione della lista dei beati e dei santi?

Come il Padre mio ha fermato la mano di Abramo, io fermerò quella del mio vicario che non sa quel che fa: perché è più facile che una corda passi per la cruna di un ago, che uno dei suoi santi vada in Paradiso.

Dunque all’Inferno ci va veramente qualcuno?

In verità, in verità le dico: all’Inferno ci finiscono quasi tutti quelli che sperano di non andarci. Il detto <<le vie del Signore sono infinite>> l’ha inventato il Diavolo, per nascondere che invece quasi tutte le vie portano a lui: soprattutto quelle indicate da coloro che usurpano il mio nome. 

11 SETTEMBRE: 6 ANNI DOPO SECONDA PARTE

Qui di seguito ora vi lascio i punti su cui riflettere, quelli a mio parere più ambigui; alcuni sfidano le leggi della fisica, altri lasciano letteralmente a bocca aperta.

Per tutto il resto vi rimando al sito di Mazzucco sperando che anche questa generazione possa conoscere almeno una parte di verità sull’11/09/2001.

PENTAGONO

1 – Il foro di entrata nel Pentagono risulta molto piccolo per aver inghiottito un  intero Boeing da 100 tonnellate, che è largo circa il doppio della facciata distrutta.

2 – La maggioranza delle finestre attorno al foro è rimasta in piedi, e molte di queste conservano ancora i vetri intatti.

3- Delle 85 telecamere di sicurezza che circondano il Pentagono, e che devono in qualche modo aver inquadrato l’aereo che passava, non ci è mai stato mostrato un solo fotogramma da cui si possa riconoscere che aereo fosse.

4 – La manovra di approccio rasoterra appare del tutto illogica per chi fosse arrivato a quel punto in vista del Pentagono, mentre è ritenuta decisamente difficile, a causa delle turbolenze create dai grossi jet, persino per consumati piloti professionisti.

5 – Mentre alla guida dell’aereo, secondo la versione ufficiale, c’era un dilettante dell’aria che non aveva mai guidato un jet nella sua vita, e che era considerato dagli istruttori di volo un tale incapace da non avergli mai affidato nemmeno un piccolo aereo da turismo per volare da solo.

6 – Nemmeno gli altri dirottatori avevano mai guidato un jet nella loro vita. Nonostante questo, sono stati perfettamente in grado di impadronirsi dei comandi, e due di loro hanno saputo ritrovare, senza nessun aiuto da terra, dei bersagli distanti centinaia di miglia, per poi centrarli con assoluta precisione. Viste da sotto, le Torri possono anche apparire enormi, ma dal cielo sono poco più di due matite che spuntano appena da una jungla di edifici tutti uguali.

7 – Nonostante gli Stati Uniti siano dotati di uno dei più sofisticati sistemi di controllo dello spazio aereo, che in caso di dirottamenti prevede procedure automatiche che riescono portare all’intercettazione di un aereo nell’arco di pochi minuti, quel giorno l’intero sistema è andato in stallo, permettendo agli aerei dirottati di scorazzare liberi per quasi due ore per i cieli più osservati e protetti del mondo.



8 – A loro volta i dirottatori hanno adottato una strategia che li ha portati ad allontanarsi fino a 600 Km. dal loro bersaglio, prima di entrare in azione. Dovevano quindi contare per forza già in anticipo sullo stallo totale della difesa aerea, che però nessuno avrebbe mai potuto prevedere. A meno di fare tutti parte di un piano molto più grande di loro.


9 – Dell’intero apparato di sicurezza, sia civile che militare, non è mai stata identificata nè punita una sola persona per i gravi errori che sono costati la vita a tremila persone. Alcuni militari di alto livello, direttamente coinvolti nella mancata difesa, sono anzi stati promossi a gradi ancora più alti.

 

Twin Towers

10 – Le Torri Gemelle erano state progettate espressamente per reggere con ampio margine all’impatto di un aereo di quelle dimensioni. Se fossero quindi crollate a causa degli impatti e degli incendi, come sostiene la versione ufficiale, non si capisce perchè non sia stata intentata nessuna causa, nè civile nè penale, contro i progettisti o i costruttori, che a quel punto sarebbero responsabili per la morte di tutti coloro che erano sopravvissuti agli impatti iniziali.

11 – In ogni caso, la tesi del calore come causa del crollo strutturale è contraddetta dal fatto che almeno diciotto persone siano riuscite a discendere, dopo l’impatto, da una scala centrale rimasta intatta, per poi uscire sane e salve dall’edificio, prima che crollasse. Se in quella zona ci fosse stata una temperatura di 800° gradi, che è la minima necessaria per ammorbidire l’acciaio, nessuno avrebbe mai potuto transitarvi vivo. 

