Taranto – La città dei morti viventi

  « Quell’angolo di mondo più d’ogni altro m’allieta,
là dove i mieli a gara con quelli del monte Imetto fanno
e le olive quelle della virente Venafro eguagliano; »
 
(Quinto Orazio Flacco – A Settimio – Odi, II, 6, 10. Traduzione di Enrico Vetrò)
 
 
 
 
 

  

  

  

  

Ricordo ancora quando da bambino, dalla finestra di casa di mia zia le chiesi cos’era quella nube di fumo che saliva incessantemente verso l’alto. “E’ l’Italsider, una grossa industria; qui a Taranto c’è il più grande stabilimento italiano” mi rispondeva mentre io osservavo malinconicamente quell’immagine.

Ora l’Italsider non esiste più, nel senso che ha cambiato il suo nome in Ilva. Quella nube di fumo che osservavo durante le mie vacanze a Taranto, invece, continua a salire e a diffondere gas e materiali inquinanti nei cieli e nell’aria della provincia pugliese.

L’ILVA è una società per azioni del Gruppo Riva che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell’acciaio. Il più importante stabilimento italiano è situato a Taranto, e costituisce uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa.

Tanto grande ed imponente quanto inquinante, l’ILVA  si trova al centro di un vasto dibattito per il suo impatto ambientale sia a Taranto sia a Genova. Le sue emissioni sono state oggetto di diversi processi penali per inquinamento che si sono conclusi con la condanna di Emilio Riva e di altri dirigenti.

L’Ilva di Taranto immette nell’atmosfera un quantitativo di diossina pari all’8,8% del totale europeo, ma non esiste in città alcun sistema di monitoraggio dell’inquinamento da diossina. Rispetto al totale delle emissioni nocive europee l’Ilva di Taranto incide per il 6,2% per gli Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici), notoriamente cancerogeni. I morti per neoplasie a Taranto sono più che raddoppiati dal 1971 al 1996 e, sulla base dei dati del Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto relativi al quadriennio 1998-2001 nella provincia jonica, si registrano circa 1.200 decessi annui, dati che “collocano Taranto, per le neoplasie tutte, fra le Aree del Sud-Italia a maggiore incidenza e per le neoplasie polmonari ben oltre la media nazionale”. Interi quartieri adiacenti all’Ilva di Taranto hanno una esposizione alle polveri minerali pari a 250 grammi annui per metro quadro, provenienti dai parchi minerari dell’Ilva.

 

Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, ha fatto notare che le centraline registrano costantemente nel quartiere Tamburi (a ridosso dell’Ilva) “un picco di PM10 tra le ore 2 e le ore 3 del mattino, indice che con il buio c’è chi riversa nell’atmosfera impunemente ciò che di giorno ad occhio nudo desterebbe troppo allarme”.

 

Dati e testimonianze che definirei al dir poco drammatiche soprattutto se consideriamo che si sta facendo davvero poco per risolvere il problema. Troppi interessi di mezzo, troppi soldi per sistemare l’impianti e per ridurre le emissioni inquinanti. Nel frattempo la gente continua ad ammalarsi e a morire. Nell’articolo sottostante preso dal sito del Corriere della Sera l’incredibile storia di un bambino ammalatosi a soli 10 anni (ora ne ha 13) di tumore da fumo, caso più unico che raro e dovuto senza alcun dubbio all’inquinamento prodotto dall’Ilva.

 

TARANTO — Tre anni fa, S. aveva 10 anni. E senza aver mai fumato una sigaretta in vita sua era già conciato come un fumatore incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia all’ospedale «Moscati» di Taranto, non l’aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta è negativa: « No items found ». Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bimbo aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come tanti altri tarantini, specie quelli del Tamburi, «il quartiere dei morti viventi».

A Bruxelles forse ancora non lo sanno, ma Taranto è la città più inquinata d’Italia e dell’Europa occidentale per i veleni delle industrie. L’inquinamento di Taranto, infatti, è di fonte civile solo per il 7%. Tutto il resto, il 93%, è di origine industriale. A Taranto, ognuno dei duecentomila abitanti, ogni anno, respira 2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica. Gli ultimi dati stimati dall’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti) sono spietati. Taranto è come la cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copša Miça, le più inquinate del mondo per le emissioni industriali.

Ma a Taranto c’è qualcosa di più subdolo. A Taranto c’è la diossina. Qui si produce il 92% della diossina italiana e l’8,8% di quella europea. «In dieci anni — dice Mazza — leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati del 30-40%. La diossina danneggia il Dna e un caso come quello di S. è un codice rosso sicuramente collegato alla presenza di diossina. Se nei genitori c’è un danno genotossico non è in loro che quel danno emerge, ma nei figli».

 

Tre mamme il cui latte risulta contaminato dalla diossina, cinque adulti che scoprono di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo, 1.200 pecore e capre di cui la Regione Puglia ordina l’abbattimento, forti sospetti di contaminazione nel raggio di 10 chilometri dal polo industriale (con i monitoraggi sospesi perché sempre «positivi ») sono, più che un allarme, una emergenza nazionale. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce n’è per 9 chili, il triplo di Seveso (la città contaminata nel 1976). Ma sono sette le sostanze cancerogene e teratogene che, con la diossina, colpiscono Taranto come sette piaghe bibliche.

