Lettura laica della Bibbia 4° puntata

La discendenza di Abramo segue con Isacco. Abramo chiede ad un servo di trovare per Isacco una moglie della sua stessa gente (ad evitare strani miscugli con schiavi): Così Abramo si è già arricchito nel modo che sappiamo. Ha un “maggiordomo” di fiducia. Può pretendere un matrimonio tra “uguali” per il suo figlio già qurantenne. E tutto ciò si deve fare in nome di Geova, Dio del cielo e della terra (prima volta che Geova viene promosso a tale rango). Per garantirsi la completa disponibilità del maggiordomo, Abramo lo fa giurare. Come si giura? mettendo la mano “sotto la coscia”, che vuol dire facendosi toccare i genitali (Flavio Giuseppe dice che occorreva toccarsi reciprocamente i genitali, restando in sospeso il giuramento tra donne o quello misto).. E’ un ossessione la nudità, i genitali,….! Ricordiamo ora che: Abramo proviene, con il padre Terach ed i fratelli, da Ur dei Caldei; che si era fermato a Carran (Siria) sulla via di Canaan sua meta ultima e patria definitiva. Ma subito dopo Geova, distratto, aveva detto che la patria di Abramo era Carran e questa cosa viene confermata. Il “maggiordomo”, “mette la mano sotto la coscia”, e parte con dieci cammelli, scorta e regali. Cosa può accadere? La storia della fonte, con la bella ragazza che si avvicina con un’anfora per dare da bere al servo (chiamiamolo così). E’ Rebecca, figlia di Betuél, fratello di Abramo (piccolo il mondo, eh?),  e quindi cugina di Isacco (ma della stessa gente). La Bibbia ci assicura che era vergine e noi ci crediamo. Il servo per ingraziarsela, non sapendo chi fosse, le mette un anello al naso (non ridete, era in uso) e le regala un bracciale. Saputo poi chi era, si inginocchia per ringraziare Geova (una specie di partita di giro ottenuta con i soldi che Sara ha procurato a partire dall’Egitto). Rebecca corre a casa con il servo e racconta al fratello Làbano ogni cosa. Il servo parla dello scopo del viaggio e delle ricchezze di Abramo. Non c’è dubbio, Làbano e l’improvvisamente comparso Betuél accettano benedicendo Rebecca: “Tu, sorella nostra (ma anche figlia o vi è un altro pasticcio del profeta, n.d.r.), diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti la porta dei suoi nemici” (24,60). La costante del crescere e fare la guerra ai vicini è rispettata, per cui Isacco prese in sposa Rebecca e l’amò. Qui seguono le seguenti cose: altre mogli e figli di Abramo; altre notizie sulla genealogia; altre su quella del fratello Nacor; altre sulla sua morte (a centosettantacinque anni, con un furto di 55 rispetto a quelli promessi da Geova!), sulla sua sepoltura nel terreno comperato per Sara; sull’eredità lasciata ad Isacco; su altri doni ad altri figli che non essendo ritenuti degni vengono inviati al deserto; il solo Ismaele ha diritto ad una sua genealogia. E qui termina la storia di Abramo lo schiavista e il fautore della prostituzione della moglie. Termina (lo vedremo) anche la inutile e squallida storia di Isacco e ci si avvia a Giacobbe.