12 – Vi sono invece dozzine di testimonianze che parlano di forti esplosioni, avvenute prima e durante i crolli stessi.

13 – Il fatto che una Torre alta quattrocento metri cada da sola interamente sulla propria base, senza colpire nessun edificio accanto, è altamente improbabile. Che lo facciano due edifici simili, che fra l’altro sono stati colpiti in modo molto diverso, sfida le più robuste leggi statistiche.


14 – Che poi lo abbia fatto anche un terzo edificio, che non era nemmeno stato colpito da un aereo, rende la cosa davvero difficile da credere. Mentre questo è proprio il risultato che si sarebbe voluto ottenere, per ciascun edificio, nel caso di una demolizione controllata.


15 – Al di là della dinamica di caduta, nessun moderno edificio in acciaio al mondo è mai crollato a causa di un incendio. Non a caso, nessuno ha mai saputo spiegare in maniera credibile come la Torre numero 7 possa averlo fatto.

 

16 – A un mese e mezzo dai crolli, sono state trovate fra le macerie delle pozze di acciaio incandescente, assolutamente incompatibili con un semplice cedimento strutturale.

17 – La versione ufficiale, in cui il volo UNITED 93 sarebbe stato abbattuto dai passeggeri in rivolta, è contraddetta da svariate testimonianze di resti umani e di rottami trovati nel raggio di alcune miglia dal luogo dell’impatto.

18 – Altrettanto sorprendentemente, da un aereo che non si è mai trovato si sarebbero salvati: il documento di identità di un dirottatore, il testamento di un dirottatore, il bandana di un dirottatore, il coltellino di un dirottatore, la foto del passaporto di un dirottatore. (Questa è la più assurda!!!)

 

Ma ora preparatevi perché arriva la notizia più sconvolgente:

19 – Dal sito ufficiale dell’FBI risulta che Osama bin Laden non è, nè è mai stato, ricercato per gli attentati dell’undici settembre 2001

 

Mi sembra di avervi dato più spunti di riflessione, ora lascio a voi la parola. Mi piacerebbe anche sapere (senza farmi troppo gli affari vostri ovviamente J) dove eravate quel giorno… Ciao a tutti!!! 

11 SETTEMBRE: 6 ANNI DOPO PRIMA PARTE

Riuscite a ricordare dove eravate alle 15 dell’11 settembre 2001?!

Io me lo ricordo come se fosse ieri; ero seduto nella mia camera a giocare con la play. Ero tornato da poco a casa dal mio primo giorno di scuola, avevo conosciuto nuovi compagni perchè era incominciato il mio triennio finale all’istituto tecnico, informatica.

Ad un certo punto cambio sulla tv per vedere se magari fanno un programma carino… Metto su italia uno e vedo un aereo che si schianta contro un grattacielo. Allora penso:"un film più allegro no?!"

Cambio canale ma le immagini sono sempre le stesse e allora capisco che non è un film ma una terribile realtà.

Tutto quello che è successo quel giorno è e rimarrà sempre nella nostra mente; da quel giorno abbiamo un nemico in più che non sappiamo neanche chi sia perchè invisibile.

Ma passati alcuni giorni, a mente più lucida non ditemi che non vi siete posti questa domanda: "Come è stato possibile?"

"Davvero non si poteva evitare?" Ma soprattutto:" Come fa la difesa aerea più forte del mondo a farsi fregare in quel modo?!" Neanche fosse la difesa del Turkmenistan, con tutto il rispetto per questo stato.

E allora da li spuntano fuori tante altre domande logiche ma che non hanno avuto nessuna risposta logica. Qualcuno si è mai chiesto se la verità ufficiale sia poi cosi vera?! (scusate il gioco di parole)

Sono venute fuori parecchie teorie cospiratorie negli ultimi mesi, filmati e documenti che ti lasciano abbastanza a bocca aperta.

C’è una cosa che mi risulta abbastanza sicura, e cioè che qualcuno sta mentendo, qualcuno non vuole dirci come sono andati realmente i fatti quel maledetto giorno e quel qualcuno potete immaginare chi sia.

100 domande senza risposta sono state fatte direttamente dal Family Steering Committee, il Comitato Familiari delle Vittime, al Presidente Bush, al Vice-Presidente Cheney, al direttore della CIA Tenet, a quello dell’FBI Mueller, all’Aviazione Civile, all’ Aviazione Militare, alla Port Authority di New York e al suo sindaco Rudy Giuliani. Ovvero a tutte le più alte autorità dell’amministrazione coinvolte nei fatti dell’11 Settembre.

