Lettura laica della Bibbia 6° puntata

E ritorniamo ora alla linea principale di discendenza di Giacobbe, Giuseppe. Egli, in Palestina, “pascolava il gregge coi fratelli, e stava con i figli di Bilha e di Zilpa, mogli di suo padre”. Giuseppe diventerà più esperto del padre a sognare solo che quando i sogni li farà lui, li capiranno gli altri; quando li faranno gli altri, li capirà lui.

Veniamo ora ai primi due sogni, tanto per cominciare. Nel primo, mentre insieme ai fratelli lega il grano sul campo, il suo covone sta ritto in mezzo e gli altri gli si prostrano intorno. Nel secondo sono  il sole, la luna e gli astri a prostrarglisi. Anche il padre (che non viene chiamato dal profeta perché, immagino, a questo punto non sa come chiamarlo: Giacobbe o Israele?) intuisce qualche raggiro e dice: “Che sogno è questo che hai fatto? Dovremmo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci davanti a te?” (37,18). I fratelli si ingelosirono ed un giorno vedendo arrivare Giuseppe al pascolo “si dissero l’un l’altro: ‘ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna!’ ” (37,19 e 20). E’ così che si usa, no? E, detto fatto,  lo spogliano e lo gettano nudo in una cisterna. L’arrivo di una carovana (di ismaeliti, i cugini discendenti da Abramo ed Agar) non fa portare a termine i propositi assassini. Allora Giuda ebbe l’idea di vendere Giuseppe ai carovanieri e, con un pastrocchio sempre più impicciato di racconto, alla fine Giuseppe viene venduto per “venti sicli d’argento”. E Giuseppe fu condotto dalla carovana, in Egitto, come schiavo. Al padre Giacobbe fu portata la sua tunica sporcata di sangue di un caprone e gli fu detto che Giuseppe era stato divorato da una belva, ed il padre lo pianse. Nel frattempo Giuseppe, in Egitto, viene venduto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie (oltre che marito di una donna intraprendente, con la quale….). Beh, ormai si è capito come va il romanzo di appendice!