Isacco stenta a figliare, poiché sua moglie era sterile (altra costante: maschietti potenti, anche sotto l’effetto dell’alcool, e femminucce sterili! Solo questo dovrebbe far ridiscutere dalle fondamenta l’intera “biblioteca”!). Comunque Isacco fa la preghierina a Geova e questi lo esaudì (forse era il giocherellone Geova che aveva bisogno, ogni volta, di essere invocato). Rebecca partorisce due gemelli che però già nel grembo materno si litigano, tanto è vero che Geova così dice a Rebecca: “Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; un popolo sarà più forte dell’altro, ed il maggiore servirà il più piccolo” (25,23) e qui il maggiorascato viene ribaltato ad opera di Geova che tutto può. Vennero fuori Esaù e Giacobbe. Il primo rossiccio e peloso come un capretto e, dietro di lui, arrancato per il calcagno, Giacobbe. Esaù divenne uomo di caccia, mentre Giacobbe dormiva in tenda. Isacco, che era goloso di cacciagione, amava Esaù, mentre Rebecca teneva per Giacobbe. La primogenitura si risolse con il piatto di lenticchie. Esaù, che tornava esausto dalla caccia, vede lo sfaccendato Giacobbe mangiare un piatto di lenticchie. Gliene chiede un po’. Giacobbe, che conosce il modo di pensare di Geova, intravede l’affare e subito dice che gliele avrebbe date se lui gli dava la primogenitura. Esaù accetta, anche Isacco e, non si capisce proprio perché di nuovo si inventino dei fantasmi per fare poi gli esorcisti. Ma ritorna in scena per il solito vergognoso commercio, caratteristica della stirpe, Isacco.

 

        Il vecchio Abimelech se ne stava in finestra e vide Isacco che “scherzava” (la Bibbia usa spesso di questi giochi di parole: qui scherzavano sul serio!) con Rebecca. La cosa lo eccita ed egli chiama Isacco e questa volta, senza bisogno di sogni, gli dice che quella non può essere sua sorella ma deve essere sua moglie. Ma la conclusione è la stessa e Abimelech (che doveva essere proprio il cretino dei re) conclude la storia come l’aveva conclusa con Abramo. Questa volta, senza aver toccato Rebecca come la prima senza aver toccato Sara, niente beni materiali ma una sorta di salvacondotto perpetuo: “chi tocca quest’uomo e sua moglie, sarà messo a morte!” (26,11). Geova è compiaciuto non si sa bene di cosa e premia Isacco benedicendolo e centuplicando i suoi raccolti.

Abimelech però dovette avere un qualche ripensamento. Fece sigillare tutti i pozzi che avevano scavato i sevi di Abramo per le sue greggi e intimò ad Isacco di andarsene per il fatto che era più potente dello stesso re. Qui vi è un altro pasticcio perché Isacco se ne va ma resta! Infatti se ne va ma scava di nuovo i pozzi che avevano scavato i servi di suo padre. L’operazione di scavo lo fa litigare con altri pastori. Isacco dice che l’acqua è sua. Scavano e litigando arriva fino a Bersabea (più a sud, il che vuol dire che si tratta di due diversi racconti intersecantisi e messi insieme da un profeta un poco confuso) dove una notte gli appare Geova che dice: “io sono il dio d’Abramo, tuo padre. Non temere, perché io sono con te. Ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza” (26,24). Non resta che dire: un’altra volta? Visto che già per otto volte Geova dice questo. Isacco fa un altare e scava un altro pozzo. Abimelech ed altri lo hanno visto parlare con Geova ed allora vanno verso Isacco per fare pace con lui. Il Geova pare un maggiorente, un boss paesano.

Intanto riprendono le lotte tra Esaù e Giacobbe per la primogenitura (i beni ed i soldi). Il piatto di lenticchie non era che l’inizio. Ora segue un inganno nei riguardi di Isacco morente da parte di Rebecca e Giacobbe, complici. Isacco è vecchio, morente, rimbambito e semicieco. Chiama Esaù esperto cacciatore e gli chiede se gli può procurare un buon piatto di selvaggina. Esaù parte per cacciare ma Rebecca che origliava (la Bibbia è sempre maestra edificante), avverte Giacobbe e insieme prendono un capretto, lei lo cucina “alla cacciatora” (perché sembri selvaggina) poi riveste Giacobbe con il vello del capretto  (ricordate che Esaù era peloso fin dalla nascita) ed invia questi da Isacco con il piatto cucinato. Riesce ad ingannarlo anche mentendo spudoratamente. Al padre che gli chiede esplicitamente se era Esaù egli risponde SI. Ed Isacco, ingannato in tal modo, dopo aver ben mangiato e bevuto bendice Giacobbe credendolo Esaù: “Ecco l’odore di mio figlio come l’odore di un campo [ma come odoravano i campi? se il Giacobbe è rivestito di una pelle di capretto appena ammazzato?, n.d.r.] che Geova ha benedetto. Dio ti conceda rugiada dal cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto” (27,27-29). E, definitivamente, un capretto alla cacciatora, decide la sorte dei popoli.

