CIAO PIRATA!!!

  

« Marco, perché vai così forte in salita anche quando non serve?
Per abbreviare la mia agonia »

4 anni fa una stanza d’albergo di Rimini dava l’ultimo saluto ad un uomo incompreso,ad  uno dei più grandi campioni di ciclismo che l’italia abbia mai avuto, a Marco Pantani.

Da quando il “pirata” abbandonò le corse, nel 2003, il ciclismo non è stato più lo stesso. Nessuno come lui riusciva a farti restare attaccato al televisore in attesa di uno scatto, in attesa di vederlo lasciare tutti gli avversari alle spalle. Ma ripercorriamo velocemente la sua straordinaria carriera:

Alto 172 cm, per 54 kg di peso, Pantani era il classico grimpeur.

Dopo essere stato giocatore di calcio, un giorno ricevette in regalo una bicicletta da suo nonno Sotero. Decise di tesserarsi nel G.C. Fausto Coppi di Cesenatico e mostrò subito indubbie doti di grande scalatore, vincendo molte gare. Nel 1990 è terzo al Giro d’Italia dilettanti, nel 1991 secondo e nel 1992 primo davanti di circa cinque minuti a Francesco Casagrande e Wladimir Belli. Nel 1993 partecipa al primo Giro d’Italia per professionisti, ritirandosi dopo poche tappe per una tendinite.

La sua esplosione come ciclista professionista avvenne al Giro del 1994 con le vittorie di tappa di Merano e Aprica (con il durissimo Mortirolo) e con il secondo posto in classifica generale. Al suo debutto nel Tour del 1994 finì terzo in classifica generale dietro a Miguel Indurain e Piotr Ugrumov, vincendo la maglia bianca come miglior giovane, pur senza riportare alcun successo di tappa.

L’anno successivo, arrivarono i primi successi di tappa al Tour, nella leggendaria Alpe d’Huez e nella tappa pirenaica di Guzet Neige. Anche grazie a questi successi Marco riuscì a conquistare nuovamente la terza piazza finale nonché la maglia bianca. Nel Campionato Mondiale disputatosi in Colombia quell’anno, Marco si classificò terzo dietro Abraham Olano e Miguel Indurain. Proprio quando sembrava agli inizi di una formidabile carriera, Pantani venne investito da un’automobile durante la Milano-Torino, incidente che gli provocò la frattura in due punti di una gamba e il rischio di una prematura interruzione dell’attività agonistica.

Pantani ritornò a correre nel 1997, ma al Giro d’Italia subì un nuovo incidente, nella discesa dal passo del Chiunzi, a causa di un gatto che attraversò la strada al passaggio del gruppo, e fu costretto al ritiro. Questa volta recuperò velocemente e ritornò in sella al Tour dello stesso anno, dove lottò a lungo per la maglia gialla, riportando altri due successi parziali ancora all’Alpe d’Huez (dove stabilì il record di tempo di scalata) e a Morzine. Grazie alla sua struttura fisica e alla sua facilità di scatto, Pantani era quasi imbattibile sulle salite delle Alpi e dei Pirenei, ma il più robusto e potente Jan Ullrich mostrò la sua determinazione e riuscì a recuperare il tempo perso nei confronti di Pantani grazie alle tappe a cronometro, nelle quali era più forte, portando la maglia gialla fino a Parigi; Pantani si piazzò al terzo posto della classifica finale dietro anche a Richard Virenque.

L’azione tipica di Pantani, caratterizzata da diversi scatti ripetuti ad intervalli regolari con conseguente mantenimento di un’elevata velocità, rendevano il pirata particolarmente adatto alle pendenze più estreme, dove l’atleta romagnolo era in grado di staccare non solo i passisti-scalatori, ma anche gli altri scalatori puri.

Nel 1998 Marco Pantani si impose al Giro d’Italia, nonostante il percorso non facilitasse le sue caratteristiche con poche montagne e molti chilometri a cronometro. Rivaleggiando con gli specialisti della lotta contro il tempo, come Alex Zuelle, Pantani attaccò ripetutamente sulle montagne e fu in grado di guadagnarsi un margine abbastanza grande da compensare la sua debolezza a cronometro, raggiungendo la vittoria finale e numerosi successi di tappa.Memorabile fu la tappa di Plan di Montecampione quando Pantani, con Zuelle ormai in crisi (finì il giro quattordicesimo), attaccò ripetutamente il tenace Pavel Tonkov che alla fine, dopo un entusiasmante duello cedette. Marco vinse la tappa e guadagnò quel minutino che gli diede un buon margine di sicurezza per la successiva cronometro e per la conquista del giro.

 

Nel Tour dello stesso anno, Pantani fu finalmente in grado di battere Ullrich, staccandolo di quasi nove minuti nella celebre tappa di montagna conclusa a Les-Deux-Alpes. Anche se Ullrich mostrò il suo carattere andando all’attacco nella tappa successiva, il distacco era ormai troppo ampio, e Pantani divenne il primo italiano a vincere il Tour dopo Felice Gimondi nel 1965.

L’impresa vera è datata 27 luglio 1998 e porta il nome di Les Deux Alpes. Sembra una giornata invernale dal freddo e dalla pioggia lungo tutto il percorso ma a Marco non interessa lui ha un solo obbiettivo: vincere a tutti i costi. Lo scatto forse più noto del ciclismo recente arriva sul celebre Galibier a più di 50 chilometri dall’arrivo. Pantani insiste, Ullrich è in difficoltà, la grande impresa è a portata di mano. L’ascesa verso le Deux Alpes è una passerella in cui l’unica stella a brillare è quella del Pirata, mentre quella di Ullrich si è definitivamente spenta sotto la pioggia battente. Finalmente è maglia Gialla.