Giuseppe fece una gran carriera in casa di Potifar, amministrando i suoi beni. Tutto ciò avveniva perché Geova gli era a fianco e lo benediceva. Il fatto è che somigliava alla madre: bello di forma ed avvenente aspetto. E cosa credete sia accaduto? La moglie dell’eunuco Potifar si innamorò di lui. Giuseppe tentò di evitare la virago fino al punto di scappare lasciando nelle mani della donna la sua veste. Questa cosa dette il destro alla signora di denunciare Giuseppe per violenza ( a questo punto, dati i precedenti della famiglia, la signora avrebbe una qualche ragione di essere creduta, ma il profeta dice altro). La signora Potifar dice al marito che “Quel servo ebreo … mi si è accostato per scherzare con me…” (39,17 e 19). Questa frase chiarisce anche la precedente letta in occasione di Abemelech che dalla finestra vedeva Isacco scherzare con Rebecca: scherzare nella Bibbia ha il significato ben preciso che voi avete capito. Allora Potifar imprigiona Giuseppe il quale, con l’aiuto di Geova, diventa una sorta di carceriere capo. In altro luogo si dice che, stando in prigione, Giuseppe interpreta i sogni (per Giove, questo era il pezzo forte di Giuseppe!) di due fornitori (coppiere e panettiere) del faraone caduti in disgrazia ed ai quali disse che il primo sarebbe stato messo in libertà ed il secondo impiccato. Così avvenne (e te pareva!). E la cosa non poteva restare appesa così, come se si scherzasse. Passano due anni ed il faraone sogna e risogna. La prima volta sogna sette vacche grasse che escono dal Nilo, seguite da sette vacche magre con le magre che divorano le grasse. La  seconda volta sogna sette spighe, grosse e belle, spuntate da un unico stelo, e sette spighe secche che se le inghiottirono. Allora convoca tutti i saggi d’Egitto (io sogno sempre una Banana flambé e so cosa vuol dire!) … tra questi, come no?, vi è il coppiere liberato, questi dice al faraone che…., ed il faraone…., e gli racconta (una altro racconto dettagliato che si ripete!) i sogni …., ed allora Giuseppe, aiutato da dio (e non da Geova) fornisce l’interpretazione: sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia, con non richiesto consiglio. Dice Giuseppe al faraone: “pensi, faraone,  a trovare un uomo intelligente e saggio, e lo metta a capo del paese d’Egitto” (41,33). Di chi si tratterà? Allora Giuseppe ebbe l’incarico (in questi passi gli ebrei l’hanno fatta grossa perché un personaggio che assurge a viceré di Egitto in epoca storica, deve avere svariati riscontri storici che invece NON vi sono. La mancanza di trascrizione sui documenti viene spiegata buffonescamente: il Faraone del tempo di Mosè, secondo chi ci vuole prendere per fessi, non aveva inserito Giuseppe nella storia perché, essendo un personaggio appena arrivato, non conosceva niente della storia passata dell’Egitto). Il faraone gli fece sposare Asenat,  la figlia di un altro suo eunuco, Potifare, sacerdote del dio del sole ad On (l’odierna Eliopoli). Giuseppe non è un pastore ma un agronomo di prima classe, soprattutto tenendo conto che non conosceva il paese dove era piombato. Eppure espose subito al faraone un piano di politica agraria (il profeta ci racconterà più tardi questo piano ma è meglio dirlo ora per continuità di discorso). Tale piano non è altro che l’invenzione di tutto il sistema politico ed economico dell’Egitto (insomma, qui si esagera! Il profeta imbroglia sovrapponendo conoscenze posteriori ed attribuendo i successi a Giuseppe; è il Cecil B. de Mille dell’antichità, fa dell’agiografia. Niente di male a farla, ma a crederla….!). Ecco il piano. Si tratta di creare dei funzionari per prelevare nel paese un quinto dei raccolti delle annate buone, immagazzinarli opportunamente e distribuirli poi nelle annate cattive. Sopravvenuta la carestia, il faraone potrà rivendere questo grano, non solo in Egitto ma anche in Palestina , dove la carestia, imprevista per mancanza di sognatori, infierirà peggio, con la conseguenza che il tesoro del faraone si accrescerà. E qui la cosa segue passando da un racconto innocuo del tipo Mille ed una notte, al filone crassatore della famiglia di Giuseppe. Infatti, quando i poveri egiziani ebbero finito il loro grano e “vennero da Giuseppe a dire: ‘dacci il pane! Perché dovremmo morire sotto i tuoi occhi?”….Rispose Giuseppe: ‘cedetemi il vostro bestiame, ed io vi darò il pane in cambio’ ” (47,15 e 16). Si sta depredando la popolazione egiziana e siamo solo al primo anno di carestia. L’anno seguente, le cose evidentemente peggiorano e gli egiziani dissero: “Non nascondiamo al mio signore che si è esaurito il denaro, ed anche il possesso del bestiame è passato al mio signore; non rimane più a disposizione del mio signore se non il nostro corpo ed il nostro terreno… Acquista noi e la nostra terra in cambio di pane e diventeremo servi del faraone” (47,18 e 19). Ed ecco che il teorico dello sfruttamento più bestiale, del passaggio di ogni strumento di produzione al padrone diventa un patriarca biblico. Giuseppe è un servo del padrone, alla faccia di milioni di persone affamate e rese schiave. “Così la terra divenne proprietà del faraone. Quanto al popolo, egli lo fece passare nelle città [schiavitù! n.d.r.] da un capo all’altro della frontiere egiziana. Soltanto il terreno dei sacerdoti egli non acquistò [cambiato molto poco, eh?]], perché i sacerdoti avevano una assegnazione fissa da parte del faraone e per questo non vendettero il loro terreno” (47,20-22).

“Poi Giuseppe disse al popolo: ‘vedete io ho acquistato oggi per il faraone voi ed il vostro terreno. Eccovi il seme, seminate il terreno. Ma quando vi sarà il raccolto, voi ne darete un quinto al faraone’…Così Giuseppe fece di questo una legge che vige fino ad oggi nelle terre d’Egitto” (47,23-26). Il citato ebreo Flavio Giuseppe, del 1° sec. d. C. ha il coraggio di dire: “essi divennero, oltre le loro speranze, proprietari delle terre” (Ant. Iud., II, 196). ed accrebbero la stima verso Giuseppe.