Ma torna Esaù con la cacciagione ed Isacco fu colto da un fortissimo tremito, si accorge di essere stato truffato ma (questa è bella!) non può fare più nulla. Dice che ormai ha benedetto e maledetto e non si può tornare indietro. Nonostante le amarissime e giustificatissime grida di Esaù, il padre Isacco addirittura aggiunge sale alle ferite: “Ecco, lungi dalle terre grasse sarà la tua sede, e lungi dalla rugiada del cielo dall’alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello…” (27, 39 e 40). Da Esaù discendono gli idumei che vivono nel deserto. Saranno questi quelli che più di altri, come dice l’evangelista Marco (3,8),  cercheranno il Gesù (una vendetta, annunciata da due strani versi di Isacco? Questi dice infatti ad Esaù: “Quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo”). Qui Rebecca agisce in modo da mettere i gemelli l’un contro l’altro. Dice a Giacobbe di fuggire perché Esaù lo vuole uccidere. Ed egli, il vincitore, fuggì a Carran dal fratello di Rebecca, Làbano. Ma anche qui vi è un’altra storia che si interseca con la prima. Secondo questa seconda Giacobbe va a Carran per volere di Isacco e lì si ripete la storia del matrimonio del padre con una cuginetta con la differenza che ora non vi è sensale. Analogamente Esaù sposa una cuginetta figlia di quell’Ismaele nato dall’unione di Abramo con l’egiziana Agar. Durante il viaggio comunque Geova gli si presenta (ha accettato di buon grado l’imbroglio) e gli dice: “Io sono Geova, il dio di Abramo tuo padre [ma non era il nonno? n.d.r.] ed il dio di Isacco” (28,13). A questo punto poiché qui abbiamo una ripetizione di un discorso fatto più volte viene proprio naturale affermare che questo è un dio di una sola persona e della sua complicata e furbesca discendenza, è un dio che sta bene in una visione politeista. Naturalmente Geova rifà (e 9!) la promessa di quelle terre e …bla, bla, bla,….. Giacobbe si sveglia e riconosce in Geova il suo dio (cosa stupefacente pensando che era stato educato in casa di Isacco). Si rifà l’alleanza e così sia.

Continua con le nozze di Giacobbe…

Diritto di vivere

10 Luglio 2005-10 Luglio 2008…

Sono passati tre anni da quel primo intervento sul blog, da quello sguardo al mondo con cui avevo deciso di iniziare la mia avventura nel mondo dei blogger.

Sono successe tante cose in questi tre anni; quegli occhi che guardavano quel mondo sono cambiati, io sono cambiato.

E con me  probabilmente molti di voi che ora forse si staranno chiedendo dove erano e chi erano tre anni fa. Perché tutti noi cambiamo, la vita è un cambiamento continuo, una crescita costante, una continua scommessa.

Questo blog era nato un po’ per gioco e mai avrei immaginato di portarlo avanti così a lungo… E invece eccomi qua a scrivere in una calda notte estiva (ecco qualcosa che non è cambiato! J) l’ennesimo intervento per me e per voi.

Sono stati tanti i momenti in cui ho pensato di chiudere la baracca, di cancellare definitivamente questo spazio e di congedarmi per sempre da questo “mondo” ma ogni volta il mio pensiero era sempre lo stesso: “ Perché cancellare una parte importante della mia vita? Perché buttare via qualcosa che avevo costruito con passione giorno per giorno?”

