Lettura laica della Bibbia – 7° puntata

Passeremo ora a raccontare le vicende di Mosè avvertendo subito che anche qui il tutto è ripreso da una leggenda sumero-babilonese che parla di Sargon nvece di Mosè e dell’Eufrate invece del Nilo. Proseguendo le storie della Genesi, passiamo al secondo libro del Pentateuco, l’Esodo, che prosegue il racconto del popolo ebreo in Egitto, dove lo si era lasciato (dopo un vuoto di qualche secolo). Il racconto proseguirà (dopo la parentesi del liturgico e sacerdotale Levitico) in Numeri e, con qualche mescolamento, in Deuteronomio.

All’inizio dell’Esodo si legge che tutte le tribù ebraiche si trovavano in Egitto (la cosa è discutibile, ma ormai occorre essersi abituati alle incongruenze, n.d.r.). In questo luogo gli ebrei, dopo la morte di tutta la generazione di Giuseppe, "prolificarono e crebbero, e il paese ne fu ripieno" (1,7). Ciò vuol dire che passò almeno un secolo, dopo il quale "sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe" (1,8). Si tratta forse di Ramses II (1290-1224 a.C.) che si allarma per l’espandersi di questo popolo ospite che, proprio per questo, viene considerato invasore. Il popolo fu condannato alla schiavitù. Fu costretto a fabbricare mattoni per la costruzione di una città (Pi-Ramses ?) sul delta del Nilo e per ogni lavoro dei campi, rendendo loro amara la vita. Vi sono riscontri egiziani su questo ma il tutto sembrerebbe ingigantito. Risulta su una stele una sconfitta degli ebrei ad opera del successore di Ramses II, Menepta (1224-1204), a seguito di questa gli ebrei sarebbero stati respinti (da cui il loro esodo). Il fatto sarebbe descritto come una vittoria sia dagli egizi che dagli ebrei. Inoltre, un centinaio di anni prima di Ramses II, vi era stato in Egitto il tentativo di imporre il dio unico (il dio Sole) da parte del faraone Akenaton ((1374-1347). Mosè si situa all’epoca della costruzione da parte degli ebrei di Pi Ramses e la sua storia ne è evidentemente connessa

Le persecuzioni contro gli ebrei da parte di Ramses II non sono finite con la schiavitù. Poiché, nonostante essa continuano ad espandersi, il faraone decide di limitarne le nascite dando ordine alle levatrici ebre di sopprimere tutti i nati maschi (naturalmente la cosa non fu fatta). Ed allora il faraone ordinò che i nati maschi fossero gettati nel Nilo (non si capisce perché questa seconda cosa dovesse avere successo, visto il fallimento della prima, n.d.r.). Tra i finiti nel Nilo c’è il piccolo Mosè (ha tre mesi ed è figlio di due ebrei probabilmente leviti). Fu messo in un canestro impermeabilizzato e quindi non annegò (questa storia è comune a molte civiltà: Sargon – un millennio prima; Romolo e Ciro – un millennio dopo, anche se con i termini invertiti). Di Mosè non si hanno genealogie ed egli viene assegnato a quel Levi maledetto (prima e promosso sacerdote poi) perché autore della strage dei sichemiti. Mosè viene raccolto dalla figlia del faraone, venne fatto allattare per tre anni da una balia ebrea, venne poi adottato, visse a corte come figlio adottivo e "divenne un uomo assai considerato nel paese d’Egitto, agli occhi dei ministri del faraone e del popolo" (11,3). Mosè è egizio o ebreo?

