Lettura laica della Bibbia – 10° puntata

Gli episodi successivi, di interesse per la nostra ricostruzione del filo storico della Bibbia, riguardano Salomone, Giosia ed Esdra. 

Dopo Giosuè, il periodo dei giudici, quello dell’effettiva conquista, vede l’alternarsi del geovismo con culti assorbiti da popolazioni locali. Con l’avvento della monarchia, le cose non andranno diversamente. Saul, il fondatore della monarchia, per iniziativa del giudice-sacerdote Samuele, cade in disgrazia per "non aver fatto ciò che è giusto agli occhi di Geova", cioè per non aver sterminato tutti i filistei. Con gli eredi di Saul, Davide e suo figlio Salomone, si ha il periodo d’oro della monarchia nel nome di Geova ma con molti cedimenti ad altri culti: "Giuda e Israele erano numerosi come la sabbia del mare e mangiavano e bevevano allegramente" (1 Re, 4,20). Davide fu il fondatore della monarchia teocratica e colui che trasportò l’arca dell’alleanza a Gerusalemme. Inoltre egli fabbricò un altare, su una delle alture della prima sconosciuta Gerusalemme, sul quale sacrificare a Geova. