Lettura laica della Bibbia – 7° puntata

Passeremo ora a raccontare le vicende di Mosè avvertendo subito che anche qui il tutto è ripreso da una leggenda sumero-babilonese che parla di Sargon nvece di Mosè e dell’Eufrate invece del Nilo. Proseguendo le storie della Genesi, passiamo al secondo libro del Pentateuco, l’Esodo, che prosegue il racconto del popolo ebreo in Egitto, dove lo si era lasciato (dopo un vuoto di qualche secolo). Il racconto proseguirà (dopo la parentesi del liturgico e sacerdotale Levitico) in Numeri e, con qualche mescolamento, in Deuteronomio.

All’inizio dell’Esodo si legge che tutte le tribù ebraiche si trovavano in Egitto (la cosa è discutibile, ma ormai occorre essersi abituati alle incongruenze, n.d.r.). In questo luogo gli ebrei, dopo la morte di tutta la generazione di Giuseppe, "prolificarono e crebbero, e il paese ne fu ripieno" (1,7). Ciò vuol dire che passò almeno un secolo, dopo il quale "sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe" (1,8). Si tratta forse di Ramses II (1290-1224 a.C.) che si allarma per l’espandersi di questo popolo ospite che, proprio per questo, viene considerato invasore. Il popolo fu condannato alla schiavitù. Fu costretto a fabbricare mattoni per la costruzione di una città (Pi-Ramses ?) sul delta del Nilo e per ogni lavoro dei campi, rendendo loro amara la vita. Vi sono riscontri egiziani su questo ma il tutto sembrerebbe ingigantito. Risulta su una stele una sconfitta degli ebrei ad opera del successore di Ramses II, Menepta (1224-1204), a seguito di questa gli ebrei sarebbero stati respinti (da cui il loro esodo). Il fatto sarebbe descritto come una vittoria sia dagli egizi che dagli ebrei. Inoltre, un centinaio di anni prima di Ramses II, vi era stato in Egitto il tentativo di imporre il dio unico (il dio Sole) da parte del faraone Akenaton ((1374-1347). Mosè si situa all’epoca della costruzione da parte degli ebrei di Pi Ramses e la sua storia ne è evidentemente connessa

Le persecuzioni contro gli ebrei da parte di Ramses II non sono finite con la schiavitù. Poiché, nonostante essa continuano ad espandersi, il faraone decide di limitarne le nascite dando ordine alle levatrici ebre di sopprimere tutti i nati maschi (naturalmente la cosa non fu fatta). Ed allora il faraone ordinò che i nati maschi fossero gettati nel Nilo (non si capisce perché questa seconda cosa dovesse avere successo, visto il fallimento della prima, n.d.r.). Tra i finiti nel Nilo c’è il piccolo Mosè (ha tre mesi ed è figlio di due ebrei probabilmente leviti). Fu messo in un canestro impermeabilizzato e quindi non annegò (questa storia è comune a molte civiltà: Sargon – un millennio prima; Romolo e Ciro – un millennio dopo, anche se con i termini invertiti). Di Mosè non si hanno genealogie ed egli viene assegnato a quel Levi maledetto (prima e promosso sacerdote poi) perché autore della strage dei sichemiti. Mosè viene raccolto dalla figlia del faraone, venne fatto allattare per tre anni da una balia ebrea, venne poi adottato, visse a corte come figlio adottivo e "divenne un uomo assai considerato nel paese d’Egitto, agli occhi dei ministri del faraone e del popolo" (11,3). Mosè è egizio o ebreo?

Il problema si pone per vari motivi, anche perché la gente di Canaan già  aveva chiamato Giuseppe ed i suoi fratelli, "egiziani". Ma su questo torneremo oltre. Sta di fatto che la carriera di Mosè a corte dovette essere modesta. Il profeta non ci dice quasi nulla, non ci crea il clima dei fasti di Giuseppe. Ad un certo punto ci viene detto che: "quando fu cresciuto in età, egli si recò dai suoi fratelli: e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi" (2,11). Questa constatazione esaltò Mosè fino a farlo diventare un volgare ribelle di strada, contrariamente a quanto leggeremo oltre "Mosè era il più mansueto di tutti gli uomini" (12,3). Infatti, appena "vide un egiziano che colpiva un ebreo, uno dei suoi fratelli, voltatosi attorno, e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’egiziano e lo seppellì nella sabbia" (2,11 e 12). E, dopo che il cronista ha saltato molti anni della vita di Mosè, ora diventa un cronista quotidiano. Infatti, "il giorno dopo uscì di nuovo e, vedendo due ebrei che stavano litigando, disse a quello che aveva torto: ‘perché percuoti il tuo fratello?’. Quegli rispose: ‘ chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi come hai ucciso l’egiziano?’ " (2,13 e 14). Ed allora Mosè si chiese se la cosa dell’assassinio fosse risaputa. Lo era tanto che il faraone ordinò di giustiziarlo. E Mosè si dette alla macchia vivendo avventurosamente nel deserto in difesa degli opressi). Giunto a Madian, vicino al pozzo (ancora!, n.d.r.) incontrò le sette figlie del sacerdote (primo sacerdote che si incontra e non ebreo) che si recavano al pozzo per abbeverare il loro gregge. Ma arrivarono anche altri pastori che volevano cacciarle, ma: "Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame" (2,17). Allora le sorelle tornate a casa raccontarono di Mosè che le aveva aiutate ed il padre lo ricevette e gli dette in sposa una delle sue figlie, Zippora, che gli dette subito Gherson come figlio (sparito nelle successive genealogie).

Si abbandona qui la cronaca e si passa alle storie mitiche che si svolgono nel corso degli anni. Allora Geova, che ritorna all’improvviso, colpito dalla sofferenza del suo popolo, apparve a Mosè, che non lo conosceva, in un roveto ardente (che poi sarebbe un cespuglio del deserto, una specie di  tamarisco che emette naturalmente gas e va a fuoco nella sua zona circostante con la sola elevata temperatura del deserto, senza che lo stesso cespuglio bruci). Mosè che non era uomo del deserto interpretò questo come un fatto divino e si sentì chiamato. Il dio gli disse che aveva visto la miseria del suo popolo in Egitto ed aveva deciso di trasferirlo in un paese dove scorreva latte e miele e concluse: "Ora va! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli israeliti!" (3,7-10). Qui Geova sembra dirci che Mosè è un egiziano. Gli dice infatti "mio popolo" e non "tuo". Gli deve spiegare che il suo (di Geova) popolo è l’israelita. Anche Mosè risponde in modo equivoco: "Chi sono io per andare dal faraone e per fare uscire dall’Egitto gli israeleiti?" (3,11). Abilmente dice e non dice: dovrebbe dire che dal faraone non ci può tornare per quella storia dell’egiziano assassinato; dovrebbe anche dire che lui con gli israeliti ha a che fare per il fatto della balia; dovrebbe anche ditgli che gli israeliti non vogliono saperne di essere comandati da lui. E quando Geova insiste e gli risponde: "Ecco, io arrivo dagli israeleiti e dico loro: ‘ Il Dio dei vostri (vostri! n.d.r.) padri mi ha mandato da voi’. Ma mi diranno: ‘Come si chiama?’ E io cosa risponderò loro?" (3,13). Oltre  a dire che quel Dio è "loro e non suo", egli neppure sa il suo nome pur essendo stato fino a tre anni con balia ebrea e pur avendo difeso i suoi fratelli che vivevano lì ed il nome del loro dio doveva essere un fatto noto in Egitto. A questo punto Geova spiega: "Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono!’. Poi disse: ‘Dirai agli Israeliti: Io-sono mi ha mandato a voi’ " (3,14) e continua: "Dirai agli Israeliti: ‘Geova, il dio dei vostri padri, il dio di Abramo, il dio di Isacco, il dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi’ " (3,15) e qui Geova dimentica Giuseppe. Ma Mosè è titubante, non gli crederanno. Ed a questo punto ecco l’intervento della magia più sfacciata che Geova aveva più volte proibito [(Lv. 19,26); (Dt. 18, 9-14) eccetera]. Gli fa prendere un bastone che diventa un serpente e poi torna bastone; gli fa apparire e sparire la lebbra dalla mano; e se non crederanno ancora a questo, gli dice, prendi l’acqua del Nilo, versala e diventerà sangue. Allora, con questi mezzi, Geova libera dall’idolatria gli ebrei portandoli alla terra promessa ed alla vera religione! Certamente stupefacente!