Il problema si pone per vari motivi, anche perché la gente di Canaan già  aveva chiamato Giuseppe ed i suoi fratelli, "egiziani". Ma su questo torneremo oltre. Sta di fatto che la carriera di Mosè a corte dovette essere modesta. Il profeta non ci dice quasi nulla, non ci crea il clima dei fasti di Giuseppe. Ad un certo punto ci viene detto che: "quando fu cresciuto in età, egli si recò dai suoi fratelli: e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi" (2,11). Questa constatazione esaltò Mosè fino a farlo diventare un volgare ribelle di strada, contrariamente a quanto leggeremo oltre "Mosè era il più mansueto di tutti gli uomini" (12,3). Infatti, appena "vide un egiziano che colpiva un ebreo, uno dei suoi fratelli, voltatosi attorno, e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’egiziano e lo seppellì nella sabbia" (2,11 e 12). E, dopo che il cronista ha saltato molti anni della vita di Mosè, ora diventa un cronista quotidiano. Infatti, "il giorno dopo uscì di nuovo e, vedendo due ebrei che stavano litigando, disse a quello che aveva torto: ‘perché percuoti il tuo fratello?’. Quegli rispose: ‘ chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi come hai ucciso l’egiziano?’ " (2,13 e 14). Ed allora Mosè si chiese se la cosa dell’assassinio fosse risaputa. Lo era tanto che il faraone ordinò di giustiziarlo. E Mosè si dette alla macchia vivendo avventurosamente nel deserto in difesa degli opressi). Giunto a Madian, vicino al pozzo (ancora!, n.d.r.) incontrò le sette figlie del sacerdote (primo sacerdote che si incontra e non ebreo) che si recavano al pozzo per abbeverare il loro gregge. Ma arrivarono anche altri pastori che volevano cacciarle, ma: "Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame" (2,17). Allora le sorelle tornate a casa raccontarono di Mosè che le aveva aiutate ed il padre lo ricevette e gli dette in sposa una delle sue figlie, Zippora, che gli dette subito Gherson come figlio (sparito nelle successive genealogie).

Si abbandona qui la cronaca e si passa alle storie mitiche che si svolgono nel corso degli anni. Allora Geova, che ritorna all’improvviso, colpito dalla sofferenza del suo popolo, apparve a Mosè, che non lo conosceva, in un roveto ardente (che poi sarebbe un cespuglio del deserto, una specie di  tamarisco che emette naturalmente gas e va a fuoco nella sua zona circostante con la sola elevata temperatura del deserto, senza che lo stesso cespuglio bruci). Mosè che non era uomo del deserto interpretò questo come un fatto divino e si sentì chiamato. Il dio gli disse che aveva visto la miseria del suo popolo in Egitto ed aveva deciso di trasferirlo in un paese dove scorreva latte e miele e concluse: "Ora va! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli israeliti!" (3,7-10). Qui Geova sembra dirci che Mosè è un egiziano. Gli dice infatti "mio popolo" e non "tuo". Gli deve spiegare che il suo (di Geova) popolo è l’israelita. Anche Mosè risponde in modo equivoco: "Chi sono io per andare dal faraone e per fare uscire dall’Egitto gli israeleiti?" (3,11). Abilmente dice e non dice: dovrebbe dire che dal faraone non ci può tornare per quella storia dell’egiziano assassinato; dovrebbe anche dire che lui con gli israeliti ha a che fare per il fatto della balia; dovrebbe anche ditgli che gli israeliti non vogliono saperne di essere comandati da lui. E quando Geova insiste e gli risponde: "Ecco, io arrivo dagli israeleiti e dico loro: ‘ Il Dio dei vostri (vostri! n.d.r.) padri mi ha mandato da voi’. Ma mi diranno: ‘Come si chiama?’ E io cosa risponderò loro?" (3,13). Oltre  a dire che quel Dio è "loro e non suo", egli neppure sa il suo nome pur essendo stato fino a tre anni con balia ebrea e pur avendo difeso i suoi fratelli che vivevano lì ed il nome del loro dio doveva essere un fatto noto in Egitto. A questo punto Geova spiega: "Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono!’. Poi disse: ‘Dirai agli Israeliti: Io-sono mi ha mandato a voi’ " (3,14) e continua: "Dirai agli Israeliti: ‘Geova, il dio dei vostri padri, il dio di Abramo, il dio di Isacco, il dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi’ " (3,15) e qui Geova dimentica Giuseppe. Ma Mosè è titubante, non gli crederanno. Ed a questo punto ecco l’intervento della magia più sfacciata che Geova aveva più volte proibito [(Lv. 19,26); (Dt. 18, 9-14) eccetera]. Gli fa prendere un bastone che diventa un serpente e poi torna bastone; gli fa apparire e sparire la lebbra dalla mano; e se non crederanno ancora a questo, gli dice, prendi l’acqua del Nilo, versala e diventerà sangue. Allora, con questi mezzi, Geova libera dall’idolatria gli ebrei portandoli alla terra promessa ed alla vera religione! Certamente stupefacente!