Questo blog è cresciuto con me, è maturato con me, è stato plasmato a mia immagine e somiglianza e ora “vive” con il chiaro intento di dare un po’ di verità e di conoscenza a chi non ce l’ha.

Perché a differenza nostra che siamo cambiati, questo mondo purtroppo è rimasto più o meno lo stesso di tre anni fa. E’ stato questo il maggior motivo di sconforto che mi ha portato più volte a pensare di rinunciare a tutto, a smettere di combattere le mie battaglie. Ma non aveva senso… Ho 23 anni cazzo! Io questo mondo, a mio modo, posso ancora cambiarlo; io posso ancora lottare per i miei ideali e anche se sarò da solo niente e nessuno mi fermerà dal farlo.

E’ con questa convinzione che da oggi questo blog diventerà, se possibile, ancora più duro nei confronti di chi non rispetta l’essere umano, di chi lo prende in giro, di chi abusa della sua credulità e della sua ignoranza.

E allora ecco che vi parlerò di una ragazza che da 16 anni è costretta a “vivere” in un letto d’ospedale e che oggi finalmente potrà essere liberata dal suo calvario. La sua storia è passata alle cronache giornalistiche dopo che il padre ha chiesto per anni che la figlia fosse lasciata libera di morire in pace, secondo quelle che sarebbero state le sue volontà. Per chi non conoscesse la storia di Eluana cercherò di riassumerla in poche righe.

E’ un mattino di gennaio, quando la ragazza viene ricoverata a Lecco in coma profondo per un gravissimo trauma cranico riportato in un incidente. Come se non bastasse, la frattura della seconda vertebra cervicale la condanna quasi sicuramente alla paralisi totale. Ma sul momento la cosa più urgente, per i medici, è strappare la ragazza dalla morte. Per questo motivo viene intubata e le vengono somministrati i primi farmaci. I due rianimatori fanno capire chiaramente ai genitori che in questi casi non resta che attendere il decorso delle successive 48 ore, per vedere come reagisce Eluana.
Niente, la ragazza continua a vegetare. Dimessa dalla rianimazione nell’aprile 1992, viene portata in un altro reparto dell’ospedale di Lecco, dove è sottoposta a una serie di stimoli, nella speranza di un sempre più improbabile “risveglio”. Intanto il padre, consigliato dal primario del reparto di rianimazione Riccardo Massei, chiede un consulto a vari specialisti. Ma il verdetto è sempre lo stesso: bisogna aspettare. Il lavoro che stanno facendo all’ospedale di Sondrio – dove Eluana viene trasferita nel giugno 1992 – è ineccepibile. Poi la solita frase: “La speranza è l’ultima a morire”.
In realtà la speranza si riduce ben presto a zero. Infatti dopo dodici mesi è possibile fare una diagnosi definitiva e sicura di stato vegetativo permanente, ossia irreversibile. La regione superiore del cervello (corteccia), compromessa come nel caso di Eluana da un trauma oppure da un’emorragia, va incontro a una degenerazione definitiva. E con essa tutte le funzioni di cui è responsabile: dall’intelletto agli affetti, e più in generale alla coscienza.
Il limite dei dodici mesi è dato per assodato a livello internazionale. Tanto che, passato quel periodo, la British Medical Association e la American Academy of Neurology sostengono la legittimità di sospendere nutrizione e idratazione artificiale. Ma non in Italia, dove la maggior parte dei medici non si azzarda ancora a dire chiaramente che tenere in vita più a lungo questi pazienti possa essere definito accanimento terapeutico.
Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l’intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto.
Commenta Carlo Alberto Defanti, primario del reparto di neurologia dell’ospedale Niguarda di Milano, che ha visitato Eluana alcuni anni fa: “Malgrado non soffra direttamente per il suo stato, dovrebbe essere chiaro a tutti che la sua condizione è priva di dignità. Di lei rimane un corpo privo della capacità di provare qualsiasi esperienza, totalmente nelle mani del personale che la assiste. La sua condizione è penosa per coloro che la assistono e che hanno ormai perduto da tempo la speranza di un risveglio e per i suoi genitori, che hanno perso una figlia ma non possono elaborarne compiutamente il lutto”.