Mosè resta colpito dalla rappresentazione magica, ma (anche lui!, n.d.r.) non è convinto del tutto ed inventa una nuova scusa: "Scusami, Geova, io non sono buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare col tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua" (4,10). Così Mosè ci dice una cosa che successivamente verà smentita e dai molti discorsi che Mosè terrà e da Flavio Giuseppe che affermerà essere Mosè "uomo eccellente e nato per parlare alle moltitudini" (Ant. Iud., IV, 25). Geova lesina miracoli ed accetta le obiezioni di Mosè: "Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlar bene … Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire, e io starò con te e con lui mentre parlate, e vi suggerirò quel che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca, e tu farai per lui le veci di Dio ….. Terrai in mano questo bastone con il quale compirai i prodigi" (4,14-17). Questo dialogo è lo stesso che si ripeterà poco oltre, quando Geova dirà a Mosè di andare a parlare al faraone. In quest’ultimo caso dice qualcosa di straordinario, che non può parlare con il faraone (per chiedere l’esodo pacifico) perché non conosce la lingua egizia ("Come vorrà ascoltarmi il faraone, mentre io sono incirconciso quanto alle labbra?")  lui, vissuto alla corte del faraone!. Quale lingua conosce allora? E’ che il profeta, anche questa volta, era distratto o meglio ha messo insieme due racconti diversi della tradizione scrivendoli uno dietro l’altro. Tanto era distratto che l’incirconciso doveva essere riferito al colloquio con gli ebrei e non certo con quello con il faraone. Ma vi sono varie incongruenze in tutte queste storie. Intanto, mentre è corretto che, in seguito, agli ebrei parli Aronne, non lo è il fatto che negli altri libri (Pentateuco, Numeri e Deuteronomio) agli ebrei parli lui. Stupisce anche che il faraone non lo riconosca; in fondo era il nonno. Ma qui si vede come il profeta, trovatosi di fronte a quella parola chiave "incirconciso", abbia dovuto usarla quasi a sottolinearne la sacralità dell’appartenenza al popolo ebraico. Risulta invece da tutti i documenti che la circoncisione era praticata da sempre in Egitto. Lo stesso Abramo inizia a praticarla per il suo popolo, quando ritorna a Canaan dall’Egitto. Il fatto è che gli ebrei ne dimenticarono l’origine e la credettero usanza loro e solo loro. Riferendosi al non essere circoncisi, più volte diranno "vergogna d’Egitto". Con questo brano e con le storie precedenti ed antecedenti ci troviamo in grave difficoltà. Mosè dovrebbe essere egiziano e come tale circonciso. Mosè non può essere ritenuto circonciso da chi assegna tale pratica solo al proprio popolo. Chi è Mosè?