Mosè resta colpito dalla rappresentazione magica, ma (anche lui!, n.d.r.) non è convinto del tutto ed inventa una nuova scusa: "Scusami, Geova, io non sono buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare col tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua" (4,10). Così Mosè ci dice una cosa che successivamente verà smentita e dai molti discorsi che Mosè terrà e da Flavio Giuseppe che affermerà essere Mosè "uomo eccellente e nato per parlare alle moltitudini" (Ant. Iud., IV, 25). Geova lesina miracoli ed accetta le obiezioni di Mosè: "Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlar bene … Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire, e io starò con te e con lui mentre parlate, e vi suggerirò quel che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca, e tu farai per lui le veci di Dio ….. Terrai in mano questo bastone con il quale compirai i prodigi" (4,14-17). Questo dialogo è lo stesso che si ripeterà poco oltre, quando Geova dirà a Mosè di andare a parlare al faraone. In quest’ultimo caso dice qualcosa di straordinario, che non può parlare con il faraone (per chiedere l’esodo pacifico) perché non conosce la lingua egizia ("Come vorrà ascoltarmi il faraone, mentre io sono incirconciso quanto alle labbra?")  lui, vissuto alla corte del faraone!. Quale lingua conosce allora? E’ che il profeta, anche questa volta, era distratto o meglio ha messo insieme due racconti diversi della tradizione scrivendoli uno dietro l’altro. Tanto era distratto che l’incirconciso doveva essere riferito al colloquio con gli ebrei e non certo con quello con il faraone. Ma vi sono varie incongruenze in tutte queste storie. Intanto, mentre è corretto che, in seguito, agli ebrei parli Aronne, non lo è il fatto che negli altri libri (Pentateuco, Numeri e Deuteronomio) agli ebrei parli lui. Stupisce anche che il faraone non lo riconosca; in fondo era il nonno. Ma qui si vede come il profeta, trovatosi di fronte a quella parola chiave "incirconciso", abbia dovuto usarla quasi a sottolinearne la sacralità dell’appartenenza al popolo ebraico. Risulta invece da tutti i documenti che la circoncisione era praticata da sempre in Egitto. Lo stesso Abramo inizia a praticarla per il suo popolo, quando ritorna a Canaan dall’Egitto. Il fatto è che gli ebrei ne dimenticarono l’origine e la credettero usanza loro e solo loro. Riferendosi al non essere circoncisi, più volte diranno "vergogna d’Egitto". Con questo brano e con le storie precedenti ed antecedenti ci troviamo in grave difficoltà. Mosè dovrebbe essere egiziano e come tale circonciso. Mosè non può essere ritenuto circonciso da chi assegna tale pratica solo al proprio popolo. Chi è Mosè?

A questo punto viene la storia edificante delle piaghe d’Egitto. Ed è la seconda volta in relativamente poco tempo che gli ebrei provocano delle piaghe in quel Paese. Le piaghe che sono il ricatto alò faraone per liberare gli ebrei consistono in: acqua del Nilo che diventa sangue, invasione di rane, invasione di mosconi, mortalità del bestiame, ulcere pustolose, grandine, cavallette e tre giorni di tenebre. A parte l’intervento delle pratiche magiche di cui Geova fu maestro con Mosè, vi sono una serie di cose ritenute piaghe da un popolo, l’ebreo, che non sopportava il clima egizio. Ma vi è la piaga delle piaghe che rende le prime addirittura ridicole: la morte dei primogeniti maschi egiziani (anticipazione della strage degli innocenti e ricordo del supposto annegamento dei primogeniti del popolo ebraico). Insomma non poteva accadere altro: gli egizi riempiono d’oro gli ebrei perché se ne vadano. Ed il profeta anche qui è distratto perché non ci fa capire cosa accade realmente: gli ebrei trovarono favore presso il popolo egiziano o lo spogliarono; vollero partire o furono scacciati; partirono in gran fretta o organizzati ed armati. Nell’insieme si ha un quadro di una plebe oppressa che viene sottratta dai lavori forzati, inseguita da un esercito che, durante un’alta marea, viene ad impelagarsi nel mar Rosso. La narrazione di questa fuga con relativo inseguimento è una bella favola con le caratteristiche del racconto egizio.

Geova si alterna (o confonde) con un angelo nel guidare il popolo ebraico. Di giorno loo guida con una nube nera, di notte con una colonna di fuoco per fargli luce. Il faraone che insegue ha con sé tutto il suo esercito. Gli ebrei hanno paura ed arrivano al mare. Qui Mosè, aiutato da un forte vento d’Oriente, respinse il mare e fece attraversare gli ebrei all’asciutto. Quando gli ebrei furono passati, le acque, prima apertesi, si richiusero sopra l’esercito egiziano, distruggendolo.

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