Lasciando altre considerazioni, a Giuseppe, che era stato messo dal faraone a capo di tutto il paese d’Egitto, fu cambiato anche il nome, Safrat Paneach. Analoga sorte che era stata seguita da Abramo e Giacobbe.

Poche sono le cose davvero d’interesse su Giuseppe. Egli, con la sposa egiziana, ha due figli (mezzosangue, non ebrei puri come altrove si era detto dovesse essere) che, come vedremo serviranno a mantenere il numero delle 12 tribù. Egli rincontrerà i fratelli (dei quali parlerò tra poco) ed il padre Giacobbe.  Su Giacobbe, più volte citato, c’è solo da osservare il continuo oscillare del profeta sui suoi due nomi, Giacobbe ed Israele. Fino a dei veri e propri pasticci: “Dio disse ad Israele in una visione notturna: ‘Giacobbe, Giacobbe!” (46,2)……” allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò: Israele disse…” (45, 27 e 28).

Ma veniamo a Giacobbe ed ai fratelli di Giuseppe. Costoro vennero in Egitto per comprare grano, visto che la carestia aveva colpito anche la Palestina. Giuseppe li riconosce senza essere riconosciuto e si diverte un poco con loro spaventandoli. Li accusa di essere spie, impone loro di tornare a casa e di riportargli indietro il fratello minore Beniamino, rimasto a fare compagnia al padre, trattenendo in ostaggio Simone. Ma per spaventarli e creare imbarazzo ed ulteriore paura, quando partono con i sacchi di grano fa nascondere in essi lo stesso denaro con il quale avevano pagato il grano. Tornati da Giacobbe, stentano a convincerlo a fare andare con loro Beniamino. Ritornati in Egitto, dopo il lavacro ripetuto dei piedi, vengono invitati a pranzo da Giuseppe. Questi dà a Beniamino 5 volte più cibo che agli altri fratelli (qui non ho ben capito se si tratta di una tortura per Beniamino o una sofferenza per gli altri che non hanno da mangiare a sufficienza, n.d.r.). Poi li fa ripartire con altro grano e facendo rimettere di nuovo il denaro, con cui avevano pagato, nei sacchi ed una coppa d’argento nel sacco di Beniamino. Li fa inseguire dal capo della casa (il maggiordomo) in modo che venga scoperta la presunta refurtiva, con la conseguenza che essi sono denunciati come ladri. Quando tornano davanti a lui, il tentativo di scherzare (nel significato nostro) con loro come gatto con topi svanisce di fronte al pianto che lo coglie, al perdono verso i fratelli dai quali si fa riconoscere. Fatta la pace, Giuseppe li rimanda per la terza volta a casa pregando i fratelli di riportare in Egitto anche il vecchio Giacobbe: li avrebbe sistemati stabilmente in una terra alle foci del Nilo.