A questo punto viene la storia edificante delle piaghe d’Egitto. Ed è la seconda volta in relativamente poco tempo che gli ebrei provocano delle piaghe in quel Paese. Le piaghe che sono il ricatto alò faraone per liberare gli ebrei consistono in: acqua del Nilo che diventa sangue, invasione di rane, invasione di mosconi, mortalità del bestiame, ulcere pustolose, grandine, cavallette e tre giorni di tenebre. A parte l’intervento delle pratiche magiche di cui Geova fu maestro con Mosè, vi sono una serie di cose ritenute piaghe da un popolo, l’ebreo, che non sopportava il clima egizio. Ma vi è la piaga delle piaghe che rende le prime addirittura ridicole: la morte dei primogeniti maschi egiziani (anticipazione della strage degli innocenti e ricordo del supposto annegamento dei primogeniti del popolo ebraico). Insomma non poteva accadere altro: gli egizi riempiono d’oro gli ebrei perché se ne vadano. Ed il profeta anche qui è distratto perché non ci fa capire cosa accade realmente: gli ebrei trovarono favore presso il popolo egiziano o lo spogliarono; vollero partire o furono scacciati; partirono in gran fretta o organizzati ed armati. Nell’insieme si ha un quadro di una plebe oppressa che viene sottratta dai lavori forzati, inseguita da un esercito che, durante un’alta marea, viene ad impelagarsi nel mar Rosso. La narrazione di questa fuga con relativo inseguimento è una bella favola con le caratteristiche del racconto egizio.

Geova si alterna (o confonde) con un angelo nel guidare il popolo ebraico. Di giorno loo guida con una nube nera, di notte con una colonna di fuoco per fargli luce. Il faraone che insegue ha con sé tutto il suo esercito. Gli ebrei hanno paura ed arrivano al mare. Qui Mosè, aiutato da un forte vento d’Oriente, respinse il mare e fece attraversare gli ebrei all’asciutto. Quando gli ebrei furono passati, le acque, prima apertesi, si richiusero sopra l’esercito egiziano, distruggendolo.

Taranto – La città dei morti viventi

  « Quell’angolo di mondo più d’ogni altro m’allieta,
là dove i mieli a gara con quelli del monte Imetto fanno
e le olive quelle della virente Venafro eguagliano; »
 
(Quinto Orazio Flacco – A Settimio – Odi, II, 6, 10. Traduzione di Enrico Vetrò)
 
 
 
 
 

  

  

  

  

Ricordo ancora quando da bambino, dalla finestra di casa di mia zia le chiesi cos’era quella nube di fumo che saliva incessantemente verso l’alto. “E’ l’Italsider, una grossa industria; qui a Taranto c’è il più grande stabilimento italiano” mi rispondeva mentre io osservavo malinconicamente quell’immagine.

Ora l’Italsider non esiste più, nel senso che ha cambiato il suo nome in Ilva. Quella nube di fumo che osservavo durante le mie vacanze a Taranto, invece, continua a salire e a diffondere gas e materiali inquinanti nei cieli e nell’aria della provincia pugliese.

L’ILVA è una società per azioni del Gruppo Riva che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell’acciaio. Il più importante stabilimento italiano è situato a Taranto, e costituisce uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa.

Tanto grande ed imponente quanto inquinante, l’ILVA  si trova al centro di un vasto dibattito per il suo impatto ambientale sia a Taranto sia a Genova. Le sue emissioni sono state oggetto di diversi processi penali per inquinamento che si sono conclusi con la condanna di Emilio Riva e di altri dirigenti.

L’Ilva di Taranto immette nell’atmosfera un quantitativo di diossina pari all’8,8% del totale europeo, ma non esiste in città alcun sistema di monitoraggio dell’inquinamento da diossina. Rispetto al totale delle emissioni nocive europee l’Ilva di Taranto incide per il 6,2% per gli Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici), notoriamente cancerogeni. I morti per neoplasie a Taranto sono più che raddoppiati dal 1971 al 1996 e, sulla base dei dati del Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto relativi al quadriennio 1998-2001 nella provincia jonica, si registrano circa 1.200 decessi annui, dati che “collocano Taranto, per le neoplasie tutte, fra le Aree del Sud-Italia a maggiore incidenza e per le neoplasie polmonari ben oltre la media nazionale”. Interi quartieri adiacenti all’Ilva di Taranto hanno una esposizione alle polveri minerali pari a 250 grammi annui per metro quadro, provenienti dai parchi minerari dell’Ilva.

