Ipotesi

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

  

Probabilmente non avrete notato nulla di strano in questo discorso, forse perchè non c’è nulla di strano se non che descrive perfettamente la realtà della scuola italiana odierna.

Bene, qualcosa di strano invece c’è eccome; perchè queste parole furono pronunciate da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della scuola nazionale, a Roma, nel lontano 11 febbraio 1950!

Un veggente?!

Lettera ad un poliziotto

Non commenterò, almeno per ora, le varie manifestazioni studentesche che si stanno svolgendo in tutta Italia e che stanno riguardando ogni grado di istruzione, dalle scuole primarie all’Università. Esprimo solamente la mia solidarietà a quegli studenti che in questi giorni si stanno battendo contro i vari decreti legge di questo governo che sembrano avere come unico obiettivo quello di distruggere il sistema scolastico e universitario nazionale.
Vi lascio invece un testo molto interessante e toccante che ho trovato sul forum della mia università, leggetelo e riflettete!
 

Lettera a un poliziotto

Caro agente,
quando domani i tuoi capi ti inviteranno a sgomberare l’Università in cui è iscritta tua figlia, o tuo figlio, per un attimo chiudi gli occhi, prima di alzare il manganello e iniziare la repressione.
Guardali, i tuoi figli, barcamenarsi tra un presente incerto e precario e la pura bellezza dei loro sogni, mentre studiano, lavorano e si sacrificano in strutture fatiscenti, con poca qualità e mezzi ancor inferiori, per costruirsi il loro futuro.
Pensa, caro poliziotto, a quanti sacrifici, quante notti di lavoro, quali rischi e quanta fatica hai affrontato tu, per permettere loro una vita migliore.
E pensa, caro poliziotto, per un attimo solo, alle ragioni della loro generazione: vittima della precarietà lavorativa, e quindi economica ed esistenziale. Pensa a come la scuola e l’università siano l’unico mezzo, per chi non ha soldi e santi in Paradiso, per garantire, come hai fatto/stai facendo tu, una possibilità di futuro più dignitoso ai propri figli.
Pensa, fratello agente, a come qualcuno ti sta usando e strumentalizzando, per sostenere altre ragioni. Quelle di una scuola di serie A in mano ai privati, che potranno permettersela, e una scuola di serie B, per tutti i poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera e che avranno come figli altri poveri cristi che lavoreranno dalla mattina alla sera senza potersi costruire nulla di diverso.
Non ti chiedo caro poliziotto di venire meno agli ordini che ti daranno.
Non puoi.
Ma quando tornerai a casa la sera, dopo aver compiuto il tuo crudele dovere, guarda negli occhi tua figlia, tuo figlio. E con tutto il coraggio che hai dimostrato nel corso della tua vita onesta, sussura loro poche parole: “Scusatemi, sono con voi”

 

 