L’ultima cronometro è una pura formalità che sancisce l’ingresso definitivo di Marco Pantani nella storia del ciclismo e di tutto lo sport, l’ultimo grande campione in grado di vincere Giro e Tour nello stesso anno.

La sua vittoria fu ancor più notevole se si considera che per molti anni il Tour era stato dominato da passisti molto forti nelle prove a cronometro come Miguel Indurain, Jan Ullrich e Bjarne Riis. Era dai tempi di Lucien Van Impe che uno scalatore “puro” non vinceva, e il suo trionfo fece risorgere la leggenda dello specialista della montagna che s’imponeva staccando tutti sulle salite più ripide.

Le cose cambiarono per Pantani al Giro del 1999: la mattina del 5 giugno del 1999 a Madonna di Campiglio, quando era al comando con parecchi minuti di vantaggio sul secondo in classifica e con ben quattro tappe già vinte, vennero resi pubblici i risultati dei controlli del giorno precedente, dai quali risultava nel sangue di Pantani un livello di globuli rossi superiore al consentito. Pantani venne sospeso per 15 giorni, il che comportava l’esclusione dalla corsa. Il Pirata spaccò un vetro con un pugno per il nervosismo, mentre l’Italia restò scioccata di fronte alla notizia. Pantani, accerchiato dai giornalisti mentre stava per lasciare la corsa, disse:

 « Mi sono rialzato dopo tanti infortuni e sono tornato a correre… Questa volta però abbiamo toccato il fondo… Rialzarsi sarà per me molto difficile. »

 (Marco Pantani)

Per il ciclista di Cesenatico quella avrebbe potuto essere la tappa dell’ulteriore consacrazione, vista la planimetria a lui favorevole: partenza da Madonna di Campiglio, arrivo all’Aprica, dopo la scalata del Mortirolo e oltre 50 km di salita. La tappa fu poi vinta dall’iberico Heras. Paolo Savoldelli, nonostante fosse subentrato a Pantani al primo posto in classifica del Giro, rifiutò di mettere la maglia rosa, simbolo del primato, rischiando una squalifica. La squadra del Pirata – “Mercatone Uno” – si ritirò insieme al proprio capitano dalla corsa rosa. Il valore di ematocrito riscontrato a Pantani fu del 52%, contro il 50% che è il massimo valore consentito dai regolamenti internazionali, oltre al margine di tolleranza dell’1%. Il valore riscontrato nello stesso Savoldelli era molto vicino a quello del Pirata, ma comunque entro i limiti consentiti.

Marco non è morto a Rimini, Marco ha iniziato a spegnersi a Madonna di Campiglio e in tutto quello che avvenne in un giorno del quale non si farà mai chiarezza.

Accusato di doping, accusato di aver vinto barando. No, questo Marco non lo poteva sopportare perché dopo tante sfortune che la vita gli aveva riservato era riuscito  grazie alle sue forze a sconfiggere tutto e tutti. E forse questo aveva dato fastidio a qualcuno, qualcuno che quel maledetto giorno lo ha escluso da una corsa che aveva dominato e che involontariamente (forse) lo ha escluso dalla vita. Perché chi conosceva Pantani sapeva che era un ragazzo fragile e di questa fragilità molti se ne sono approfittati e di questo spero che ne risponderanno un giorno.

Quel 5 Giugno 1999 il suo valore di ematocrito era inspiegabilmente pari al 52%, nonostante il suo valore medio si attestasse intorno al 45%. Un risultato del genere lascia sbigottiti, tenendo conto che era già stato controllato con la Maglia Rosa sulle spalle nei giorni precedenti.

Ma il centro della questione è che avere un valore di ematocrito alto non ha nulla a che vedere con l’assunzione di sostanze dopanti. Nella stessa misura in cui era improbabile uno sbalzo così improvviso del valore di ematocrito, era altrettanto improbabile che Pantani avesse tentato una “furbata” a quel punto del Giro d’Italia. Insomma qualcosa non è mai quadrato e nulla è mai stato chiarito in merito, anche sul fatto che gli esami eseguiti autonomamente (ma non ammissibili come prova da parte dell’UCI) immediatamente dopo la squalifica risultarono in regola.

E’ quindi evidente che nei fatti non è mai stato dimostrato che Marco Pantani fosse un dopato o che avesse assunto qualsiasi tipo di sostanza illecita nel corso della sua carriera; tantomeno a Madonna di Campiglio. Questo è il grande paradosso della vicenda Pantani.

Pantani visse l’accaduto in modo particolarmente drammatico, visto il suo carattere schivo ed introverso, e rinunciò a partecipare al successivo Tour de France, pur se la sospensione di 15 giorni comminatagli glielo avrebbe consentito. In seguito non tornò mai più ai livelli di quella stagione, se non a sprazzi negli anni successivi.