 

Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, ha fatto notare che le centraline registrano costantemente nel quartiere Tamburi (a ridosso dell’Ilva) “un picco di PM10 tra le ore 2 e le ore 3 del mattino, indice che con il buio c’è chi riversa nell’atmosfera impunemente ciò che di giorno ad occhio nudo desterebbe troppo allarme”.

 

Dati e testimonianze che definirei al dir poco drammatiche soprattutto se consideriamo che si sta facendo davvero poco per risolvere il problema. Troppi interessi di mezzo, troppi soldi per sistemare l’impianti e per ridurre le emissioni inquinanti. Nel frattempo la gente continua ad ammalarsi e a morire. Nell’articolo sottostante preso dal sito del Corriere della Sera l’incredibile storia di un bambino ammalatosi a soli 10 anni (ora ne ha 13) di tumore da fumo, caso più unico che raro e dovuto senza alcun dubbio all’inquinamento prodotto dall’Ilva.

 

TARANTO — Tre anni fa, S. aveva 10 anni. E senza aver mai fumato una sigaretta in vita sua era già conciato come un fumatore incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia all’ospedale «Moscati» di Taranto, non l’aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta è negativa: « No items found ». Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bimbo aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come tanti altri tarantini, specie quelli del Tamburi, «il quartiere dei morti viventi».

A Bruxelles forse ancora non lo sanno, ma Taranto è la città più inquinata d’Italia e dell’Europa occidentale per i veleni delle industrie. L’inquinamento di Taranto, infatti, è di fonte civile solo per il 7%. Tutto il resto, il 93%, è di origine industriale. A Taranto, ognuno dei duecentomila abitanti, ogni anno, respira 2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica. Gli ultimi dati stimati dall’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti) sono spietati. Taranto è come la cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copša Miça, le più inquinate del mondo per le emissioni industriali.

Ma a Taranto c’è qualcosa di più subdolo. A Taranto c’è la diossina. Qui si produce il 92% della diossina italiana e l’8,8% di quella europea. «In dieci anni — dice Mazza — leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati del 30-40%. La diossina danneggia il Dna e un caso come quello di S. è un codice rosso sicuramente collegato alla presenza di diossina. Se nei genitori c’è un danno genotossico non è in loro che quel danno emerge, ma nei figli».

 

Tre mamme il cui latte risulta contaminato dalla diossina, cinque adulti che scoprono di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo, 1.200 pecore e capre di cui la Regione Puglia ordina l’abbattimento, forti sospetti di contaminazione nel raggio di 10 chilometri dal polo industriale (con i monitoraggi sospesi perché sempre «positivi ») sono, più che un allarme, una emergenza nazionale. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce n’è per 9 chili, il triplo di Seveso (la città contaminata nel 1976). Ma sono sette le sostanze cancerogene e teratogene che, con la diossina, colpiscono Taranto come sette piaghe bibliche.

Mentre però a Bruxelles e a Roma (e a Bari, sede della Regione) si discute, Taranto viene espugnata dalla diossina. Basta dare un’occhiata, oltre che ai dati Ines, ai limiti di emissione, il cuore del problema. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. «Un vestito su misura per l’Ilva di Emilio Riva», dicono le associazioni ambientaliste. «Siamo in regola e abbiamo anche investito 450 milioni di euro per migliorare gli impianti», replica l’Ilva, che l’anno scorso ha realizzato utili per 878 milioni, 182 milioni in più dell’anno prima e il doppio del 2005.

L’Europa però è dal 1996 che ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L’Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori.

 

Nel 2006, Ilva e Regione Puglia hanno anche firmato un protocollo d’intesa, ma con scarsi risultati. La «campagna di ambientalizzazione» procede a rilento e sembra che l’Ilva intenda concluderla nel 2014, proprio quando scadrà il Protocollo di Aarhus, recepito anche dall’Italia, che impone ai Paesi membri di adottare le migliori tecnologie per portare le emissioni a 0,4-0,2 nanogrammi.