PASSATE PAROLA

Oggi ringrazierò dei giornalisti perché qualcuno ce l’abbiamo ancora, per fortuna.
E meno male perché così non ci sentiamo inutili. Il primo giornalista che vorrei ringraziare è Milena Gabanelli.
Non soltanto per la splendida puntata di Report di ieri sera, in cui abbiamo visto crollare, alla seconda o terza domanda, il grande patriota Colaninno che doveva salvare l’Alitalia.
Ieri sera abbiamo appreso che ancora non c’è niente di deciso, che il prezzo che loro offrono per rilevare la parte sana dell’Alitalia è tutto da verificare.
Ma soprattutto abbiamo appreso che il famoso impegno a non vendere da parte dei sedici patrioti della cordata CAI in realtà è una balla.
Quando la Gabanelli ha messo il piano della CAI sotto il naso di Colaninno chiedendogli dove sta scritto l’impegno dei sedici soci a non vendere, Colaninno si è messo a ridere, come dire “lo sai anche tu che c’è!”.
Però non è riuscito a trovarlo nemmeno lui.
Abbiamo anche appreso che la ragione sociale della CAI, fino a questo momento, è quella di trattare passamanerie, che non mi pare siano sinonimo di aerei.
Ma la Gabanelli va ringraziata soprattutto, insieme a Giovanna Bursier che curava il servizio sull’Alitalia, per avere scoperto ciò che nemmeno l’opposizione parlamentare aveva scoperto.
Voi direte: “beh, ci vuol poco… l’opposizione praticamente non esiste…”.
Pensate che quando Di Pietro ha votato no alla costituzionalità del decreto Alitalia, il Partito Democratico non ha trovato di meglio che astenersi.
Si astengono addirittura sulla porcata Alitalia.
Bene, in questo decreto all’ultimo momento, come al solito, era stato inserito con il parere favorevole del governo – questo dice il resoconto stenografico dell’Aula – un emendamento che i giornali hanno chiamato salva-Tanzi, salva-Cragnotti, salva-Geronzi.
Il problema è che con tutti i governi ombra, tutti i cervelloni che ci sono all’opposizione, ma anche con tutti i cervelloni che ha Tremonti nella sua testa e intorno a se, nessuno si è accorto che il governo aveva dato via libera a questo emendamento che stabiliva il colpo di spugna su tutti i processi per bancarotta, anche fraudolenta.
Per essere penalmente responsabili quelli che hanno mandato in vacca le loro società o quelle che amministravano, bisogna che queste società vengano dichiarate in stato di fallimento.
Cosa che di solito non succede mai, soprattutto nei casi più gravi: c’è l’insolvenza ma poi non si arriva al fallimento perché ci sono pratiche di amministrazione controllata o concordata per cui, come Parmalat, la società viene ripresa per i capelli e salvata da commissari come Bondi o, come nel caso dell’Alitalia, da commissario Fantozzi.
Quando non c’è la dichiarazione di fallimento non si può procedere per bancarotta nei confronti degli amministratori che hanno portato al crack.
Questo era l’emendamento, clamoroso, che persino esponenti dell’opposizione, che sono i poveretti che voi vedete, avrebbero potuto notare se leggessero le leggi alle quali dovrebbero opporsi.
Invece passano le loro giornate a fare non si sa bene che cosa, pagati da noi, e non leggono nemmeno le leggi che noi li abbiamo mandati lì apposta per controllare e a cui dire di no, quando sono scandalose come in questo caso.
Per fortuna, una giornalista – Giovanna Boursier insieme a Milena Gabanelli – ha scoperto questo, hanno anticipato la notizia a Repubblica e questa legge è stata frettolosamente ritirata.
Pensate: se l’opposizione esistesse avrebbe avuto un’autostrada.
I suoi rappresentanti che vanno tutte le sere a infestare i programmi televisivi avrebbero potuto alzarsi e dire: “signori, noi con questa gente non vogliamo nemmeno più farci vedere nello stesso salotto televisivo, perché qualcuno potrebbe scambiarci gli uni con gli altri.
Sappiate che questi signori stanno cercando di salvare i responsabili dei crack Cirio, Parmalat, ecc”.
Per non parlare del salvataggio preventivo del crack Alitalia, perché voi sapete che la procura di Roma sta lavorando sui bilanci degli ultimi anni dell’Alitalia e l’Alitalia, checché se ne dica, non esiste più.
E’ stata già dichiarata l’insolvenza.
Magari qualcuno potrebbe pagare ma questa legge salvava anche ex post gli amministratori dell’Alitalia, oltre a Tanzi, imputato per il crack Parmalat, a Cragnotti e i suoi per il crack Cirio.
E il banchiere Geronzi – che abbiamo visto entrare trionfalmente a Palazzo Chigi l’altro giorno per salvare la finanza italiana e forse quella mondiale, coccolato dal governo Berlusconi e Tremonti – imputato sia per la Cirio che per la Parmalat.
Oltre a essere già stato condannato per un terzo crack, quello dell’Italcase.
Si salvavano tutti.
Pensate che opportunità aveva l’opposizione per riguadagnare punti e screditare un governo così. Invece no: zitti, dormienti.
Ha scoperto tutto una giornalista.
Qualcuno ritiene che il silenzio non fosse così casuale. Qualcuno ha ritenuto che fosse un silenzio complice, che questi signori sapessero cosa stava facendo il governo.