Fu così che tutta la famiglia, settanta persone in tutto, col patriarca Giacobbe, ” e con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti, Giuseppe condusse con sé in Egitto” (46,6 e 7) e qui il profeta rifà tutta la genealogia con qualche confusione a cui ormai siamo abituati. Giuseppe li presenta al faraone ed assegna loro il paese di Gosen nella parte orientale del delta del Nilo. Non resta a questo punto che assistere alla morte di Giacobbe ed alle sue ultime volontà. Egli: “chiamò il figlio Giuseppe e gli disse: ‘se ho trovato grazia ai tuoi occhi, metti la mano sotto la mia coscia [altra promessa all’antica, attraverso i genitali, n.d.r.] e usa con me bontà e fedeltà: non seppellirmi in Egitto!” (47,29). Giacobbe ha già meditato sul come mettere a frutto le ultime ore del padre, proprio come Giacobbe aveva fatto con suo padre Isacco. Si presenta da lui con i due figli mezzo sangue, Manasse ed Efraim, per farglieli benedire, cioè proclamarli eredi legittimi al pari degli altri. E Giacobbe, con analogo equivoco di egli medesimo ed Esaù di fronte ad Isacco, si impiccia nella benedizione perché incrocia le braccia e con la destra benedice chi è a sinistra (Efraim) e con la sinistra chi è a destra (Manasse), con il sovvertimento della corretta primogenitura. Giuseppe prova a dire qualcosa ma Giacobbe insiste con la conseguenza che la tribù di Efraim diventerà la più importante. Per rimediare all’irrimediabile confusione, Giacobbe dà a Giuseppe, in più di quanto a lui spettante, “un dorso di monte che io ho conquistato dalle mani degli amorrei con la spada e con l’arco” (48,22). Che bugiardo è Giacobbe! Si vanta di una cosa non vera, infatti quella terra l’aveva comprata con 100 pezzi d’argento, come Abramo aveva comprato la terra per la tomba di Sara. Ed ora vengono le benedizioni, cioè il testamento di Giacobbe, tornato tale dall’Israele che era fino al brano precedente. E queste benedizioni, che dovrebbero prefigurare (meglio: postfigurare) il destino delle 12 tribù, come le genealogie, sono un pasticcio e molte non avranno esito. Il profeta le conclude dicendo: “Tutti questi formano le 12 tribù d’Israele, questo è ciò che disse loro il padre, quando li ha benedetti: ognuno egli benedisse con una benedizione particolare” (49,28). Ma le cose non stanno così (a che stava pensando il profeta?). Anzitutto non li ha benedetti tutti: uno non risulta benedetto, due risultano addirittura maledetti, altri trattati così e così. Poi le dodici tribù avrebbero dovuto essere già allora quello che poi saranno, dato che Giacobbe aveva benedetto a parte Manasse ed Efraim. Ma questi ultimi non figurano qui risultando quindi benedetti con la benedizione al padre Giuseppe. Eppure saranno due delle dodici tribù. Due racconti convergenti ma non concordanti? Comunque vediamo le “benedizioni”.

Ruben. primogenito finito ad est del Giordano (ai margini del deserto), “non avrà preminenza perché ha invaso il talamo di suo padre, ha invaso il suo giaciglio su cui era salito” (49,4). Giacobbe allora non disse nulla ma, a quanto pare, se l’era legata al dito.

Simeone e Levi sono messi insieme come nell’eccidio dei sichemiti appena circoncisi. L’ Giacobbe aveva detto poco, ora invece: “Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli…Maledetta la loro ira …. io li dividerò in Giacobbe (?, n.d.r.) e li disperderò in Israele” (49,5 e 7). Simeone se ne andrà a sud avendo una misera discendenza assorbita da altre tribù, soprattutto Giuda. Levi invece non parteciperà alla divisione dei territori cananei occupati ma vivrà come addetto al culto di Geova (levita, appunto) per mezzo di decime pagategli dai fratelli. Quindi la maledizione è solo per Simeone. Per Levi è quel che si dice una “pacchia”. Ed infatti, dal “maledetto” Levi discenderà Mosè (se la genealogia non è fasulla).

Giuda, quarto figlio della sgraziata Lia, da cui nascerà Davide merita un trattamento che farò a parte. Gli altri figli delle concubine avranno briciole. Solo su Giuseppe, primogenito di Rachele, “germoglio di ceppo fecondo”, cadranno benedizioni e sarà lui ad avere il centro di tutto il territorio. Così Giacobbe poté morire. Fu imbalsamato all’uso egiziano (40 giorni), fu pianto (70 giorni), fu poi riportato a Canaan con il permesso del faraone e con solenne scorta militare. Anche i cananei, all’arrivo del convoglio, dissero che questo era un lutto grave per gli egiziani (caspita! proprio così: ormai i discendenti di Abramo sono intesi dalle popolazioni locali come egiziani! di inquinamenti di sangue, di permanenze in Egitto ve ne saranno ancora, di non circoncisi tra gli ebrei pure e di nascite in Egitto in quantità. Eppure questo è il popolo, puro di sangue e cultura, eletto da Geova!, n.d.r.).

        Morto il padre, i fratelli iniziano ad aver paura della vendetta di Giuseppe (conoscono i caratteri della famiglia! n.d.r.) per il tentativo di fratricidio poi diventato SOLO una vendita di Giuseppe come schiavo. Si buttano ai suoi piedi  piagnucolando: ” ‘Eccoci tuoi schiavi!’. Ma Giuseppe disse loro: ‘non temete. Sono io forse al posto di Dio?’ ” (50, 18 e 19). Quindi conforta tutti e vive felice e contento fino a 110 anni. Quando sta morendo promette alla sua discendenza che tornerà nella terra “promessa con giuramento” più volte da dio a tutti i suoi avi, meno che a lui. Quindi chiede di essere lì sepolto anch’egli. Ma, dopo l’imbalsamazione, non si sa più cosa ne è del suo corpo.