Queste domande hanno delle implicazioni talmente vaste, che in realtà basterebbero a fare da sintesi per tutte le accuse che vengono mosse alla versione ufficiale. Non a caso infatti queste domande non hanno mai avuto nessuna risposta.

 

E allora qui incominciano a girarti per la testa migliaia di perchè che come quelle 100 domande forse non troveranno mai risposta.

Ma la nostra mente è in grado quantomeno di ragionare e di arrivare a delle proprie conclusioni per cercare di capire come sono andati realmente i fatti.

Per aiutarmi e per aiutare voi utilizzerò il seguente sito che si è proposto di far luce su ciò che accadde veramente quel maledetto giorno di 6 anni fa: http://www.luogocomune.net

Il vero problema è psicologico

Come  potrà constatare chiunque affronti l’indagine a mente aperta, sgombra di preconcetti, gli indizi contro la versione ufficiale si rivelano presto essere di una quantità sconcertante.

Ma per arrivare a vederli con chiarezza, bisogna prima  rimuovere quella spessa corazza protettiva che tutti noi portiamo, e che ci impedisce di vedere tutto ciò che in qualche modo non saremmo in grado di accettare.

Se sentiamo che un certo discorso ci porta verso una conclusione poco gradita, alziamo tutti istintivamente una barriera di rifiuto – gli americani lo chiamano denial, o diniego – assolutamente solida e impenetrabile, anche a costo di apparire ridicoli davanti al mondo.

Questo meccanismo però, tanto facile da riconoscere negli altri quanto invisibile in noi stessi, non va nè deriso nè disprezzato: si tratta infatti di una preziosa valvola di sicurezza, che permette all’individuo di non impazzire per l’improvvisa perdita di orientamento che gli deriverebbe da una notizia per lui troppo difficile da accettare.

 

La testimonianza di David Ray Griffin

Significativa, in questo senso, è stata la testimonianza di David Ray Griffin – forse il più importante di tutti i ricercatori sull’undici settembre – al Convegno Internazionale di Bologna del settembre 2006: "Io sono arrivato tardi sulla scena – ha raccontato lo studioso americano – Inizialmente un amico mi sottopose queste "teorie alternative", ma dopo una rapida occhiata le respinsi come assolutamente inaccettabili. Solo dopo che mi furono sottoposte di nuovo, e con una certa insistenza, cominciai a vedervi qualcosa di sensato. A quel punto, nell’arco di due giorni, recuperai tutto il terreno perduto, e di colpo vidi chiara l’immagine di quello che era davvero successo quel giorno".

 

Lo sconcerto iniziale di Griffin non è affatto difficile da capire: in fondo tutti noi prima o poi abbiamo pensato: "Non è possibile. Gli americani non arriverebbero mai a farsi da soli una cosa del genere". 

 


E questo, per fortuna, è verissimo. Gli "americani" non si farebbero mai una cosa del genere, come non la farebbe la stragrande maggioranza dei cittadini di una qualunque altra nazione al mondo. L’idea di uccidere a sangue freddo dei propri connazionali, autoinfliggendosi danni economici non indifferenti, per un qualunque fine secondario, è qualcosa che non sfiorerebbe mai la mente di tutti coloro che consideriamo "gente normale.
 
Ma gli uomini della cosiddetta "amministrazione Bush" non sono affatto "americani qualunque", e non è affatto detto che debbano ragionare secondo gli stessi criteri etico-morali a cui tutti noi "gente normale" facciamo comune riferimento. (la guerra in Iraq lo dimostra).

UN GENOCIDIO DIMENTICATO

Forse ricordate un mio post dedicato alla responsabilità morale di Giovanni Paolo II nel genocidio in Rwanda; bene oggi vorrei tornare a parlare di quel massacro che ancora oggi è sepolto nel silenzio.

Sono tanti i co-responsabili di quel milione di morti e tra questi ritroviamo l’immancabile staterello che quando si tratta di genocidi non si tira mai indietro. Ed ancora una volta saranno le parole di un testimone oculare (Dragor) a fare un po’ più di chiarezza su quei giorni in cui venne sterminato un intero popolo.

Forse in alcuni passi le sue considerazioni potranno sembrare troppo di parte ma non ho voluto togliere nulla al suo racconto nudo e crudo che potrete ritrovare anche nel suo blog: http://dragor.blog.lastampa.it/journal_intime/rwanda/index.html

 


RWANDA, IL GRIDO DEL SILENZIO

Verdi colline del Rwanda, cosi’ belle e cosi’ segrete.

Parlate col silenzio, e il silenzio  grida di dolore…                                                                   

         Pascal Nzezahayo, poeta rwandese

   

    

  

 

   ERANO LE 17,43 MINUTI del 6 aprile 1994. Fino a quel momento, era stato un mercoledi’ come gli altri a Kigali. All’Hôtel des Milles Collines, rendez-vous della crema cittadina, i cooperanti belgi e canadesi si affollavano attorno alla piscina vociando con i loro orrendi accenti mentre ingurgitavano birra Primus o Mateus Rosé. Benché non fossero ancora le sei del pomeriggio, per la maggior parte erano già brilli e in fregola.

   In tutto il tempo che ho passato da quelle parti, non sono mai riuscito a capire che cosa facessero i cooperanti, salvo mangiare i soldi della Banca Mondiale e dare la caccia alle puttane. Quelli non facevano eccezione, le puttane nemmeno. Erano ancora piu’ numerose dei cooperanti. Anche la barmaid era una puttana, benché avesse soltanto diciassette anni. Lo so perché la conoscevo, si chiamava Mado. In circostanze normali le Tutsi sono le donne piu’ fiere del mondo, ma in certe circostanze anche le donne più fiere diventano puttane. Tutti sanno quello che è successo in Italia e in Francia all’arrivo degli americani durante l’ultima guerra. Perfino le Figlie di Maria si vendevano per una tavoletta di cioccolata. Almeno quelle del Mille Collines costavano un po’ più care.

   Pur essendo le donne piu’ fiere del mondo, in quelle circostanze erano puttane, perché quelle circostanze non erano normali.  E non erano normali perché le donne in questione erano Tutsi mentre l’etnia dominante era Hutu. In Rwanda gli Hutu avevano tutti i diritti,  i Tutsi nessuno.  E sui passaporti c’era scritto Tutsi oppure Hutu. Nei matrimoni misti, decideva la paternità.

    Mado stava piangendo perché un grosso commerciante Hutu, appena tornato da Parigi, le aveva ordinato un Pernod e lei aveva risposto che il bar era sprovvisto di quel liquore. “Sei una selvaggia” aveva sbraitato l’Hutu in francese per far capire a tutti che era appena tornato da Parigi, cercando goffamente d’imitare l’accento parigino. “Una contadina” aveva aggiunto alzando ancora di piu’ la voce (in Rwanda paysanne è un insulto). “Come fai a non avere il Pernod? Non sei… non sei…” Una pausa in cerca della parola giusta, poi scandì le sillabe come fanno gli africani ignoranti quando pronunciano una parola difficile. “Ci-vi-li-sée.”

   Ci-vi-li-sée. Non scordero’ mai quella parola e quella pronuncia. Ci-vi-li-sée. Perché in quel momento, da lontano, venne un rumore che fece tremare leggermente i bicchieri e le bottiglie sui tavoli. Un rombo di tuono, un colpo di fucile. Si sarebbe potuto scambiare per l’uno o per l’altro.

   E quel rumore segno’ il confine. Da quel momento il Rwanda non sarebbe piu’ stato lo stesso. Da qui all’eternità.

   Alle 17,43 del 6 aprile 1994, un missile abbatte il Falcon 50 proveniente  da Arusha (Tanzania) che riporta in patria Juvénal Habyarimana, presidente della Repubblica Rwandese. I brandelli di Habyarimana cadono sulla casa del presidente, che si trova nei pressi dell’aeroporto. La moglie Agatha e i figli devono raccoglierli con una paletta e metterli in sacchetti di plastica, cercando di separarli dai brandelli del presidente burundese Cyprien Ntaryamize che pure si trovava sull’aereo.  Chi ha tirato il missile? Gli Hutu dicono i Tutsi del Front Patriotique de Libération (FPR), i Tutsi dicono i francesi per dare la colpa ai belgi e prendere il sopravvento nel paese, i francesi dicono i belgi, i belgi dicono dei militari francesi travestiti da militari belgi per dare la colpa ai belgi.   Qualcuno sostiene che a organizzare l’attentato è stata la moglie Agatha con l’appoggio della fazione più estremista dell’esercito. Habyarimana stava cercando di accordarsi con l’FPR, che aveva messo il regime Hutu alle corde e controllava il Nord del paese.  La cosa poteva essere dispiaciuta a qualcuno.

    L’Africa è il paese dalle mille verità, il Rwanda è il paese dalle verità più numerose delle colline. Ma la verità, quella vera, non occorre. La macchina si è già messa in moto.