Ma sapete com’è: Geronzi è uno che piace al centrosinistra perché prima ha sistemato i debiti di Fininvest-Mediaset, poi quelli dei DS.
Insieme alla famiglia Angelucci, quella proprietaria di cliniche nel Lazio, nell’Abruzzo, nella Puglia, spesso convenzionate con le regioni.
La famiglia Angelucci pubblica due giornali: Libero, di Vittorio Feltri, e il Riformista.
Sono giornali che paghiamo anche noi, perchè oltre che essere pagati dagli Angelucci hanno pure il finanziamento non perché siano organi di partito ma perché sono organi di finti partiti.
La famiglia Angelucci è legata mani e piedi al banchiere Geronzi.
Sarà un caso, ma dopo che l’altra sera ad Annozero abbiamo osato raccontare chi è il banchiere Geronzi, immediatamente, il giorno dopo, il Riformista ha sparato contro Annozero.
Il riformista di Angelucci in difesa di Geronzi.
C’è chi sostiene, dunque, che per questi rapporti trasversali che ha, tutto il Parlamento si sia messo a cuccia quando il governo ha deciso di salvare Geronzi, oltre a quelli di Alitalia, Parmalat e Cirio.
Anche perché il banchiere Geronzi è difeso dall’avvocato di D’Alema, l’ex senatore DS Guido Calvi, che fin che stava in Parlamento aveva lo stesso conflitto di interessi che hanno Ghedini, Pecorella e gli altri che si occupano di giustizia come legislatori e come difensori di imputati eccellenti.
Grazie a Milena Gabanelli, questa manovra è stata sventata.
Alla fine l’insipienza o la mascalzonaggine di alcuni esponenti del centrosinistra ha fatto sì che ad avvantaggiarsi della legge pro Tanzi, Geronzi, Cragnotti, pro distruttori di Alitalia fosse Tremonti.
Tremonti ha fatto un figurone perché lui, rappresentante del governo che aveva dato l’ok a questa porcata, ha detto: “o la ritirare o mi ritiro io”.
Come se si rivolgesse ad altri e non alla sua coalizione e al suo governo.
Insomma, è sembrato che il vero avversario di questa porcata non fosse l’opposizione ma Tremonti, cioè il governo.
Pensate in che mani è l’opposizione in Italia.
Il tutto, comunque, è stato sventato grazie all’intervento di due giornalista come Giovanna Boursier e Milena Gabanelli e questo dimostra che, per fortuna, quando i giornalisti fanno il loro mestiere servono, molto.
Pensate, se fosse passata questa legge, che cosa ne sarebbe stato del processo che sta per concludersi a Milano a carico di Tanzi e delle banche americane che pilotavano la Parmalat per portarla sempre più nel gorgo del fallimento.
Va ringraziata un’altra giornalista: Liana Milella.
Questa mattina, su Repubblica, ci racconta della nuova legge ad personam.
Ormai la fabbrica delle leggi ad personam è quotidiana, sforna ogni giorno un prodotto sempre più mostruoso e deforme.
Cambia la “personam”, nel senso che ogni giorno bisogna salvarne una tra gli amici degli amici, ma la formula è sempre la stessa.
C’è un problema da risolvere a Tizio, Caio, Sempronio? Si fa una legge e glielo si risolve.
Abbiamo avuto, in questa legislatura – proprio oggi si compiono i sei mesi dalle elezioni di Aprile – in questi sei mesi abbiamo già visto sei leggi ad personam tentate o approvate.
Si è partiti con la salva Rete4, la personam era Berlusconi mentre quella da danneggiare era Di Stefano, Europa7.
Subito dopo la blocca processi: bisognava bloccare il processo Mills e qui la personam da salvare era di nuovo Berlusconi.
Dato che poi i processi da bloccare erano 100.000, sapete che si è arrivati a un compromesso: blocchiamo solo quelli della personam e non quelli delle altre personas e si è fatta la legge Alfano.
Che qualcuno chiama “lodo”, ma non lo è: il lodo è una soluzione concordata. Qui non c’è niente di concordato, viene imposta dall’alto: chiamiamolo “porcata Alfano” e firmiamo ai banchetti dell’Italia dei Valori e degli altri che l’hanno sostenuto, questa raccolta.
Più siamo meglio è: non lasciamoci fregare dal tetto delle 500.000 firme. Devono essere milioni, bisogna far capire che siamo milioni di persone, che ci teniamo all’uguaglianza dei cittadini e alla Costituzione. Terza legge.
Quarta legge: la legge pro Matteoli.
Voi sapete che è intervenuto l’avvocato Consolo con una norma che stabilisca che i ministri o gli ex ministri sotto processo non possano essere processati senza l’autorizzazione del Parlamento.
Oggi è così solo per i reati legati alle funzioni ministeriali, in futuro, secondo questa porcata, dovranno passare al vaglio del Parlamento anche i processi per fatti completamente estranei o addirittura precedenti alla carica ministeriale.
La quinta è la legge pro Tanzi, Cragnotti, Geronzi.
La sesta è quella che Liana Milella ci rivela questa mattina su Repubblica.
Qui, per fortuna, qualcuno dell’opposizione se n’è accorto.
Soprattutto due rarissimi parlamentari che se ne intendono: Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson, ex magistrati entrambi.