Dal 1997 parte la battaglia legale del padre di Eluana che chiede insistentemente che vengano rispettate le volontà della figlia. Ma ogni volta i tribunali rigettavano le richieste degli avvocati della famiglia della ragazza fino al 9 luglio 2008, giorno in cui la corte d’appello di Milano si decide ad autorizzare lo stop all’alimentazione forzata con le seguenti motivazioni:

a) è già stata provata l’irreversibilità dello stato vegetativo permanente della giovane ed
b) è dimostrata la convinzione di Eluana, quando era pienamente cosciente, di preferire la morte all’essere tenuta in vita artificialmente senza più capacità percettive e avere contatti con il mondo esterno. 

A questo punto qualcuno ha perso un ottima occasione per starsene zitto e quel qualcuno è Mons.Fisichella che in qualità di rappresentante della santa romana chiesa ha definito il caso come Eutanasia dicendo testuali parole: “Anche il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale”.

Ora, certe parole mi vergogno persino di commentarle, ma visto che vengono da un alto esponente della Chiesa mi sforzerò di essere il meno volgare possibile e proverò a replicare.

Se fossi cattivo augurerei a lui e a tutti quelli che condannano questa decisione, di vivere questa forma di vita ma, visto che uno dei mie principali difetti è quello di essere troppo buono, mi limiterò ad augurare a queste persone di essere giudicate un giorno per queste spregevoli affermazioni, in parole povere di andarsene all’inferno (se esiste).

Quella in cui vive Eluana, come abbiamo visto in precedenza, non è affatto una forma di vita ma piuttosto un incredibile forma di crudeltà nei confronti di un essere umano, una prigione per una povera innocente.

Se fossi cattolico io ora mi preoccuperei visto che per alcuni lo stato di Eluana è il volere di dio e solo lui può decidere di far terminare la vita alla giovane donna. Se è davvero questo infatti il vostro dio, se davvero il suo volere è così crudele nei confronti di un suo figlio, allora io mi discosto per l’ennesima volta dalla sua figura.

Ricordiamoci poi che uno stato deve basare le sue leggi su fatti concreti e per far ciò si deve servire della scienza con le sue dimostrazioni e non di un ipotetico dio creato dagli uomini.

La mia sola speranza è che questo caso venga chiuso in fretta, che la vicenda ritorni nel privato senza stupide strumentalizzazioni e che nessuno e dico NESSUNO, si permetta di andare contro la volontà umana.

E ad Eluana non mi resta che augurarle buon viaggio… Che riposi in pace!

 

 

Lettura laica della Bibbia 3° parte

Abramo si mette poi a riposare nel caldo di pomeriggio e gli appare  Geova (dio chissà dove è andato). E’ così intontito che scambia Geova per tre persone (capito?). Fa accomodare queste persone, gli lava i piedi, gli ammazza un vitello, gli offre latte acido e latte fresco e quei tre, in coro, gli dissero: “’Dov’è Sara, tua moglie?’ Rispose: ‘è là nella tenda’. Geova continuò: ‘ Tornerò da te tra un anno a questa data , e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio’” (19,9 e 10). I tre si sono fatti uno che fa  tutto ciò che già si sapeva meno il ripetere la litania delle promesse. Ora è Sara che, avendo orecchiato, ride. Ride dentro di sé, ma Geova, e come non potrebbe, se ne accorge: “Perché hai riso?” E Sara mente dicendo che non ha riso e Geova gli dice che si …. Insomma un divino battibecco. Prima di chiudere con questo episodio, il mio “capito?” era riferito a molti esegeti cristiani che hanno visto in questo la Trinità (siamo legati a pisolini pomeridiani ed a ubriacature,… che ci possiamo fare?).  