Pantani partecipò al Tour de France del 2000. Anche se fuori dalla lotta per gran parte della corsa, Pantani mostrò alcuni lampi del suo talento, confrontandosi con l’apparentemente invincibile Lance Armstrong sulla terribile salita del Mont Ventoux. In una tappa bellissima, con un’incredibile cornice di pubblico, Pantani perse inizialmente terreno per poi recuperare e staccare addirittura Armstrong. L’americano poi lo riagguantò, e arrivarono appaiati al traguardo e da signore, Armstrong lasciò la meritata vittoria a Pantani. Successivamente, Armstrong, durante un’intervista dichiarò apertamente d’aver lasciato la vittoria al Pirata. La dichiarazione non andò giù a Pantani, che decise allora di attaccare il suo avversario nella durissima tappa di Courchevel: Pantani recuperò i fuggitivi (l’ultimo ad arrendersi fu Josè Maria Jimènez) e andò a vincere in solitaria, staccando Armstrong di ben 51 secondi, come nessun altro riuscì più a fare negli anni successivi. Fu questa bellissima vittoria l’ultima gemma della sua carriera. Il giorno dopo nella tappa di Morzine con il duro Col de Joux-Plane posizionato poco prima del traguardo, il Pirata attaccò alla prima salita, tentando di far saltare in aria un Tour già scritto, tenendo incollati milioni di spettatori speranzosi nel rifacimento dell’impresa di due anni prima sul Galibier. La scarsa collaborazione con i compagni di fuga e un attacco di dissenteria lo costrinsero al ritiro.Nel 2001 e nel 2002 partecipò al Giro d’Italia ottenendo però scarsi risultati.

 

Gli ultimi lampi di classe del Pirata furono al Giro d’Italia 2003 dove lottò testa a testa con i migliori giungento quattordicesimo nella classifica generale. Durante la tappa del Monte Zoncolan reagì allo scatto di Gilberto Simoni, che aveva staccato tutti. Pantani si mise all’inseguimento e l’unico a reggere il suo ritmo fu Stefano Garzelli. Per le energie spese però calò nel finale e arrivò quinto. Nella tappa di Cascata del Toce fece il suo ultimo scatto a 3 km dall’arrivo venendo ripreso da Simoni e finendo ottavo.

Su tutto quello che venne in seguito sarebbe meglio sorvolare  e ci sono indagini in corso che forse faranno chiarezza o forse no; ciò che è certo è che Marco fu lasciato solo, senza famiglia, senza amici, senza persone che si prendessero cura di lui, senza nessuno che lo ascoltasse e gli facesse capire quanto valga davvero questa vita. Ha incontrato invece, come detto in precedenza, solo gente che ha approfittato della sua fragilità, che lo ha portato in un tunnel buio e questa volta senza possibilità di uscita.

Non è facile stare sempre in prima fila, essere sempre all’altezza di una parte troppo impegnativa. Per farlo si rischia di dover fare un patto col diavolo. E il diavolo, quando non gli servi più, prima o poi ti molla. Da solo, davanti a un grigio mare di febbraio, senza un cane che ti dia una mano.

Il 14 febbraio 2004, Marco Pantani fu trovato morto in un residence di Rimini. L’autopsia rivelò che la morte fu causata da un arresto cardiaco, conseguente a un’overdose di cocaina.

Mi rifiuto di fare dei commenti su quei giornalisti che dopo averlo accusato di essere un dopato lo hanno pianto con lacrime di coccodrillo. E già che ci siamo può essere utile precisare alcuni fatti circa la questione Pantani-doping, poiché i media hanno spesso ingenerato confusione nell’esporre gli eventi.(proprio adesso il tg5 ha appena ricordato che pantani fu escluso dal giro del 99 per doping). Pantani non risultò mai positivo a un controllo antidoping.

L’autopsia sul corpo del campione dopo la tragica morte ha escluso qualsiasi assunzione di sostanze dopanti al di fuori della cocaina stessa, assunta comunque in un periodo in cui non gareggiava (considerata sostanza dopante che può incrementare la resa atletica poco dopo l’assunzione, ma molto limitante per atleti in periodi di astinenza).

Per fare chiarezza definitiva in questa storia questa è la perizia del prof.Fortuni che si occupò dell’autopsia del “pirata”.

Il 27 luglio 2004, il Prof. Fortuni, che ha eseguito l’autopsia, rilascia le seguenti interviste virgolettate alla Gazzetta dello sport e al Resto del Carlino ( unici giornali a pubblicare la notizia che il midollo di Marco era sanissimo):

Dott. Fortuni alla Gazzetta dello Sport

“Non ci sono segni significativi di sostanze dopanti assunte in precedenza. In altre parole possiamo escludere che Pantani abbia assunto Epo in quantità importanti e per un tempo lungo” ha spiegato il medico legale.

– Dal giudice mi era stata posta una domanda precisa. Bisognava analizzare se l’uso continuativo e in dosi massicce di eritropoietina poteva essere stata una causa di morte.

Ci attendevamo di trovare un midollo osseo scassato, ricchissimo di cellule.

Invece non è stato così. Anzi il contrario, il suo midollo osseo era assolutamente normale vuol dire che tutto questo uso di epo, come si è sostenuto, Pantani non l’ha fatto, altrimenti i danni sarebbero stati evidenti.

Potrebbe essere che il midollo osseo si fosse normalizzato? Potrebbe essere che Pantani abbia fatto, in passato, un grande uso di epo e negli ultimi tempi abbia smesso?

No, risponde il medico legale, possiamo paragonare l’epo al fumo, se uno ha fumato molto in passato e poi ha smesso, nel suo corpo restano le tracce. Se uno ha fumato poche sigarette e saltuariamente possono anche non restare tracce.