Che cosa hanno scoperto? Che l’altro giorno, infilato nella norma che incentiva i magistrati che si recano nelle sedi disagiate con aumenti di stipendio, hanno inserito un piccolo codicillo che abroga una norma approvata nel 2007 dal governo Prodi.
Cosa diceva quella norma? Che i magistrati non possono ricoprire incarichi direttivi oltre i 75 anni se sono stati reintegrati in base alla legge che consentiva ai funzionari pubblici, sospesi o dimissionari per processi o condanne, che poi venivano assolti e potevano essere reintegrati.
In caso di reintegro, comunque il magistrato non può ricoprire incarichi direttivi se ha compiuto 75 anni.
Uno dirà: “ma di chi stanno parlando? Fate nomi e cognomi!”.
Chi è il magistrato che è stato reintegrato dopo che si era dimesso perché era stato condannato, poi era stato assolto ed è ritornato in carica e ha compiuto 75 anni? Non ce ne sono mica tanti: ce n’è uno.
Si chiama Corrado Carnevale.
E’ una vecchia conoscenza, soprattutto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lo consideravano l’avversario numero uno.
Subito dopo la mafia c’era colui che alla presidenza della prima sezione penale della Cassazione si incaricava di cassare, annullare, decine di sentenze di condanna emesse dai giudici di Palermo nei confronti dei capi mafia.
Ma non solo di quelle di Palermo: assolveva anche i clan processati e condannati a Torino, ad esempio.
Sempre con cavilli, virgole mancanti, timbri incompleti. Era il re del garbuglio. Lo chiamavano “l’ammazza sentenze”.
Secondo alcuni testimoni, suoi colleghi in Cassazione e alcuni pentiti di mafia questo signore non annullava le sentenze perché andavano annullate ma perché era d’accordo con la mafia.
Si è fatto un processo, Carnevale è stato assolto in primo grado, condannato in appello e poi la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza.
Senza rinvio vuol dire che non ha disposto un nuovo processo in appello, come spesso avviene, ha annullato definitivamente stabilendo che le prove utilizzate dalla Corte d’Appello, quelle decisive, non erano più utilizzabili.
Come mai? Dei colleghi di Carnevale in Cassazione, che raccontavano di come lui facesse pressioni per ottenere l’annullamento delle condanne dei mafiosi anche quando non c’entrava niente perché non presiedeva il collegio – figurarsi quando lo presiedeva… c’erano racconti di suoi colleghi che dicevano: “quando eravamo in camera di consiglio lui ci diceva di annullare”. Ma anche quando non era in camera di consiglio chiamava alcuni colleghi e diceva: “mi raccomando, annullate”.
La Corte ritiene utilizzabili queste dichiarazioni nel senso che ritiene, come si era sempre ritenuto fino a quel momento, che se in camera di consiglio dove vige il segreto più assoluto – nessuno può rivelare cosa succede in camera di consiglio – si commettono dei reati, metti che il presidente malmena uno degli altri giudici, il giudice quando esce con l’occhio nero potrà dire “mi ha menato il presidente”… anche se la camera di consiglio è segreta, se si tratta di scoprire se sono stati commessi dei reati e chi li ha commessi si può divulgare cosa è avvenuto.
La Cassazione, sconvolgendo e ribaltando questa impostazione originaria, ha detto no: “non si può rivelare nulla della camera di consiglio, nemmeno quando si tratta di processare qualcuno per qualcosa fatto all’interno della camera di consiglio”.
Quindi ha dichiarato inutilizzabili le dichiarazioni dei magistrati di cassazione che dichiaravano di aver subito pressioni in camera di consiglio da Carnevale.
Quindi, se la prova non vale più perché sono cambiate le regole durante la partita è evidente che a quel punto Carnevale, anche per questo motivo, è stato assolto.
La Corte non si è accorta di un altro fatto: alcuni colleghi di Carnevale, che lo accusavano, non raccontavano di pressioni avvenute dentro la camera di consiglio.
Raccontavano di pressioni che faceva quando non stava in camera di consiglio, perché non presiedeva il collegio.
Erano pressioni avvenute fuori e dovrebbero essere utilizzabili.
Han fatto un fritto misto, han messo tutto dentro, hanno detto che era tutto inutilizzabile e, anche per questo motivo, Carnevale è stato assolto.
A questo punto, dopo la condanna in appello, si era dimesso dalla magistratura, altrimenti il CSM l’avrebbe comunque sospeso o cacciato.
Dopo che la Cassazione lo ha assolto, lui ha ottenuto una legge per poter rientrare in magistratura dopo che si era messo in prepensionamento.
Legge che ha approvato la maggioranza di centrodestra nel 2003, con voti delle solite teste di cavolo di una parte del centrosinistra che quando si tratta di dare una mano nelle porcate non si tira mai indietro.
Questa maggioranza trasversale riportò Carnevale in magistratura, alla Cassazione, a presiedere una sezione della Cassazione.
Per il momento sezione civile, prima stava nel penale.
Ma non è che l’assoluzione della Cassazione cancella i fatti.
Per esempio, indagando su di lui i magistrati di Palermo l’avevano intercettato per un certo periodo e l’avevano sentito, subito dopo la morte di Falcone e Borsellino, parlare di loro con dei suoi colleghi.