   Ogni prefettura ha preparato da tempo le liste dei Tutsi da eliminare. Mancava soltanto il pretesto.Le liste vengono passate ai sindaci, i sindaci le passano alle squadre della morte, gli Interamwe, gli Interamwe creano posti di blocco su tutte le strade e vanno a cercare le vittime nelle loro case. Il Rwanda non assomiglia alla Svizzera soltanto per il paesaggio. E’ un paese molto ben organizzato e nessuno pensa di fare male. Gli assassini sono dei contadini Hutu. Se il prefetto gli ordina di ammazzare gli Inyenzi (scarafaggi), se la radio gli ordina di ammazzare gli Inyenzi, se il curé gli ordina di ammazzare gli Inyenzi, chi sono loro per rifiutarsi?

   Da anni i preti demonizzano i Tutsi. Nelle prediche ripetono ossessivi che i Tutsi sono l’incarnazione del male. E il Rwanda è il paese più cristiano di tutta l’Africa, il fiore all’occhiello della Chiesa di Roma. Nel Rwanda, in piena brousse, trovi delle chiese grandi come la cattedrale di Chartres.   E i preti prendono ordini dai vescovi, i vescovi prendono ordini dal papa.

   Wojtyla ha creato le premesse del genocidio ordinando di demonizzare i Tutsi. Perché i Tutsi, guerrieri e allevatori, non si lasciano sottomettere e cacciano i missionari. Li considerano sovversivi, un’eredità del protettorato belga, distruttori della cultura tradizionale. Il governo tutsi del vicino Burundi li accetta soltanto perché è ricattato da Roma e Bruxelles. Se li cacciano, gli tagliano i programmi di cooperazione. Cosi’ Woityla ha ordinato di demonizzare i Tutsi, il nemico storico. La Chiesa di Roma deve trionfare. Ha alleggerito la coscienza degli assassini, li ha autorizzati al massacro. Chi non vuole uccidere il diavolo? Un passaporto per il paradiso.

   Certi preti usano le chiese come trappole. Chiudono dentro i Tutsi che vi si erano rifugiati per sfuggire alla caccia, poi chiamano le squadre della morte e le squadre della morte gettano della benzina nell’interno, quindii bruciano tutto. Se non ci credete, andate in Rwanda. Le chiese contenenti decine di cadaveri calcinati, alcuni abbracciati fra loro come quelli di Pompei, sono state trasformate in musei del genocidio.

   In alternativa alla benzina, le milizie usano fucili o mitragliatrici. Ma usano soprattutto il machete. Le vittime sanno di non poter sfuggire alla morte, ma supplicano di non essere ammazzate con il machete. Si mettono in ginocchio e chinano la testa sperando in un po’ di fortuna. Una pallottola nella nuca e via.  Ma le pistole mancano e i miliziani preferiscono il machete. Gli Hutu invidiano la statura dei Tutsi, cosi’ prima di ucciderli hanno cura di farli diventare più piccoli. Accorciando le braccia e le gambe. Quando una donna è incinta, le strappano il feto dal ventre squarciato e lo massacrano davanti alla donna ancora viva.   In certi ospedali la milizia serve alle madri un brodo con pezzetti di carne. Quando hanno vuotato la scodella, le informa che hanno mangiato il loro bambino.   Molti Tutsi sono obbligati a uccidere le persone piu’ care. Se non lo fanno loro, lo farà la milizia e sarà una morte ancora più dolorosa. Molti fanno fuori i vicini di casa con i quali avevano bevuto birra fino alla sera prima. In certi matrimoni misti il marito uccide la moglie e viceversa. Corre voce che il governo paghi 1000 franchi rwandesi per ogni Inyenzi ammazzato.

      I 10.000 uomini del FPR comandati da Paul Kagamé, che in seguito diventerà presidente, puntano su Kigali con una manovra aggirante a spirale, rallentati dai 50.000 uomini dell’Armée Gouvernamentale appoggiati dai francesi. Perché i francesi  sostengono il governo Habyarimana  e chiamano “terroristi” o “riubelli” i militanti dell’FPR. Là dove arriva l’FPR i massacri cessano. E’ una corsa contro il tempo.  Se mai si studierà la campagna del Rwanda con lo stesso metro di quelle napoleoniche, si vedrà che Kagamé non sfigura accanto  al suo omologo corso. si è formato in un’accadememia militare degli Stati Uniti, sa che 10.000 uomini disciplinati valgono più di un’armata corrotta. Con i suoi 10.000 guerrieri tutsi,  gli eredi dei nobili guerrieri dalle lunghe lance che si sono addestrati per anni in Uganda con una disciplina prussiana, ha sconfitto un’armata di 50.000 uomini appoggiata da una delle più grandi potenze militari del mondo.  E’ questo che brucia, alla Francia.  E’ per questo che Kagamé la tratta con disprezzo, è per questo che sta imponendo l’inglese come seconda lingua a scapito del francese, è per questo che i politici francesi hanno incaricato il giudice Bruguière di montare un’accusa contro di lui per accollargli la responsabilità del missile che ha abbattuto l’aereo di Habyarimana. In realtà sono corresponsabili del genocidio  e un giorno dovranno renderne conto al tribunale internazionale. 