Con questo racconto la Genesi si chiude. Ha raccontato la storia di 4 patriarchi (con datazione incerta che va dal XIX al XV secolo a.C.) fra Siria, Palestina ed Egitto. Le cose scritte furono redatte nel VII secolo a.C., sotto Giosia, discendente di David, che regnava da Gerusalemme. Vi sono pochi riscontri storici, soprattutto in Egitto. Vi è invece un libro di estremo interesse, appena uscito, che parla delle molte fantasie della Bibbia, che ci dice, tra l’altro, che Gerusalemme acquisisce importanza proprio perché le cose scritte furono redatte lì, che i patriarchi hanno storie non corrispondenti alla realtà, che il tempio di Salomone è una invenzione, …. Cito questo libro, Le tracce di Mosè, perché è scritto da due ebrei, Israel Finkelstein, archeologo dell’Università di Tel Aviv, e Neil Asher Silberman, archeologo belga, che hanno proprio intrapreso un lunghissimo lavoro di ricerca archeologica ed hanno pubblicato i loro risultati nel 2001 (in Italia, per l’editore Carocci, 2002).

Non siamo mica gli americani

 
Quelli che l’avevano detto
 
di Marco Travaglio
 
 
Il primo a sbilanciarsi, il 7 marzo, fu Gianfranco Fini: “Gli Stati Uniti non sono ancora pronti per un presidente nero”. Ma il momento decisivo per le sorti delle elezioni americane fu la discesa in campo di Giuliano Ferrara, stregato da Mc Cain, ma soprattutto da Sarah Palin: “L’abbiamo scoperta noi”, gongolava il Platinette Barbuto, noto esperto in fiaschi, esaltando le virtù profetiche del suo talent scout addetto alle catastrofi, Christian Rocca, già noto per aver annunciato il trionfo in Irak e per aver scoperto i neocon quando negli States non osavano più mettere il naso fuori di casa. Ecco, quello fu il momento della svolta per Obama. Lì fu chiaro a tutti che McCain era spacciato.Per chi avesse ancora dei dubbi, provvidero a dissiparli gli interventi in extremis di due noti analisti padani, Roberto Castelli (“Mc Cain è una garanzia per la difesa della civiltà cristiana sotto attacco dei musulmani”) e Roberto Cota (“John offre maggiore sicurezza contro l’Islam”), nonché del noto stratega Maurizio Gasparri (“Dovesse vincere Obama, prenderei le distanze della Casa Bianca”). Non che la palma delle previsioni sballate sia un’esclusiva italiana. Ancora il 2 novembre John Zogby, “il guru dei sondaggi”, comunicava che “Mc Cain è in rimonta e può vincere, ormai ha superato Obama, 48 a 47%”. Ma i provincialotti italioti che scambiano le speranze per la realtà e pensano di orientare dall’Italia il voto americano, non ci han fatto mancare proprio nulla. Soprattutto sugli house organ di Berlusconi, che solo un mese fa passeggiava mano nella mano con l’amico Bush, lo sguardo rapito, il cuore palpitante, ripetendogli che “sei stato un grande, presto ti verrà riconosciuto, passerai alla Storia”, mentre persino George lo guardava scettico e persino McCain pregava il presidente più impopolare del secolo di non farsi vedere dalle sue parti.