Fortuni ci tiene a sottolineare una cosa: QUESTA PERIZIA E’ PER LA VERITA’ DI UN GRANDE ATLETA.

Lo stesso giorno al Resto del carlino: “Francamente sapendo delle sue vicissitudini giudiziarie, delle squalifiche e delle polemiche che lo hanno travolto, non mi aspettavo di trovare quello che invece ho trovato. E cioè il midollo osseo di un atleta che non aveva fatto un uso massiccio né protratto di sostanze dopanti. Perché se così fosse stato, il midollo osseo ne avrebbe portato tracce inequivocabili, alterazioni evidenti. Ma non è così. Pantani era quello che era non perché pompato dalla scienza medica, ma perché era un campione, su questo non ci piove. Era il migliore, e se questo può restituirgli l’onore che lui stesso credeva di aver perduto, sono contento”.

Marco era un campione pulito, e forse per questo dava immensamente fastidio. Spero che le persone che l’hanno ingiustamente attaccato, che l’hanno lasciato solo nel suo dramma vivano con l’eterno rimorso per aver strappato alla vita un grande uomo.

Io continuerò a ricordarlo per le imprese che ha compiuto insieme alla sua bici e magari lo immaginerò  mentre si toglie la sua bandana e compie l’ennesimo scatto tra le nuvole.

Ciao Marco! Non ti dimenticherò mai!

 

4 anni fa una stanza d’albergo di Rimini dava l’ultimo saluto ad un uomo incompreso,ad  uno dei più grandi campioni di ciclismo che l’italia abbia mai avuto, a Marco Pantani.

Da quando il “pirata” abbandonò le corse, nel 2003, il ciclismo non è stato più lo stesso. Nessuno come lui riusciva a farti restare attaccato al televisore in attesa di uno scatto, in attesa di vederlo lasciare tutti gli avversari alle spalle. Ma ripercorriamo velocemente la sua straordinaria carriera:

Alto 172 cm, per 54 kg di peso, Pantani era il classico grimpeur.

Dopo essere stato giocatore di calcio, un giorno ricevette in regalo una bicicletta da suo nonno Sotero. Decise di tesserarsi nel G.C. Fausto Coppi di Cesenatico e mostrò subito indubbie doti di grande scalatore, vincendo molte gare. Nel 1990 è terzo al Giro d’Italia dilettanti, nel 1991 secondo e nel 1992 primo davanti di circa cinque minuti a Francesco Casagrande e Wladimir Belli. Nel 1993 partecipa al primo Giro d’Italia per professionisti, ritirandosi dopo poche tappe per una tendinite.

La sua esplosione come ciclista professionista avvenne al Giro del 1994 con le vittorie di tappa di Merano e Aprica (con il durissimo Mortirolo) e con il secondo posto in classifica generale. Al suo debutto nel Tour del 1994 finì terzo in classifica generale dietro a Miguel Indurain e Piotr Ugrumov, vincendo la maglia bianca come miglior giovane, pur senza riportare alcun successo di tappa.

L’anno successivo, arrivarono i primi successi di tappa al Tour, nella leggendaria Alpe d’Huez e nella tappa pirenaica di Guzet Neige. Anche grazie a questi successi Marco riuscì a conquistare nuovamente la terza piazza finale nonché la maglia bianca. Nel Campionato Mondiale disputatosi in Colombia quell’anno, Marco si classificò terzo dietro Abraham Olano e Miguel Indurain. Proprio quando sembrava agli inizi di una formidabile carriera, Pantani venne investito da un’automobile durante la Milano-Torino, incidente che gli provocò la frattura in due punti di una gamba e il rischio di una prematura interruzione dell’attività agonistica.

Pantani ritornò a correre nel 1997, ma al Giro d’Italia subì un nuovo incidente, nella discesa dal passo del Chiunzi, a causa di un gatto che attraversò la strada al passaggio del gruppo, e fu costretto al ritiro. Questa volta recuperò velocemente e ritornò in sella al Tour dello stesso anno, dove lottò a lungo per la maglia gialla, riportando altri due successi parziali ancora all’Alpe d’Huez (dove stabilì il record di tempo di scalata) e a Morzine. Grazie alla sua struttura fisica e alla sua facilità di scatto, Pantani era quasi imbattibile sulle salite delle Alpi e dei Pirenei, ma il più robusto e potente Jan Ullrich mostrò la sua determinazione e riuscì a recuperare il tempo perso nei confronti di Pantani grazie alle tappe a cronometro, nelle quali era più forte, portando la maglia gialla fino a Parigi; Pantani si piazzò al terzo posto della classifica finale dietro anche a Richard Virenque.

L’azione tipica di Pantani, caratterizzata da diversi scatti ripetuti ad intervalli regolari con conseguente mantenimento di un’elevata velocità, rendevano il pirata particolarmente adatto alle pendenze più estreme, dove l’atleta romagnolo era in grado di staccare non solo i passisti-scalatori, ma anche gli altri scalatori puri.

Nel 1998 Marco Pantani si impose al Giro d’Italia, nonostante il percorso non facilitasse le sue caratteristiche con poche montagne e molti chilometri a cronometro. Rivaleggiando con gli specialisti della lotta contro il tempo, come Alex Zuelle, Pantani attaccò ripetutamente sulle montagne e fu in grado di guadagnarsi un margine abbastanza grande da compensare la sua debolezza a cronometro, raggiungendo la vittoria finale e numerosi successi di tappa.Memorabile fu la tappa di Plan di Montecampione quando Pantani, con Zuelle ormai in crisi (finì il giro quattordicesimo), attaccò ripetutamente il tenace Pavel Tonkov che alla fine, dopo un entusiasmante duello cedette. Marco vinse la tappa e guadagnò quel minutino che gli diede un buon margine di sicurezza per la successiva cronometro e per la conquista del giro.

 

Nel Tour dello stesso anno, Pantani fu finalmente in grado di battere Ullrich, staccandolo di quasi nove minuti nella celebre tappa di montagna conclusa a Les-Deux-Alpes. Anche se Ullrich mostrò il suo carattere andando all’attacco nella tappa successiva, il distacco era ormai troppo ampio, e Pantani divenne il primo italiano a vincere il Tour dopo Felice Gimondi nel 1965.

L’impresa vera è datata 27 luglio 1998 e porta il nome di Les Deux Alpes. Sembra una giornata invernale dal freddo e dalla pioggia lungo tutto il percorso ma a Marco non interessa lui ha un solo obbiettivo: vincere a tutti i costi. Lo scatto forse più noto del ciclismo recente arriva sul celebre Galibier a più di 50 chilometri dall’arrivo. Pantani insiste, Ullrich è in difficoltà, la grande impresa è a portata di mano. L’ascesa verso le Deux Alpes è una passerella in cui l’unica stella a brillare è quella del Pirata, mentre quella di Ullrich si è definitivamente spenta sotto la pioggia battente. Finalmente è maglia Gialla.

L’ultima cronometro è una pura formalità che sancisce l’ingresso definitivo di Marco Pantani nella storia del ciclismo e di tutto lo sport, l’ultimo grande campione in grado di vincere Giro e Tour nello stesso anno.

La sua vittoria fu ancor più notevole se si considera che per molti anni il Tour era stato dominato da passisti molto forti nelle prove a cronometro come Miguel Indurain, Jan Ullrich e Bjarne Riis. Era dai tempi di Lucien Van Impe che uno scalatore “puro” non vinceva, e il suo trionfo fece risorgere la leggenda dello specialista della montagna che s’imponeva staccando tutti sulle salite più ripide.

Le cose cambiarono per Pantani al Giro del 1999: la mattina del 5 giugno del 1999 a Madonna di Campiglio, quando era al comando con parecchi minuti di vantaggio sul secondo in classifica e con ben quattro tappe già vinte, vennero resi pubblici i risultati dei controlli del giorno precedente, dai quali risultava nel sangue di Pantani un livello di globuli rossi superiore al consentito. Pantani venne sospeso per 15 giorni, il che comportava l’esclusione dalla corsa. Il Pirata spaccò un vetro con un pugno per il nervosismo, mentre l’Italia restò scioccata di fronte alla notizia. Pantani, accerchiato dai giornalisti mentre stava per lasciare la corsa, disse:

 « Mi sono rialzato dopo tanti infortuni e sono tornato a correre… Questa volta però abbiamo toccato il fondo… Rialzarsi sarà per me molto difficile. »

 (Marco Pantani)

Per il ciclista di Cesenatico quella avrebbe potuto essere la tappa dell’ulteriore consacrazione, vista la planimetria a lui favorevole: partenza da Madonna di Campiglio, arrivo all’Aprica, dopo la scalata del Mortirolo e oltre 50 km di salita. La tappa fu poi vinta dall’iberico Heras. Paolo Savoldelli, nonostante fosse subentrato a Pantani al primo posto in classifica del Giro, rifiutò di mettere la maglia rosa, simbolo del primato, rischiando una squalifica. La squadra del Pirata – “Mercatone Uno” – si ritirò insieme al proprio capitano dalla corsa rosa. Il valore di ematocrito riscontrato a Pantani fu del 52%, contro il 50% che è il massimo valore consentito dai regolamenti internazionali, oltre al margine di tolleranza dell’1%. Il valore riscontrato nello stesso Savoldelli era molto vicino a quello del Pirata, ma comunque entro i limiti consentiti.

Marco non è morto a Rimini, Marco ha iniziato a spegnersi a Madonna di Campiglio e in tutto quello che avvenne in un giorno del quale non si farà mai chiarezza.

Accusato di doping, accusato di aver vinto barando. No, questo Marco non lo poteva sopportare perché dopo tante sfortune che la vita gli aveva riservato era riuscito  grazie alle sue forze a sconfiggere tutto e tutti. E forse questo aveva dato fastidio a qualcuno, qualcuno che quel maledetto giorno lo ha escluso da una corsa che aveva dominato e che involontariamente (forse) lo ha escluso dalla vita. Perché chi conosceva Pantani sapeva che era un ragazzo fragile e di questa fragilità molti se ne sono approfittati e di questo spero che ne risponderanno un giorno.

Quel 5 Giugno 1999 il suo valore di ematocrito era inspiegabilmente pari al 52%, nonostante il suo valore medio si attestasse intorno al 45%. Un risultato del genere lascia sbigottiti, tenendo conto che era già stato controllato con la Maglia Rosa sulle spalle nei giorni precedenti.

Ma il centro della questione è che avere un valore di ematocrito alto non ha nulla a che vedere con l’assunzione di sostanze dopanti. Nella stessa misura in cui era improbabile uno sbalzo così improvviso del valore di ematocrito, era altrettanto improbabile che Pantani avesse tentato una “furbata” a quel punto del Giro d’Italia. Insomma qualcosa non è mai quadrato e nulla è mai stato chiarito in merito, anche sul fatto che gli esami eseguiti autonomamente (ma non ammissibili come prova da parte dell’UCI) immediatamente dopo la squalifica risultarono in regola.