   A differenza del passato, quando avevano fermato la guerriglia tutsi con scopntri diretti, ora i francesi non s’impegnano direttamente nei combattimenti. Si limitano a rifornire l’armée, che loro stessi hanno addestrato, e fanno i controlli d’identità. Controllano sui passaporti chi è Tutsi e chi è Hutu. Consegnano i Tusi alle squadre della morte come in Parigi occupata i flic consegnavano gli ebrei ai nazisti.   Quando i francesi abbandonano Kigali, il personale tutsi del Centro Culturale  chiede di partire sullo stesso aereo.  I francesi rifiutano di lasciarlo salire sui veicoli in partenza per l’aeroporto. Qualcuno viene ammazzato, qualcuno salvato dai belgi. A Parigi sono preoccupati perché Jean-Cristophe Mitterrand, il figlio del presidente, ha trasformato Kigali in un centro di traffico di droga e armi. Bisogna coprire le prove del crimine, proteggere gli antichi alleati e fare un piacere al papa, cosi’ il primo ministro Juppé (un catho che chiama “terroristi” o “ribelli” i militanti dell’FPR) lancia l’operazione Turquoise. Ufficialmente si tratta di un’operazione umanitaria, in pratica si crea una sacca dove gli assassini vengono ospitati e protetti.  Le strade si riempiono di cadaveri. Vecchi con gli occhi fissi verso il cielo, bambini con le braccia sopra la testa nel tentativo di proteggersi dalle lame dei machete, madri con il figlio fra le braccia.

   E mentre scrivo di questi morti, ricordo una notte di diciannove anni fa. La notte del 20 agosto 1988, quandlo hanno ammazzato mia moglie, rifugiata rwandese in Burundi. Non era legalmente mia moglie, perché a quell’epoca non avevo ancora ottenuto il divorzio dal matrimonio precedente. Ma l’avrei sposata. Se non l’avessero ammazzata. Nella gabbia dei conigli, dove aveva cercato di nascondersi. Dopo diciotto anni, rivivo quel momento come se fosse ieri. Come se fosse adesso.  Eravamo saliti a Bugarama, a duemilacinquecento metri sulle montagne alle spalle di Bujumbura, ospiti di un’amica commerciante che era andata a Nairobi per affari e ci aveva prestato la casa per il weekend.    

    Quando ci penso, vedo tutto nero. Niente è nero come le notti in Africa. Era nero e faceva freddo. Mancava l’elettricità, mancavano anche le candele. Avevamo accostato i due letti della camera e dormivamo abbracciati per scaldarci a vicenda. A un tratto lei è balzata a sedere, avvisata da un istinto ancestrale. Spesso le succedeva di svegliarsi nel cuore della notte, come se avesse un incubo ricorrente. Ma quella volta era diverso. Non ha detto niente, come se la cosa non mi riguardasse. Come se fosse una sua questione privata, un rito antico che non potevo capire. Ero un mujungu, un bianco, uno straniero. Le nostre strade si dividevano. L’Africa profonda la reclamava.

E’ balzata dal letto nuda e l’ho sentita correre via. Un momento dopo ho sentito dei tonfi e delle grida. Qualcuno è entrato nella stanza, ho sentito i suoi passi. Non vedevo niente, ma loro ci vedono come se avessero un visore a raggi infrarossi. E’ entrato nella stanza, poi è uscito. Ho sentito delle grida in giardino, poi dei lamenti dolci, sommessi. Poi piu’ niente.

Sono rimasto immobile. Il tempo è passato, a un certo punto mi sono accorto che era spuntata l’alba.  Sono uscito nel giardino. Non si vedeva nessuno, i boy erano fuggiti. Compreso lo zamo, il guardiano con la lancia. Era tutto grigio, gli alberi, il cielo, la terra, l’erba, ma nel grigiore ho visto una macchia rossa. Una grande macchia rossa. Sono andato in quella direzione.

 E l’ho vista. Era nella gabbia dei conigli. Per misura di sicurezza, avevano massacrato anche i conigli. Levis sit tibi terra, mon amour.

  Dragor

 

INDULTO: A COSA E’ SERVITO?

Vi riporto questo articolo che potete trovare in parte anche nel blog di Beppe Grillo e che mi ha fornito alcuni importanti spunti di riflessione.
 