Ora, mentre nel primo racconto dio era salito in alto, in questo secondo racconto i tre si alzano e se ne vanno su una collina a contemplare Sodoma .  

Ed ora, con l’assistenza del dio uno e trino, i malvagi di Sodoma, tornano in scena. E’ Geova che ce lo fa sapere (è tornato uno). Egli dice: “Il grido [non si sa bene di chi] contro Sodomia e Gomorra è troppo grande ed il loro peccato è molto grave: Voglio scendere e vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me: lo voglio sapere!” (18, 20 e 21). Che poveraccio che è Geova: ha sentito dire, è salito per vedere, ora scende per vedere meglio? Ma a scendere sono di nuovo i tre uomini ed Abramo resta vicino a Geova dialogando in modo divertente con lui.

E’ Abramo che inizia a parlare a Geova: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono 50 giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere?” (18,23). Risponde il conciliante Geova: “ Se a Sodoma  (non è chiaro se ora è inclusa Gomorra, n.d.r.)  troverò 50 giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò tutta la città” (18,26). E Abramo inizia il gioco: “ e se ne trovi 45?”.. “e se ne trovi 40?”…. e se ne trovi 10?”…. Geova dice sempre che perdonerà la città. Poi se ne va, salendo in alto e Abramo si ritira a casa.. Intanto due angeli arrivarono a Sodoma sul far della sera e trovano Lot, nipote di Abramo, seduto alle porte della città. Stessa accoglienza che Abramo ha dato ai tre-uno. Ma i sodomiti che avevano visto i due angeli entrare nella casa (tenda) di Lot mostrano di essere veri sodomiti.. Si affollarono davanti alla casa di Lot chiedendo dove fossero “quei due”. Chiedono a Lot di farli uscire perché volevano abusarne. Ma Lot che rispetta l’ospitalità, ha un lampo di genio e offre loro un cambio: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori, e fate loro quel che vi piace!” (19, 7 e 8). Quelli insistono. Preferiscono i due uomini (angeli). Ma gli angeli ora si arrabbiano e con un lampo li abbagliarono, barricandosi poi in casa di Lot . Erano impauriti (?) quelli che tra un poco distruggeranno la città! Consigliano Lot di prendere la famiglia ed andarsene. Perché devono distruggere la città come gli ha detto Geova (fin qui la cosa non la si sapeva). Alle esitazioni di Lot lo spingono dicendogli di non guardare indietro (anche qui?). Gli concedono di fermarsi a Zoar, prima delle montagne.  E “Geova (non i due angeli) fece piovere dal cielo sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco” (19,24). Geova approfitta nel trasformare in statua di sale la moglie di Lot che si era voltata a guardare ( e che volete?). Al mattino Abramo va a vedere il disastro. Tutto bene a parte la moglie di Lot, persa per sempre. Lot se ne va a vivere in una grotta sulle montagne con le due figlie. E qui altre oscenità. “E la maggiore delle due figlie disse alla più piccola:’ non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi… Vieni: facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui così faremo sussistere una discendenza di nostro padre’ “ (19, 31 e 32). Insomma la sodomia fa un poco schifo ma l’incesto e la prostituzione vanno bene  a Geova. E poi, questa gente continuamente ubriaca! Quelle donne, scampate ai sodomiti, “quella notte fecero bere del vino al loro padre, e la maggiore andò a coricarsi col padre; ma egli non se ne accorse” (19,33). Stessa cosa successivamente con l’altra figlia “così le figlie di Lot concepirono dal loro padre” (19,36).

Esse generarono le stirpi dei moabiti e degli ammoniti che “esistono fino ad oggi”. Così, dopo gli israeliti abbiamo avuto gli ismaeliti, figli bastardi di Abramo ed Agar, e poi i moabiti e gli ammoniti figli dell’incesto tra Lot, nipote di Abramo, e le figlie. E’ utile qui far notare che la Bibbia dice tutto e tutto il suo contrario. Nel Levitico (ma anche nel Deuteronomio), infatti si dice: “Nessuno si accosterà ad una consanguinea per avere rapporti con lei” (Lv., 18,7) e (Dt., 27, 22). E’ naturale che si tratta di leggi di epoche diverse. E’ il profeta che è un confusionario pazzesco!