E’ quindi evidente che nei fatti non è mai stato dimostrato che Marco Pantani fosse un dopato o che avesse assunto qualsiasi tipo di sostanza illecita nel corso della sua carriera; tantomeno a Madonna di Campiglio. Questo è il grande paradosso della vicenda Pantani.

Pantani visse l’accaduto in modo particolarmente drammatico, visto il suo carattere schivo ed introverso, e rinunciò a partecipare al successivo Tour de France, pur se la sospensione di 15 giorni comminatagli glielo avrebbe consentito. In seguito non tornò mai più ai livelli di quella stagione, se non a sprazzi negli anni successivi.

Pantani partecipò al Tour de France del 2000. Anche se fuori dalla lotta per gran parte della corsa, Pantani mostrò alcuni lampi del suo talento, confrontandosi con l’apparentemente invincibile Lance Armstrong sulla terribile salita del Mont Ventoux. In una tappa bellissima, con un’incredibile cornice di pubblico, Pantani perse inizialmente terreno per poi recuperare e staccare addirittura Armstrong. L’americano poi lo riagguantò, e arrivarono appaiati al traguardo e da signore, Armstrong lasciò la meritata vittoria a Pantani. Successivamente, Armstrong, durante un’intervista dichiarò apertamente d’aver lasciato la vittoria al Pirata. La dichiarazione non andò giù a Pantani, che decise allora di attaccare il suo avversario nella durissima tappa di Courchevel: Pantani recuperò i fuggitivi (l’ultimo ad arrendersi fu Josè Maria Jimènez) e andò a vincere in solitaria, staccando Armstrong di ben 51 secondi, come nessun altro riuscì più a fare negli anni successivi. Fu questa bellissima vittoria l’ultima gemma della sua carriera. Il giorno dopo nella tappa di Morzine con il duro Col de Joux-Plane posizionato poco prima del traguardo, il Pirata attaccò alla prima salita, tentando di far saltare in aria un Tour già scritto, tenendo incollati milioni di spettatori speranzosi nel rifacimento dell’impresa di due anni prima sul Galibier. La scarsa collaborazione con i compagni di fuga e un attacco di dissenteria lo costrinsero al ritiro.Nel 2001 e nel 2002 partecipò al Giro d’Italia ottenendo però scarsi risultati.

 

Gli ultimi lampi di classe del Pirata furono al Giro d’Italia 2003 dove lottò testa a testa con i migliori giungento quattordicesimo nella classifica generale. Durante la tappa del Monte Zoncolan reagì allo scatto di Gilberto Simoni, che aveva staccato tutti. Pantani si mise all’inseguimento e l’unico a reggere il suo ritmo fu Stefano Garzelli. Per le energie spese però calò nel finale e arrivò quinto. Nella tappa di Cascata del Toce fece il suo ultimo scatto a 3 km dall’arrivo venendo ripreso da Simoni e finendo ottavo.

Su tutto quello che venne in seguito sarebbe meglio sorvolare  e ci sono indagini in corso che forse faranno chiarezza o forse no; ciò che è certo è che Marco fu lasciato solo, senza famiglia, senza amici, senza persone che si prendessero cura di lui, senza nessuno che lo ascoltasse e gli facesse capire quanto valga davvero questa vita. Ha incontrato invece, come detto in precedenza, solo gente che ha approfittato della sua fragilità, che lo ha portato in un tunnel buio e questa volta senza possibilità di uscita.

Non è facile stare sempre in prima fila, essere sempre all’altezza di una parte troppo impegnativa. Per farlo si rischia di dover fare un patto col diavolo. E il diavolo, quando non gli servi più, prima o poi ti molla. Da solo, davanti a un grigio mare di febbraio, senza un cane che ti dia una mano.

Il 14 febbraio 2004, Marco Pantani fu trovato morto in un residence di Rimini. L’autopsia rivelò che la morte fu causata da un arresto cardiaco, conseguente a un’overdose di cocaina.

Mi rifiuto di fare dei commenti su quei giornalisti che dopo averlo accusato di essere un dopato lo hanno pianto con lacrime di coccodrillo. E già che ci siamo può essere utile precisare alcuni fatti circa la questione Pantani-doping, poiché i media hanno spesso ingenerato confusione nell’esporre gli eventi.(proprio adesso il tg5 ha appena ricordato che pantani fu escluso dal giro del 99 per doping). Pantani non risultò mai positivo a un controllo antidoping.

L’autopsia sul corpo del campione dopo la tragica morte ha escluso qualsiasi assunzione di sostanze dopanti al di fuori della cocaina stessa, assunta comunque in un periodo in cui non gareggiava (considerata sostanza dopante che può incrementare la resa atletica poco dopo l’assunzione, ma molto limitante per atleti in periodi di astinenza).

Per fare chiarezza definitiva in questa storia questa è la perizia del prof.Fortuni che si occupò dell’autopsia del “pirata”.

Il 27 luglio 2004, il Prof. Fortuni, che ha eseguito l’autopsia, rilascia le seguenti interviste virgolettate alla Gazzetta dello sport e al Resto del Carlino ( unici giornali a pubblicare la notizia che il midollo di Marco era sanissimo):

Dott. Fortuni alla Gazzetta dello Sport

“Non ci sono segni significativi di sostanze dopanti assunte in precedenza. In altre parole possiamo escludere che Pantani abbia assunto Epo in quantità importanti e per un tempo lungo” ha spiegato il medico legale.