È passato poco più di un anno dall’ultimo indulto e si torna a discutere dell’opportunità di tali strumenti per affrontare l’emergenza legata al sovraffollamento delle carceri, insostenibile sia per le condizioni psico-fisiche e igieniche dei carcerati che per il conseguente stress del personale di servizio. Uno studio recente ha analizzato statisticamente i cambiamenti nel numero e nelle tipologie di crimini successivi all’indulto del 2006 e agli atti di clemenza degli ultimi quaranta anni.
Due sono i risultati inequivocabili. Dopo l’ultimo provvedimento le rapine in banca, l’unico dato criminale già disponibile, sono quasi raddoppiate. Più in generale, a seguito di indulti o amnistie, varie tipologie di crimine subiscono improvvise impennate.
I dati dell’Abi e dell’Istat
Ma andiamo con ordine. In base ai dati dell’Associazione bancaria italiana, nel mese successivo all’indulto del 2006, le rapine in banca che nell’anno precedente avevano segnato una linea decrescente, sono addirittura raddoppiate per poi attestarsi su livelli leggermente più bassi, ma pur sempre significativamente più elevati di quelli antecedenti il provvedimento. Una situazione drammatica se valutata retrospettivamente perché, a seguito delle quindici tra amnistie e indulti degli ultimi quaranta anni, la popolazione carceraria si è ridotta periodicamente di una percentuale che oscilla tra il 20 e il 50 per cento. Migliaia di potenziali malfattori liberi di tornare a sfidare la legalità.
I dati ISTAT mostrano che a seguito dei vari atti di clemenza susseguitesi dal 1962 ad oggi i crimini che aumentano più marcatamente a seguito di tali atti sono le rapine in banca (0.38 all’anno per ogni detenuto liberato), lo spaccio di stupefacenti (0.61 all’anno per detenuto), le frodi (5 all’anno per detenuto), i furti di autoveicoli (5 all’anno per detenuto), i borseggi (42 all’anno per detenuto) e persino gli omicidi (0.02 all’anno per detenuto). Analizzando le statistiche giudiziarie penali regionali, si evince che l’aumento dei crimini denunciati alle forze dell’ordine va di pari passo con l’aumento degli scarcerati, e il fenomeno è tanto più evidente nelle regioni nelle quali si liberano più detenuti. In passato, ci sono stati casi in cui le misure di clemenza hanno letteralmente svuotato le prigioni: è avvenuto nel 1966 in Abruzzo e Molise (-85 per cento) e nel 1970 in Trentino Alto Adige (-77 per cento). Ed erano anni in cui non esisteva ancora il problema del sovraffollamento delle carceri che, è giusto ammetterlo, resta a tutt’oggi il nodo principale da sciogliere.
L’analisi costi-benefici
Tuttavia, per non farsi fuorviare da giudizi (o pregiudizi) moralistici e facili luoghi comuni, è necessario analizzare a fondo le conseguenze che indulti e amnistie comportano sul piano sociale. A giustificazione della misura dell’indulto si adduce quasi sempre il sovraffollamento delle carceri, mentre i critici del provvedimento rispondono che sarebbe largamente preferibile costruire nuovi penitenziari. Ma entrambi gli schieramenti trascurano l’analisi dei costi-benefici.
Quando viene decisa una misura eccezionale come l’indulto o l’amnistia, il legislatore mette necessariamente in conto un possibile aumento del crimine. L’importante però è che il costo legato al preventivato aumento del crimine resti ben al di sotto del beneficio derivante dal provvedimento di clemenza.
Le cifre che emergono dai dati dell’Istituto di statistica, così come quelle sulle rapine in banca fornite dall’Associazione bancaria italiana, indicano che il risultato raggiunto si situa largamente al di sotto delle aspettative: a fronte di una spesa media per detenuto calcolata intorno ai 70mila euro l’anno , la società civile paga un prezzo stimato di 150mila euro in conseguenza dei crimini commessi in media dai detenuti che usufruiscono del beneficio di clemenza. E si tratta di una stima che pecca per difetto, perché non tiene conto di alcune tipologie di reati per i quali è impossibile stabilire un costo, come lo spaccio di stupefacenti, i tentativi di omicidio o la categoria residua dell’Istat "altri crimini".
È dunque assolutamente necessario riequilibrare il rapporto tra costi e benefici della detenzione.
Una selezione dei detenuti
Le riflessioni suggerite dall’analisi dei dati Istat lasciano poco spazio alla fantasia, almeno nel breve periodo. Per avvicinare il rapporto costi-benefici della detenzione, al legislatore non resta molto altro da fare se non impegnarsi, con più convinzione di quanto non abbia fatto sinora, affinché eventuali nuove misure di clemenza tengano assolutamente conto della necessità di selezionare in modo rigoroso i detenuti da liberare, per escludere i criminali abituali e di professione e tutti gli appartenenti alla categoria dei recidivi, che invece hanno potuto approfittare una volta ancora dell’atto di clemenza del 2006 dopo quello del 1990. Sarebbe infatti un bel risultato se si riuscisse a stabilire preventivamente, in base alla "carriera" criminale del detenuto, chi rappresenta un costo sociale sufficientemente basso da poter essere liberato senza grave danno.
Per decidere quali fattori incidono sulla probabilità di recidività del detenuto sarebbe auspicabile l’utilizzo di modelli econometrici. Permetterebbero di valutare l’importanza di alcuni fattori, come ad esempio l’età del detenuto, il sesso, il tipo e il numero di crimini commessi in passato. Queste informazioni potrebbero poi essere utilizzate dal giudice come strumento utile per scegliere se concedere o meno il beneficio di clemenza. Modelli simili vengono già utilizzati in ambito giudiziario negli Stati Uniti, e tributario in Italia. In fondo, l’unica differenza con i cosiddetti studi di settore è che, invece di valutare la capacità di produrre ricavi da parte di un’attività economica, si valuta la probabilità di un detenuto di commettere determinati crimini.
Prima dell’indulto del luglio 2006 la popolazione carceraria italiana era pari a 60mila persone. Grazie all’indulto ne sono state liberate circa 26mila. Ma a giugno 2007, ultimo dato disponibile, si era già tornati alla capienza regolamentare delle carceri, e cioè 43mila detenuti. Tra pochissimo, dunque, si riproporrà il problema del sovraffollamento. Prima di riparlare di atti di clemenza, andrebbero almeno introdotte misure di selezione più efficienti di quelle adottate finora.
 