Carnevale, in quelle telefonate intercettate, li chiamava – Falcone e Borsellino, i martiri dell’antimafia – “i Diòscuri”, come se fossero Castore e Polluce.
Li prendeva in giro, da morti. Diceva che erano “due incapaci, con un livello di professionalità prossimo allo zero”.
Chiamava Falcone “quel cretino”, “faccia da caciocavallo” – cioè faccia da culo, detto molto chiaramente, è un modo di dire siciliano – e aggiungeva: “io i morti li rispetto, ma certi morti no”.
Falcone e Borsellino manco da morti, li rispettava.
Aggiungeva: “a me Falcone non è mai piaciuto”. Poi insinuava che Falcone avesse messo sua moglie, Francesca Morvillo morta anche lei a Capaci, nella corte d’Appello di Palermo per far confermare le condanne che Falcone otteneva in primo grado.
Lo accusava di aggiustare i processi, diceva al telefono, per “fregare qualche mafioso”. Secondo lui condannare i mafiosi significava fregarli.
Questo lo diceva lui. Tant’è che quando l’hanno interrogato gli hanno chiesto: “ma lei conferma le cose che ha detto?” “Si si, io contro di loro ho un’avversione che non è venuta meno neanche dopo che la mafia li ha ammazzati”.
Questo è il soggetto che in base a questa legge è tornato in Cassazione.
Ma c’era questa norma, fatta dal centrosinistra, che almeno ci metteva al riparto dalla beffa delle beffe. Carnevale è più vecchio di tutti proprio perché l’hanno reintegrato quando era over quota.
Il fatto che sia il più anziano degli altri lo pone in vantaggi in un’eventuale corsa alla presidenza della Cassazione.
Adesso un presidente c’è, si chiama Carbone, ma va in pensione nel 2010 e Carnevale lascerà la Cassazione nel 2013, quando avrà 83 anni.
Dagli 80 agli 83 anni, quando andrà in pensione Carbone, chi sarà il candidato unico, il più anziano, che ha più titoli per diventare primo presidente della Cassazione, il magistrato più importante d’Italia, quello che sta al vertice della piramide della magistratura sopra il quale non c’è più niente?
Sarà Carnevale.
In base a questa legge che stabilisce che anche se ha compiuto 75 anni ed è stato reintegrato, può diventare dirigente di un ufficio. Può diventare il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione.
Così quando un famoso annullatore di sentenze come questo andrà a presiedere la Cassazione, tutti quelli che hanno delle sentenze che stanno per arrivare in Cassazione e che sperano che siano annullate, avranno buone speranze di ottenere il loro bravo annullamento.
Questa è la sesta legge ad personam che passa in Parlamento.
Vi preannuncio che ne avremo presto, probabilmente, una settima.
Adesso devono rinnovare la Corte Costituzionale perché c’è un membro che si è dimesso da un anno e mezzo. E’ un ex avvocato di Berlusconi, si chiama Vaccarella.
Era il civilista di Previti e Berlusconi. Si è dimesso un anno e mezzo fa, non l’hanno ancora sostituito ma ora c’è un pressing per sostituirlo.
Con chi lo sostituiranno? Il candidato favorito è il penalista di Berlusconi, l’avvocato Pecorella, che sta in Parlamento.
L’avvocato Pecorella è però imputato a Milano per favoreggiamento nei confronti di Delfo Zorzi, a sua volta imputato a Brescia per la strage di Piazza della Loggia.
Secondo l’accusa, Pecorella e l’avvocato di un pentito, Martino Siciliano, avrebbero pagato questo pentito per ritrattare le accuse a Zorzi sulle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia.
Di qui per entrambi, l’altro si chiama Maniacci, l’accusa di favoreggiamento nei confronti di un imputato di strage.
Non era mai capitato nemmeno in Italia che un imputato di favoreggiamento di un presunto stragista venisse promosso a giudice costituzionale.
Ma quando lo diventasse, pensate cosa succederebbe: avremmo un giudice costituzionale che ogni tanto va a un processo dove deve rispondere di favoreggiamento nei confronti di un presunto stragista.
A quel punto ricominceranno a dire che non solo per il capo del governo, dello Stato, per i presidenti di Camera e Senato ci vuole quella tranquillità, che sicuramente uno che ha dei processi non può avere per svolgere il suo mandato, ma anche per i giudici costituzionali bisogna prevedere l’immunità almeno durante l’esercizio delle funzioni.
Quindi si tornerebbe indietro, al lodo Schifani che diversamente dal lodo Alfano immunizzava anche il presidente della Corte Costituzionale e perché no, a quel punto, tutti i suoi membri, come inizialmente voleva fare Alfano.
Voi vedete come una legge ad personam ne figlia tante altre.
E’ come una smagliatura che se non viene immediatamente rammendata comincia a dilatarsi e diventa una voragine.
Ecco perché la smagliatura, cioè il Lodo Alfano, fa immediatamente ricucita con l’abrogazione o per via referendaria o per via del respingimento della Corte Costituzionale, perché a furia di fare una legge ad personam dopo l’altra alla fine le uniche “personas” che non otterranno mai giustizia saremo noi cittadini comuni.
Passate parola.”