– Dal giudice mi era stata posta una domanda precisa. Bisognava analizzare se l’uso continuativo e in dosi massicce di eritropoietina poteva essere stata una causa di morte.

Ci attendevamo di trovare un midollo osseo scassato, ricchissimo di cellule.

Invece non è stato così. Anzi il contrario, il suo midollo osseo era assolutamente normale vuol dire che tutto questo uso di epo, come si è sostenuto, Pantani non l’ha fatto, altrimenti i danni sarebbero stati evidenti.

Potrebbe essere che il midollo osseo si fosse normalizzato? Potrebbe essere che Pantani abbia fatto, in passato, un grande uso di epo e negli ultimi tempi abbia smesso?

No, risponde il medico legale, possiamo paragonare l’epo al fumo, se uno ha fumato molto in passato e poi ha smesso, nel suo corpo restano le tracce. Se uno ha fumato poche sigarette e saltuariamente possono anche non restare tracce.

Fortuni ci tiene a sottolineare una cosa: QUESTA PERIZIA E’ PER LA VERITA’ DI UN GRANDE ATLETA.

Lo stesso giorno al Resto del carlino: “Francamente sapendo delle sue vicissitudini giudiziarie, delle squalifiche e delle polemiche che lo hanno travolto, non mi aspettavo di trovare quello che invece ho trovato. E cioè il midollo osseo di un atleta che non aveva fatto un uso massiccio né protratto di sostanze dopanti. Perché se così fosse stato, il midollo osseo ne avrebbe portato tracce inequivocabili, alterazioni evidenti. Ma non è così. Pantani era quello che era non perché pompato dalla scienza medica, ma perché era un campione, su questo non ci piove. Era il migliore, e se questo può restituirgli l’onore che lui stesso credeva di aver perduto, sono contento”.

Marco era un campione pulito, e forse per questo dava immensamente fastidio. Spero che le persone che l’hanno ingiustamente attaccato, che l’hanno lasciato solo nel suo dramma vivano con l’eterno rimorso per aver strappato alla vita un grande uomo.

Io continuerò a ricordarlo per le imprese che ha compiuto insieme alla sua bici e magari lo immaginerò  mentre si toglie la sua bandana e compie l’ennesimo scatto tra le nuvole.

Ciao Marco! Non ti dimenticherò mai!

 

 

Foto stoccolma

Come promesso ho inserito alcune delle foto fatte a Stoccolma… Ancora grazie a chi ha condiviso con me quelle splendide emozioni!!!

 
 
 
 

L’ennesima “strage”

0 promossi su 31… 26 promossi su 69…

No, non sto dando i numeri, ma questi sono semplicemente i risultati della prova totale e parziale dell’esame di Matematica I nella facoltà di scienze statistiche  dell’università Bicocca di Milano.

Io non ho partecipato a questa vera e propria ecatombe ma visto che dovrò affrontare questo esame la settimana prossima so già qual’è il futuro che mi aspetta.

Ma perché fare un intervento su un esame che magari interessa al massimo ad un centinaio di persone?! Perché con questa premessa vorrei parlarvi di ciò che penso dell’istruzione in Italia.

Ok, il tema è cosi vasto da non permettermi di esaminare ogni aspetto della vita scolastica e universitaria in Italia ma vorrei quantomeno concentrarmi su un aspetto che io ritengo fondamentale, il metodo di insegnamento.

Perché diciamoci la verità, quanti di voi hanno trovato nel corso della loro carriera studentesca un professore/professoressa che lo hanno stimolato allo studio verso una precisa materia; quanti di voi si sono mai appassionati veramente a qualcosa imparata a scuola?!

Sono rari, quasi inesistenti, quei professori che insegnano solo per il piacere di insegnare, che sono capaci di trasmettere la loro passione ai loro alunni, che riescono a stimolarli intellettualmente.

Io penso che ognuno dei nostri interessi sia nato al di fuori della scuola, ma questo perché? Perché cerchiamo di imparare al di fuori di quello che dovrebbe essere il sistema che è nato proprio per darci un’istruzione, una cultura?

Forse perché chi fa parte di quel sistema non è capace di fare il suo mestiere, forse perché ha dimenticato quando c’era lui dall’altra parte dello scacchiere. Ma quello che conta veramente è che le vittime di questo sistema sono proprio gli studenti, coloro che dovrebbero imparare, coloro che un giorno dovranno portare avanti questo paese.

Dati recenti dicono che sempre più laureati non sanno né leggere e né scrivere. Ma quella che dovrebbe essere una notizia vergognosa per il nostro paese passa in secondo piano di fronte ad esempio alla lovestory tra una ragazza italiana trapiantata in francia e il presidente della repubblica transalpina.

Certo noi non ci scandalizziamo nemmeno di avere un mafioso che è stato eletto due volte presidente del consiglio (e che si è candidato per la terza volta), perché dovremmo di fronte a dati che in qualsiasi altro paese sarebbero come minimo allarmanti?

Ma torniamo al punto nevralgico, quel metodo di insegnamento che è la causa principale dell’odio degli studenti verso il mondo scolastico.

Perché è inutile che i ministri della pubblica istruzione facciano a gara per riformare il sistema se poi non colgono per niente quali sono i veri problemi. Tutti i provvedimenti presi in questi anni sono inutili e dannosi e non hanno fatto altro che peggiorare una situazione in cui era difficile prevedere di peggio. Eppure ci sono riusciti, davvero complimenti!!!