Si tratta ora di passare da Abramo ad Isacco.

Abramo che avevamo lasciato ad osservare la distruzione di Sodoma (tutti ammazzati meno che le figlie di Lot che incestuosamente giacevano col padre ubriaco), non termina qui le sue avventure. Ritorna nei pressi del deserto del Negev dove, di nuovo (ma succederà ancora!) spaccerà la moglie per sorella per averne beneficio in schiavi, terre ed armenti. Il gioco, questa volta è tentato da Abramo con il re Abimelech di Gerar, città nella striscia di Gaza al sud della Palestina. Gli presenta la moglie dicendole che è sua sorella. Sara, ormai pratica, dice che è vero. Ma questa volta interviene l’alternanza di dio e di Geova che, in sogno, spiegano le cose ad Abimelech. Il giorno dopo Abimelech restituisce ad Abramo Sara, senza averla toccata e dicendo lui che avrebbe dovuto dire il vero. Qui l’ipocrita Abramo si scusa con un’altra bugia che dovrebbe confermare in parte che Sara è davvero sua sorella (lo sarebbe solo da parte di padre) ma anche sua moglie. Dopo un poco di chiacchiere “Abimelech prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara” (20,14) mai toccata. A questo punto Abramo dovrebbe essere fustigato da Geova, ma Geova si accontenta di visitare Sara e di fargli fare il figlio promesso. Così nasce Isacco che vuol dire “Dio ha sorriso”. Qui la madre, al  crescere di Isacco, si sbarazza della concorrenza di Ismaele mandandolo nel deserto a divertirsi con l’arco.

Qui vengono fuori altre storie edificanti che ci fanno apprezzare sempre più Geova.

C’è la prova che deve affrontare Abramo, egli deve sacrificare Isacco. Abramo esegue in silenzio, va sul monte con il figlio, prepara un altare, Isacco sta per prendere un agnello ma Abramo prende Isacco e gli mette il coltello al collo. Qui Geova dice all’angelo di fermare Abramo che si ferma. Questo cosa dovrebbe dimostrare? Che a dio si ubbidisce sempre? O che dio è un miserabile? Ognuno decida per sé tenendo però conto che questo episodio è in piena sintonia con con il culto di Astarte e Moloch (e non è il solo: il dio ebraico ordinerà a Mosè “Il primo parto di ogni madre tra gli israeliti, di uomini o animali, esso appartiene a me” – Es. 13/3 “Il signore disse a Mosè: ‘Dirai agli israeliti che chiunque tra di essi sacrificherà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte per lapidazione’ ” – Es. 20/1 -). Intanto Abramo incassa un’altra alleanza. Avrà quella terra, una discendenza numerosa (sempre un poco contorta, ma poco importa) e che questa discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Simpatico Geova, eh? Segue una genealogia della discendenza che, casualmente, non è di Abramo ma di suo fratello Nacor (Gn 22, 20-21) che, a questo punto, non c’entra nulla. Muore la moglie Sara ed Abramo non dispera, intravede il modo di fare nuovi affari. Egli chiede agli Hittiti, nella cui terra si trovava di dargli in proprietà un sepolcro. Quando glielo danno gratis egli lo vuole pagare e sa il perché:” Così il campo di Efron…, il campo e la caverna che vi si trovava con tutti gli alberi che erano dentro il campo e intorno al suo limite, passarono in proprietà di Abramo… Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Hittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale” (23, 17-20). E su questa proprietà sepolcrale si comincia a compiere la promessa ripetuta infinite volte da Geova, di dare una terra agli eredi di Abramo.

 

Ovviamente continua…