 

Marco Travaglio

Lettura laica della Bibbia 5° puntata

A grande richiesta  ritornano le avvincenti storie di Abramo e company… Ecco a voi la quinta puntata!
 

E veniamo alle nozze di Giacobbe, altro episodio altamente educativo.

 

Abbiamo già detto che si ripete una storia nota. Giacobbe incontra una ragazza al pozzo la bacia e poi le dice di essere suo cugino. Condotto a casa lo zio Làbano lo accoglie dicendogli che "Tu sei mio osso e mia carne", stesse parole usate per certificare che Eva era cosa di Adamo. Làbano non può essere così tranquillo, altrimenti dove vanno i pregi della discendenza?  Cosa ti combina il vecchietto?

Egli ospita Giacobbe dandogli lavoro. "Ora Làbano aveva due figlie: la maggiore si chiamava Lia  e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme ed avvenente di aspetto, perciò Giacobbe amava Rachele.  Disse dunque: ‘io ti servirò per sette anni in cambio di Rachele, tua figlia minore’ " (29,16-18). Conclusi i patti e fatto il banchetto nuziale inizia l’imbroglio di Labano che è una sorta di antesignano del contrappasso dantesco. "Quando fu sera, Làbano prese la figlia Lia e la condusse da lui [Giacobbe] ed egli si unì a lei … Quando fu mattina … ecco, era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: ‘che mi hai fatto?’ " (29,16-18). Lo zio chiuse la discussione di rito, analoga a quella di Abramo con il faraone e di Abramo con Abimelech, con un accordo "ragionevole" fra gentiluomini, dicendo a Giacobbe:" Finisci questa settimana nuziale poi ti darò anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni" (29,27). Così Giacobbe si ritrova con due mogli (e 14 anni di lavoro per lo zio!) e ciò, naturalmente, sarà fonte di rivalità, anche perché Giacobbe amava dilettarsi anche con le schiave. Dopo qualche tempo si ritrovò con 12 figli maschi, così distribuiti: 6  con Lia, 2 da Bilha, schiava di Rachele, due da Zilpa schiava di Lia, e 2 soli da Rachele (dei quali due, il secondo, molto tardi). Da questi dodici maschi discenderanno, con i soliti pasticci del profeta, le dodici tribù di Israele (nome che ancora non esiste). A differenza dei discendenti di Abramo, tutta la discendenza di Giacobbe sarà considerata ebrea, anche se nata da mescolanze con schiavi. Non sono invece considerati ebrei i figli dell’ultralegittimo Esaù.

 

Non abbiamo i dettagli amorosi di Giacobbe. Solo poche cose, tra le quali merita di essere raccontata la nascita di Issacar, figlio di Giacobbe che sarà definito (in accordo con gli epiteti dell’epoca) un somaro.

 

Ruben, figlio maggiore di Giacobbe e Lia, coglie delle mandragole (frutto afrodisiaco conosciuto da secoli ed anche da Machiavelli) e zia (che altra parentela si può reclamare?) Rachele gliene chiede. Interviene mamma Lia per ripetere la solita litigata in famiglia. Lia dice a Rachele che già gli ha voluto togliere il marito e che ora tenta di rubargli anche le mandragole (interessante l’assimilazione di marito e mandragola ed anche l’argomento del marito rubato, n.d.r.). Rachele risponde che gli concede di coricarsi di Giacobbe con lei quella notte in cambio delle mandragole. E chi ha l’afrodisiaco va a letto sola, chi non lo ha va a letto in compagnia. Il figlio concepito quella notte tra Lia e Giacobbe, il quinto, Issacar, risulterà però deboluccio e scomparirà dalle tribù di Israele finirà tra i cananiti e vi resterà. Si è sentita la mancanza della mandragola! E nessuno si preoccupi per le 12 tribù, si conserveranno lo stesso per altra via!

 

Giacobbe decide di tornare dalle sue parti e Làbano gli chiede quanto gli deve (il profeta dimentica che Giacobbe doveva restare a lavorare per 14 anni con la mercede già avuta, le due mogli ma, entrati in questa logica, occorre solo osservare che Làbano si era accorto dell’alleanza tra Geova e Giacobbe). ). Giacobbe dice: "nulla" ma aggiunge in modo dimesso che si accontenta delle pecore nere o chiazzate del gregge (generalmente una piccola percentuale). E qui prepara l’imbroglio allo zio suocero. Scortica, in modo che mostrino parte di anima bianca, rami di platano, pioppo e mandorlo. Li mette vicino all’abbeveratoio (e qui il profeta ci dice una cosa che mi pare fantastica nel fantastico) in modo che le pecore concepiscano agnelli con le "voglie" di chiazzature. Nascono tanti agnelli neri e chiazzati e Giacobbe se ne va fregando il meglio del gregge allo zio suocero. Qui riappare Geova che si mostra preoccupato per i livelli di ira di Làbano. Ma con una chiacchierata da condominio con mogli, figli, zii, riesce a convincerli che è stato lui, Geova, a sottrarre le pecore a  Làbano per darle a Giacobbe. Ma qui le liti continuano e, da condominio, diventano da cortile.