Il grafico presente nel sito da cui ho tratto questo articolo è piuttosto eloquente anche per chi non è del mestiere. Non starò qui a fare nessun calcolo di tipo statistico anche perchè non ce nè bisogno per notare la forte correlazione tra le rapine in banca e il numero dei carcerati. L’impennata delle rapine coincide proprio con la diminuzione dei carcerati dovuta all’indulto. Conoscete già la mia posizione in merito a questa vicenda e queste statistiche non fanno altro che confermare le mie perplessità sulle modalità con cui è stato comminato il provvedimento di scarcerazione per migliaia di criminali.
Una legge quindi che sembrerebbe non essere servita a niente visto che tra pochi mesi si ripresenterà nuovamente il problema del sovraffollamento delle carceri italiane.
Ma non è proprio così perchè a qualcuno questo provvedimento servirà e anche molto visto che quasi certamente eviterà il carcere a personaggi del calibro di Tanzi, Cragnotti, Previti, Dell’Utri, Berlusconi (lui c’è sempre), Moggi, etc… Tutta brava gente insomma!!! Alcuni di questi hanno mandato al lastrico intere famiglie eppure non si faranno nemmeno un giorno in cella.
Devono ringraziare prima di tutto Mastella e poi tutti quei parlamentari che hanno votato in maniera positiva al provvedimento. E fa davvero strano leggere i partiti che hanno votato questa legge: L’Ulivo, Forza Italia, Udc, Rifondazione comunista, Rosa nel pugno. Unici contrari i Comunisti italiani, IDV, Lega e quasi tutta AN.
E quando mai più accadrà che Forza Italia e Rifondazione Comunista votino lo stesso provvedimento??? Ma non è stato un miracolo tranquilli, solo una sporca questione di interessi. Perchè a chi ha proposto e attuato questo indulto non gli importa assolutamente nulla del futuro dei carcerati. Rimango sempre convinto che chi ha sbagliato e commesso un crimine deve pagare interamente la pena commisurata alla gravità del fatto commesso. Ritengo assurdo poi concedere sconti per crimini come l’omicidio.
Ma se davvero non c’è altra soluzione per sfoltire il numero di carcerati bisogna tutelare questi ultimi una volta scarcerati. E l’unico modo per farlo è facilitargli l’inserimento nella società trovandogli subito un lavoro. Solo in questo modo si può dare una speranza di vita a questa gente che se no sentendosi esclusa dalla comunità tornerebbe, come in realtà succede ora, a delinquere. Se uno scarcerato si ritrova da solo o peggio ancora con una famiglia da mantenere ma senza un soldo e senza un lavoro è logico che torni a commettere reati.
Lo fanno perchè nessuno gli da la possibilità di ricominciare ed è questo il vero problema su cui chi legifera dovrebbe riflettere. Ma quanto scommettete che non lo faranno?!