Eppure a Servola, Trieste, acciaierie «Lucchini», per risolvere il problema è bastato un decreto del dirigente regionale Ambiente e Lavori pubblici, che ha imposto al siderurgico, pena la chiusura, di rispettare i limiti europei. In due anni, grazie anche alle pressioni della confinante Austria, il miracolo: dalla maglia nera, in tandem con Taranto, Servola è diventata un centro di eccellenza, con la diossina abbattuta fino al teutonico limite di 0,1 nanogrammi.

 

Certo, con una legge regionale, o con un decreto come quello friulano, si eviterebbe anche il referendum sull’Ilva, giudicato ammissibile dal Tar di Lecce e sicura fonte di drammatiche spaccature fra i 13 mila dipendenti del siderurgico.

Invece c’è soltanto una delibera del consiglio comunale di Taranto che chiede timidamente alla Regione «di fare come in Friuli». Ma la Puglia non confina con l’Austria. Al di là del mare, c’è l’Albania.

 

Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera

 

Vi lascio alla fine di questo post  con un video fatto da un tarantino a testimonianza di tutto ciò che è stato scritto.

E’ il pugno nello stomaco che ogni tarantino riceve la mattina appena esce di casa: gigantesche nuvole di fumo bianco, grigio, marrone (dipende dall’impianto da cui provengono) che virano verso la città. Una città talmente vicina ai camini da rendere fabbrica e palazzi praticamente un’unica cosa. Taranto e la sua acciaieria sono state filmate in una sequenza che mette i brividi. Perchè, benchè sul video scorrano immagini familiari, spaccati di realtà quotidiana, l’effetto di vedere tutto insieme, concentrato in sequenze lente ma allo stesso tempo incalzanti, dà un senso di ulteriore angoscia a chi vive in un centro urbano che dovrebbe essere dichiarato off-limits per la quantità di veleno che il siderurgico ci sputa sopra. A realizzare il film è stato il tarantino Vittorio Vespucci, che ha colto l’opportunità lanciata via internet dal sito Repubblica.it/Tv per mettere in rete, servendosi di un canale autorevole, la sua amara e spietata denuncia. Il video, intitolato “Taranto, la città malata” fa al concorso Tua Tv. Ora è in vetta alle classifiche, con un voto di quasi cinque stelle (il massimo). E’ tra le produzioni che stanno ricevendo il maggior numero di commenti da parte di chi ha fatto scorrerere le immagini sul proprio pc. A scrivere sono Tarantini arrabbiati (molti non residenti a Taranto), persone indignate perché colte di sorpresa dall’eloquenza dell’obiettivo che mostra una città assediata dallo smog industriale. Il messaggio che passa attraverso il video è di quelli capaci di scuotere le coscienze. Perchè in questa “Città malata” crescono anche bambini che nei quartieri più esposti come Tamburi e Città vecchia vivono in faccia alle ciminiere. Bambini che quando vedono i loro coetanei scorrazzare nei giardini sotto casa, tra alberi e aiuole fiorite, sgranano gli occhi pieni di invidia. Ma, poi, crescendo, si rendono conto che quel fumo, quell’inquinamento, quella polvere sui panni stesi vogliono dire lavoro. Ma anche morte.

Spero davvero che la situazione possa cambiare, non soltanto per la salute dei suoi cittadini e per una questione affettiva e di ricordi, ma anche perché Taranto è una città che potrebbe dare davvero tanto all’Italia sia in termini di turismo (per il suo mare e per una questione storica essendo stata la più importante città della Magna Grecia) sia in termini strategici; grazie alla sua posizione infatti è diventata ed è tutt’ora il più importante centro navale della marina militare italiana.

Un simile patrimonio dovrebbe essere preservato maggiormente… Ma si sa che in Italia sono altre le cose che contano… Cosa può contare la vita di un bambino di fronte a 182 milioni di euro in più???!!!

 

 

Fonti:

www.wikipedia.it

http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_21/fumo_diossina_3e4495ce-9f40-11dd-b0d4-00144f02aabc.shtml

http://www.peacelink.it/tarantosociale/a/23011.html