 

In definitiva Giacobbe scappa con le pecore e, per buon peso, Rachele si porta via  gli idoli (forse una specie di reliquie degli antenati) del padre. Ma Làbano insegue e raggiunge. "Perché te ne sei andato senza permettermi di salutare le figlie? e perché mi hai rubato gli idoli?" Di questa ultima cosa Giacobbe non sapeva nulla e dice a Làbano che cercherà nella tenda. Rachele prende gli idoli e li nasconde sotto la sella del cavallo che immediatamente monta. dicendo al padre che non è il caso che la frughi sotto le gonne perché ha le mestruazioni. Il padre, naturalmente non lo fa e, non trovati gli idoli, rifà pace con Giacobbe (certo che è un bonaccione!), alzano insieme un muro di pietre e concordano che sia il confine tra le loro terre giurando Làbano sul dio di Abramo ed il dio di Nacor, e Giacobbe sul terrore di suo padre Isacco (dei diversi ed entità strane). Nella Bibbia vi sono molti dei ed i patriarchi non se ne accorgono ed i profeti non ne fanno mistero, salvo il fatto che tutti dicono di avere un solo dio.

 

Ma torniamo a Giacobbe che era scappato anni addietro dallo zio per sfuggire all’ira di Esaù. Giacobbe decide di andare incontro al fratello per fare pace (come?) ma viene a sapere che Esaù marcia verso di lui con 400 armati. Allora si rivolge a Geova chiedendogli: "salvami dalla mano di mio fratello Esaù, perché io ho paura di lui: egli non arrivi e colpisca me e tutti, madre e bambini!" (32,12). Caspita, di quale madre parla? Sono quattro! Ed i figli, per ora, restano 11. Così Giacobbe pensa di inviare degli schiavi che lo precedano dicendo loro che se incontrano Esaù dicano che sono essi stesi un omaggio di Giacobbe, che viene dopo di noi, per fare pace.

E qui altra suspence. Il discorso passa ad altro per un poco. "Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi 11 figli, e passò il guado dello Iabbok" (32,23) [osservo che ora i conti delle mogli sono ben fatti. Ah! profeta, profeta!]. "Giacobbe restò solo, e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora colpendolo ad un certo punto all’articolazione del femore in modo da sciancarlo" (32,27). A questo punto l’uomo dice a Giacobbe: "Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora!" e Giacobbe gli diceva "non ti lascio andare se non mi avrai benedetto!". E quello a Giacobbe: "Dimmi come ti chiami". E l’altro: "Giacobbe". Ed il primo: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini, ed hai vinto!" (32,28 e 29). Ed arrivati a questo punto davvero ci si chiede se il profeta, lui questa volta, abbia bevuto! Vediamo. Chi è l’uomo? Anticipa il vampiro che si deve ritirare prima della luce? Mena Giacobbe e questi lo trattiene (vabbé, con tante degenerazioni possiamo anche capire il masochismo)? Ma poi gli dice che non è Giacobbe ma è Israele? Mah! Resta il fatto che finalmente compare questo nome: Israele! Da qui discende il fatto pratico che, in ossequio alla sciatica di Giacobbe, non mangiano il nervo sciatico: "gli israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico" (32,33). E tutta questa storia per concludere così? E’ una vera follia. Per dire che non si deve mangiare il nervo sciatico? Resta un dato linguistico importante, israel  in aramaico significa colui che lotta e vince; si tratta di rivendicare questo nome togliendosi di dosso l’eber, l’errante.

 

Ora però ritorna lo sciancato Giacobbe ad incontrare Esaù. Tutto ciò che aveva truffaldinamente rubato allo zio, lo dà al fratello che si tranquillizza. Allora prosegue il viaggio fino a Sichem e compera in contanti un terreno nelle vicinanze "dai figli di Camor, padre di Sichem" (un figlio di suo padre?). Altra patria comprata, in analogia con quanto fatto da Abramo. Viene ora una storia esemplare che vede protagonista Giacobbe-Israele in quel di Sichem. "Dina, la figlia che Lia aveva partorito a Giacobbe [settima ed unica femmina, ndr], uscì a vedere le ragazze del Paese. Ma la vide Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel paese e la rapì, si unì a lei e le fece violenza" (34,1). Ma il profeta ci dice che però era un bravo ragazzo: "egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto" (34,3) quindi chiese al proprio padre Camor: "prendimi in moglie questa ragazza". Giacobbe, saputo della violenza alla figlia si indigna ed aspetta il ritorno degli 11 figli maschi che :"ne furono addolorati e si indignarono molto … così non si doveva fare!". Ma arriva Camor (con Sichem) e tenta il matrimonio riparatore. Ma qui viene fuori la doppiezza spietata di Giacobbe. I figli di Giacobbe, parlando con "astuzia" dicono: "Non possiamo fare questo, dare cioè la nostra sorella ad un uomo non circonciso, perché ciò sarebbe un disonore per noi. Solo a questa condizione acconsentiremo alla vostra richiesta, se cioè voi diventerete come noi, circoncidendo ogni vostro maschio. Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo" (34,14-16). Un patto all’antica per pacificare due tribù. Sichem ed i suoi accettarono facendosi circoncidere (qui occorre ricordare che nelle istruzioni che Geova aveva dato sulla circoncisione vi era il fatto che essa doveva avvenire all’ottavo giorno di vita, infatti per gli adulti è una operazione fastidiosa e dolorosa). A tre giorni dalla circoncisione, quando tutti i maschi della città di Sichem "erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi [presumibilmente con servi e schiavi armati, n.d.r], fratelli di Dina, presero ciascuno una spada, entrarono nella città con sicurezza e uccisero tutti i maschi" (34,25). Poi tutti "i figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città, perché quelli avevano disonorato la sorella" (34,27). Qui si tratta di un vero atto di terrorismo e barbarie. Perché coinvolgere tutta la città e non prendersela eventualmente con la famiglia dello stupratore? Tant’è! alla fine vi è pure il saccheggio dei beni e degli animali della città con la riduzione in schiavitù degli abitanti. Ma dove era Geova? Tutto bene? Inoltre: ma  che popolo ha eletto tale dio? oppure: ma che dio ha un tale popolo? Assistiamo alla prima strage che il popolo di Geova realizza per impadronirsi di terra "promessa". Poiché manca sia Geova che dio, è Giacobbe che dice qualcosa: "Allora Giacobbe disse a Simone e a Levi: ‘Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi odioso agli abitanti del paese …, mentre io ho pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi vinceranno, ed io sarò annientato con la mia casa’ " (34,30). Quindi nessun ripensamento morale ma solo un calcolo opportunistico al quale i figli rispondono: "Si tratta forse la nostra sorella come una prostituta?" Eh, è proprio ciò che hanno fatto i vari patriarchi incontrati. Prostituivano le mogli spacciandole per sorelle.