Mentre però a Bruxelles e a Roma (e a Bari, sede della Regione) si discute, Taranto viene espugnata dalla diossina. Basta dare un’occhiata, oltre che ai dati Ines, ai limiti di emissione, il cuore del problema. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. «Un vestito su misura per l’Ilva di Emilio Riva», dicono le associazioni ambientaliste. «Siamo in regola e abbiamo anche investito 450 milioni di euro per migliorare gli impianti», replica l’Ilva, che l’anno scorso ha realizzato utili per 878 milioni, 182 milioni in più dell’anno prima e il doppio del 2005.

L’Europa però è dal 1996 che ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L’Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori.

 

Nel 2006, Ilva e Regione Puglia hanno anche firmato un protocollo d’intesa, ma con scarsi risultati. La «campagna di ambientalizzazione» procede a rilento e sembra che l’Ilva intenda concluderla nel 2014, proprio quando scadrà il Protocollo di Aarhus, recepito anche dall’Italia, che impone ai Paesi membri di adottare le migliori tecnologie per portare le emissioni a 0,4-0,2 nanogrammi.

Eppure a Servola, Trieste, acciaierie «Lucchini», per risolvere il problema è bastato un decreto del dirigente regionale Ambiente e Lavori pubblici, che ha imposto al siderurgico, pena la chiusura, di rispettare i limiti europei. In due anni, grazie anche alle pressioni della confinante Austria, il miracolo: dalla maglia nera, in tandem con Taranto, Servola è diventata un centro di eccellenza, con la diossina abbattuta fino al teutonico limite di 0,1 nanogrammi.

 

Certo, con una legge regionale, o con un decreto come quello friulano, si eviterebbe anche il referendum sull’Ilva, giudicato ammissibile dal Tar di Lecce e sicura fonte di drammatiche spaccature fra i 13 mila dipendenti del siderurgico.

Invece c’è soltanto una delibera del consiglio comunale di Taranto che chiede timidamente alla Regione «di fare come in Friuli». Ma la Puglia non confina con l’Austria. Al di là del mare, c’è l’Albania.

 

Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera

 

Vi lascio alla fine di questo post  con un video fatto da un tarantino a testimonianza di tutto ciò che è stato scritto.

E’ il pugno nello stomaco che ogni tarantino riceve la mattina appena esce di casa: gigantesche nuvole di fumo bianco, grigio, marrone (dipende dall’impianto da cui provengono) che virano verso la città. Una città talmente vicina ai camini da rendere fabbrica e palazzi praticamente un’unica cosa. Taranto e la sua acciaieria sono state filmate in una sequenza che mette i brividi. Perchè, benchè sul video scorrano immagini familiari, spaccati di realtà quotidiana, l’effetto di vedere tutto insieme, concentrato in sequenze lente ma allo stesso tempo incalzanti, dà un senso di ulteriore angoscia a chi vive in un centro urbano che dovrebbe essere dichiarato off-limits per la quantità di veleno che il siderurgico ci sputa sopra. A realizzare il film è stato il tarantino Vittorio Vespucci, che ha colto l’opportunità lanciata via internet dal sito Repubblica.it/Tv per mettere in rete, servendosi di un canale autorevole, la sua amara e spietata denuncia. Il video, intitolato “Taranto, la città malata” fa al concorso Tua Tv. Ora è in vetta alle classifiche, con un voto di quasi cinque stelle (il massimo). E’ tra le produzioni che stanno ricevendo il maggior numero di commenti da parte di chi ha fatto scorrerere le immagini sul proprio pc. A scrivere sono Tarantini arrabbiati (molti non residenti a Taranto), persone indignate perché colte di sorpresa dall’eloquenza dell’obiettivo che mostra una città assediata dallo smog industriale. Il messaggio che passa attraverso il video è di quelli capaci di scuotere le coscienze. Perchè in questa “Città malata” crescono anche bambini che nei quartieri più esposti come Tamburi e Città vecchia vivono in faccia alle ciminiere. Bambini che quando vedono i loro coetanei scorrazzare nei giardini sotto casa, tra alberi e aiuole fiorite, sgranano gli occhi pieni di invidia. Ma, poi, crescendo, si rendono conto che quel fumo, quell’inquinamento, quella polvere sui panni stesi vogliono dire lavoro. Ma anche morte.

Spero davvero che la situazione possa cambiare, non soltanto per la salute dei suoi cittadini e per una questione affettiva e di ricordi, ma anche perché Taranto è una città che potrebbe dare davvero tanto all’Italia sia in termini di turismo (per il suo mare e per una questione storica essendo stata la più importante città della Magna Grecia) sia in termini strategici; grazie alla sua posizione infatti è diventata ed è tutt’ora il più importante centro navale della marina militare italiana.

Un simile patrimonio dovrebbe essere preservato maggiormente… Ma si sa che in Italia sono altre le cose che contano… Cosa può contare la vita di un bambino di fronte a 182 milioni di euro in più???!!!

 

 

Fonti:

www.wikipedia.it

http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_21/fumo_diossina_3e4495ce-9f40-11dd-b0d4-00144f02aabc.shtml

http://www.peacelink.it/tarantosociale/a/23011.html

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