Ciao Ricky…

Ci sono cose che un milanista non vorrebbe mai dover scrivere, ci sono momenti che non vorrebbe  mai vivere. Istanti tremendi quasi come una finale di champions già vinta ma che vedi portarti via per sei minuti di follia, momenti di amarezza e di sconforto come quelli successivi ad una sconfitta in un derby.

Ma qui non parliamo di calcio giocato, qui la partita si è giocata in stanze chiuse e i giocatori non correvano dietro ad un pallone ma solamente dietro a dei soldi, tanti soldi. Il primo tempo di questa partita si è concluso ieri, intorno alle 19.30, quando le principali tv e testate giornalistiche riportavano la notizia che il Milan stava valutando l’offerta di 150 milioni di euro proveniente dal Manchester City per l’acquisto di Kakà. Tradotto per i non addetti al lavoro: Kakà, il giocatore senza dubbio più rappresentativo del Milan, non è più incedibile. Le reazioni dei tifosi milanisti sono sotto gli occhi di tutti, nessuno, o quasi, vuole che il brasiliano lasci i colori rossoneri; la posizione della dirigenza è in parte comprensibile, rifiutare 150 milioni di euro in un momento di crisi mondiale (tranne per gli sceicchi ovviamente) non sarebbe un gesto intelligente da un punto di vista aziendale ed economico; il giocatore sembra invece non voler accettare l’offerta di una squadra che lotta per non retrocedere nonostante sia pronta a ricoprirlo d’oro.

Ma forse, e sottolineo forse, per Ricardo Izecson dos Santos Leite i soldi, in questo momento della carriera, non sono tutto. Forse ciò che conta sono gli obiettivi della società, il blasone della squadra, l’amore viscerale che i tifosi del Milan gli hanno sempre dimostrato fin dal suo arrivo all’aeroporto milanese in quell’estate di 6 anni fa, quando in molti facevano ironia su quel soprannome che ora tutto il mondo conosce. Da subito entrato nel cuore dei tifosi per quel gol nel derby che gli diede un posto da titolare impossibile poi da levargli. A suon di accelerazioni fulminanti, dribbling ubriacanti, gol da fuoriclasse Kakà vince da protagonista al suo primo anno al Milan un campionato dominato. Seguono anni difficili, una finale di champions persa in modo incredibile e la vicenda calciopoli che rischia di far precipitare il Milan nel baratro della serie b. Le sentenze le conosciamo tutto, come conosciamo tutto ciò che ne è seguito. Kakà è diventato il simbolo di quel Milan che cercava di ripartire dopo quell’estate da incubo, il simbolo di una squadra che contro ogni pronostico riesce a vincere una Champions che ha del miracoloso. L’artefice principale è senza dubbio il brasiliano che dagli ottavi di finale in poi trascina il Milan alla vittoria con prestazioni sbalorditive, come quella nella doppia sfida con il Manchester Utd. Un 2007 da favola che Kakà conclude con la vittoria nella supercoppa europea, con la vittoria del pallone d’oro, quale giocatore più forte del mondo, del Fifa World Player, portando infine il Milan sul tetto del mondo.

Il Milan odierno è Kakà, Kakà è il Milan, chi dice il contrario, chi pensa che il Milan possa rifarsi una squadra con i soldi della cessione del brasiliano, evidentemente non capisce molto di calcio.

Poteva diventare una bandiera di questo Milan, il futuro capitano della società rossonera, come lui stesso ha ammesso di voler diventare non più di due giorni fa. Ma kakà, a meno di clamorosi sviluppi non invecchierà nel Milan, non potrà indossare la fascia di capitano, non potrà mai alzare più un trofeo con quella maglia numero 22. Lo farà forse con un’altra squadra, anche se immaginarlo con un’altra maglia mi riesce davvero difficile. Dopo la cessione di Sheva nel 2006 il Milan sta per vendere un’altra delle sue stelle ma qui la situazione è nettamente diversa. L’ucraino aveva mostrato i primi segni di insofferenza già nell’estate del 2005, era lui che attirato dai soldi dell’amico Abramovich aveva manifestato la volontà di andare via. Qui è diverso, qui c’è un giocatore che vuole restare e una società, che per la prima volta, cede di fronte ai soldi, che per la prima volta dimostra di non tenere alla “famiglia” come ha sempre sostenuto di essere il Milan, che per la prima volta diventa una squadra come tutte le altre. Nel caso dell’ucraino per tutta la stagione 2005-2006 feci fatica ad esultare ad ogni suo gol perché sapevo, avevo la certezza, che a fine stagione sarebbe partito; vissi quella cessione come un tradimento augurandogli di non vincere più niente senza il Milan. A Kakà auguro invece tutto il bene possibile e di vincere tanto quanto ha vinto con il Milan.

In cuor mio ovviamente spero ancora in un ripensamento della società, spero in un no di Ricardo al Manchester City, ma è innegabile che qualcosa si è rotto, una rottura che ora pare insanabile. Anche se Kakà dovesse rifiutare la squadra inglese probabilmente a giugno farà le valigie non sentendo più la fiducia della società attorno a lui. Una società che lo ha coccolato per sei anni, che ha fatto sempre muro di fronte alle offerte che provenivano da Madrid o da Londra, una società che però ora ha ceduto di fronte alle sirene rappresentate dai petroldollari.

Da romantico quale sono concedetemi un ultimo sogno; vedere Kakà scendere in campo domani, risolvere la partita con un gol dei suoi e correre sotto la curva del Milan sbattendosi la mano sul petto. Comunque vada lo ricorderemo così…