Debiti, non debiti, esami di riparazione, crediti, commissione interna, poi esterna, poi mista, il 7 in condotta prima abolito e poi ripristinato, ecc… Insomma, nemmeno loro sanno quello che vogliono ma ciò che conta è che nessuno di questi provvedimenti è riuscito a cambiare le cose.

E c’è solo una cosa da fare per migliorare veramente le cose: cambiare i programmi, cambiare i metodi di insegnamento, cambiare i professori!!!

La scuola deve essere un piacere, il piacere di imparare, deve insegnarti cos’è la vita, deve darti tutto quello che ti serve per affrontare al meglio il passo successivo, quel mondo del lavoro con il quale contribuirai a far crescere il tuo paese.

E L’università, per chi vuole proseguire negli studi, non dovrebbe essere nient’altro che una specializzazione di ciò che hai imparato negli anni precedenti.

Ma cosa intendo per cambiare i programmi e i metodi di insegnamento? Cerco di spiegarlo nel modo più semplice possibile prendendo ad esempio la mia facoltà e proprio quella Matematica con cui ho aperto il mio post.

Chi di voi non ha avuto problemi in matematica nella sua carriera scolastica? Ma la domanda in realtà è, a chi è davvero piaciuta? Penso che sarebbero in pochissimi a rispondermi in modo affermativo e non posso che comprendere le loro motivazioni. Perché se mi trovate un professore di matematica in Italia che è capace di insegnare questa materia senza dare tutto per scontato, senza pensare che gli alunni sono tutti dei geni matematici, e che è capace di fare appassionare gli studenti, allora portatemelo perché sarebbe un caso più unico che raro. E il problema qual è? Che se non c’è nessuno che è capace di insegnarla, impararla da autodidatta è ancora più difficile, probabilmente la più difficile concettualmente.

E così dopo 5 anni di liceo dove hai annaspato non poco pur di prendere un maledetto 6, ti ritrovi all’università non sapendo un emerito cazzo di quella materia ma almeno pensi:”qua ci sarà qualcuno che te la insegnerà per bene, che ripartirà da zero” e invece no! Perché all’università i professori di matematica sono, se possibile, ancora più incompetenti! E chi c’è a rimetterci?! Ma noi naturalmente!!! E nonostante ci spacchiamo il culo pur di strappare quel 18, che quantomeno ci garantirebbe di non rivedere mai più certi argomenti,  i risultati alla fine sono comunque quelli: 0 sufficienze su 33!

Perché oltre a non farti capire nulla della materia quando è il momento di accertare la tua preparazione quei professori si dimenticano che non sono in una facoltà di matematica e che a me studiare la funzione dell’arcotangente di x fratto x meno 1 non servirà proprio a NIENTE!!!

Quello che vorrò fare io sarà analizzare i dati, esaminare aspetti di una popolazione, capire il perché accadono certi fenomeni, studiarne i legami;  e niente di tutto questo ha a che fare né con l’arcotangente e né tantomeno con lo studio di una funzione di integrale.

Ma purtroppo si da sempre troppa importanza alla teoria e poco alla pratica; pratica intesa come tutti quegli insegnamenti che poi dovranno essere applicati nel mondo del lavoro.

 Perché il punto cruciale è proprio questo: quando i nostri laureati si affacciano a questo nuovo mondo cosa sanno fare veramente? Ma questa è una domanda che richiede un altro post e nuove riflessioni. Per ora chiudo qui convinto che questo mio intervento non possa servire di certo a far ravvedere i professori di matematica e né tantomeno a cambiare il sistema ma almeno mi sono potuto sfogare…  vero Giorgio?!

BUONANOTTE ALL’ITALIA

Di canzone in canzone
di casello in stazione
abbiam fatto giornata
che era tutta da fare
la luna ci ha presi
e ci ha messi a dormire
o a cerchiare la bocca
per stupirci o fumare
come se gli angeli fossero lì
a dire che si
è tutto possibile

Buonanotte all’Italia deve un po’ riposare
tanto a fare la guardia c’è un bel pezzo di mare
c’è il muschio ingiallito dentro questo presepio
che non viene cambiato, che non viene smontato
e zanzare vampiri che la succhiano lì
se lo pompano in pancia un bel sangue così
Buonanotte all’Italia che si fa o si muore
o si passa la notte a volerla comprare
come se gli angeli fossero lì
a dire che si
è tutto possibile
come se i diavoli stessero un po’
a dire di no, che son tutte favole

Buonanotte all’Italia che ci ha il suo bel da fare
tutti i libri di storia non la fanno dormire
sdraiata sul mondo con un cielo privato
fra San Pietri e Madonne
fra progresso e peccato
fra un domani che arriva ma che sembra in apnea
ed i segni di ieri che non vanno più via
di carezza in carezza
di certezza in stupore
tutta questa bellezza senza navigatore
come se gli angeli fossero lì
a dire che si
è tutto possibile
come se i diavoli stessero un po’
a dire di no, che son tutte favole

Buonanotte all’Italia con gli sfregi nel cuore
e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere
e la guarda distratto come fosse una moglie
come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie
e una stella fa luce senza troppi perché
ti costringe a vedere tutto quello che c’è
Buonanotte all’Italia che si fa o si muore
o si passa la notte a volersela fare…