 

Prima di passare al figlio di Giacobbe, Giuseppe, altre piccole notiziole sugli altri figli (Ruben e Giuda) e sulla fine dello stesso Giacobbe. Intanto iniziamo con la nascita dell’ultimo figlio di Rachele, Beniamino, non avrà storia oltre a completare a 12 i capostipiti delle tribù di Israele (una parte di storia sarà riservata alla sua discendenza), morirà invece sua madre, Rachele, nel parto.

Ruben, primogenito di Lia, "mentre Israele [si tratta evidentemente di Giacobbe, qui chiamato con quell’altro nome uscito in quell’incubo notturno, n.d.r] abitava in quel paese, Ruben andò ad unirsi con Bilha, concubina del padre ed Israele lo venne a sapere" (35,22). Intanto è di interesse notare le molte funzioni di Bilha. Ella è una volta schiava, una volta moglie ed una volta concubina. E’ anche la madre di di due fratellastri e coeredi di Ruben (Dan e Neftali). Quindi qui è anche l’amante del figlio della persona della quale era concubina. Sono solo di questo tipo i rapporti da quelle parti. Ma cosa dice il babbo? NIENTE, almeno per ora! Il profeta qui rifà la genealogia rifacendo morire Isacco (a 180 anni) che già era morto.

 

La storia di Giuda, quarto figlio di Lia, non può essere da meno. Egli sposa una donna non del clan, ma del paese di Canaan, Chira. Da Chira ebbe tre figli: al primo, Er, dà in moglie Tamar ma questi entra in conflitto con Geova (il motivo non è dato) e Geova lo fa morire senza eredi. A questo punto, secondo una legge del luogo che non ci era stata comunicata, la vedova viene data in sposa al secondogenito di nome Onan (proprio quello da cui …). La legge prevedeva anche che se gli fosse nato un figlio, questi avrebbe ereditato le sostanze del primogenito morto; in caso contrario queste sarebbero passate a lui (capito?). "Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra" (38,9). Oggi si direbbe che praticava il coitus interruptus, ma ciò che faceva fu confuso con la masturbazione chiamata appunto onanismo dal suo nome. La cosa non piacque a Geova e fece morire pure lui. Il tutto venne inteso dal padre Giuda  come colpa di Tamar che, naturalmente, viene rimandata a casa. Ma la storia continua con sottile perversione. Tamar, tornata al suo paese, sapendo che Giuda deve recarsi da quelle parti, si veste da prostituta e subito riesce a concupirlo (tutto normale, no?). Il pagamento della prestazione prevede un capretto. Giuda non lo ha e lascia in pegno a Tamar il sigillo, il cordone ed il bastone. Ritornato per darle il capretto e riavere i pegni, Giuda non trova più Tamar. Tre mesi dopo viene a sapere che Tamar fa la prostituta (aveva trovato la cosa interessante) ed è rimasta incinta. Egli si arrabbia e … ordina che sia bruciata viva! Lei allora le dà indietro i pegni e Giuda dice che "’essa è stata più giusta di me’. E non ebbe più rapporti con lei" (38,26). Ma (e qui si scopre che Tamar era incinta di Giuda) da quell’incontro tra suocero e nuora nel bordello nascono due gemelli che fanno una specie di danza per uscire in modo che non si capisce chi è il primo e chi il secondo. Uno Perez, da cui discenderanno Davide e Gesù, e l’altro Zerach.

 

Continua…