Sull’immancabile sconfitta di Obama, il Giornale ha dato il meglio di sé. Mauro della Porta Raffo, il “gran pignolo” che fa le pulci ai giornali e ci azzecca sempre, ma con gli oracoli un po’ meno, non aveva dubbi: “Adesso vi dico: John Mc Cain il prossimo 4 novembre vincerà”. E Paolo Granzotto, entusiasta: “Resto anch’io dell’opinione che il vecchio eroe sbaraglierà il giovane vagheggino… Sarah Palin trascinerà Mc Cain alla vittoria”, anche per via della “veltronizzazione della campagna del damerino Obama: e con Veltroni, si sa, si va dritti alla sconfitta”. Insomma, “Mc Cain gli farà la festa”. Mario Giordano, rabdomante dal fiuto infallibile, produceva titoli del tipo: “Ecco perché la strana coppia Mc Cain-Palin può arrivare alla Casa Bianca”. E rimbeccava i lettori rassegnati alla vittoria di Obama: “Ma lei è così sicuro che vincerà Obama? Io ho qualche dubbio”. Immediatamente avvertito a Chicago, Barak faceva i debiti scongiuri. Anche perché, ad allarmarlo vieppiù, c’erano gli editoriali di Maria Giovanna Maglie, che ha con i dati elettorali lo stesso rapporto elastico dimostrato con le note spese alla Rai. La generalessa, che scrive con l’elmetto e il colpo in canna, non ci poteva proprio credere che gli americani votassero per quell’”estremista inesperto e poco capace”, “contrario infantilmente alle centrali nucleari”, uno che “ritirerebbe incoscientemente le truppe dall’Irak”, che “rappresenta solo una fetta minoritaria di radicali”, per giunta negro, tant’è che “gli elettori democratici sono i primi a dubitarne”, ma “dubitano pure gli indecisi, gli indipendenti, i fan di Hillary”. Mentre “Old John” (così lei chiama McCain, nell’intimità) “parla da Presidente”, “può vincere le elezioni perché è un candidato credibile” e poi “ha trovato un vice ideale in Sarah Palin, la donna tutta valori, determinazione e capacità oratoria”, ma soprattutto “è pronto a costruire 45 centrali nucleari e aumenterebbe le truppe in Irak”, dunque “io dico che ce la fa”, “nonostante il can can dei media nazionali e internazionali”, tutti in mano al Comintern. Se invece “dovesse farcela Obama, sarà una vittoria di misura” (infatti avrà la maggioranza parlamentare più ampia dalla notte dei tempi). La Maria Giovanna lo vedeva già alla Casa Bianca, l’amato Old John: “Da presidente ridurrà il potere di Washington e, da vero patriota, difenderà la sicurezza degli Usa”. Pazienza, la difenderà da casa. Ma, nei momenti di sconforto, potrà sempre consolarsi con qualche visita di Maria Giovanna Maglie.

Anche il Foglio ci ha lasciato pagine indimenticabili, tutte sull’inevitabile disfatta del nero Barak. Il Platinette, dall’America, ispirava titoli tambureggianti: “Ed è subito Sarah”, “Vi fareste governare da Obama?”, “Perché l’idraulico Joe è il miglior alleato del soldato Mc Cain”. Sotto, le meglio firme del bigoncio si esercitavano nell’arte dell’oracolo.

Marina Valensise, altra neocon de noantri, credendo di farle un complimento, scriveva che “la Palin somiglia alla nostra Gelmini: una tigressa dura, determinata, sicura di sé, temprata dal gelo polare, travolgente come un animale selvaggio… una mamma che si batte contro un parolaio idealista”. Stefano Pistolini la definiva “l’ultima arrivata, forse la predestinata”. Infatti, è stata la palla al piede del povero McCain. Ma Christian Rocca, lo scopritore: “La Palin è un Obama al quadrato”, donna dall’”appeal a tratti profetico e messianico”, un incrocio fra “Bob Dylan e Erin Brockovich”, come pure il suo presunto gemello Barak, insomma “pare lei la candidata presidente e Mc Cain il suo vice”. E Obama: per l’esperto Rocca, “il candidato perfetto per una serie televisiva”, “elitario, intellettuale, troppo di sinistra e incapace di connettersi con il paese”, una “bolla che potrebbe sgonfiarsi rapidamente” visto che “da mesi viene rifiutato stato dopo stato, primaria dopo primaria, dalla working class del suo stesso partito, dai poveri, dagli ispanici, dai cattolici, dagli anziani, dalle donne, dagli ebrei e da qualsiasi categoria sociale e razziale a cui non appartengano afroamericani, studenti, intellettuali, miliardari, divi di Hollywood e fighetti”. E queste – si badi bene – “non sono opinioni”. Tiè. Resta da capire chi diavolo abbia votato per Obama. All’insaputa di Rocca fra l’altro.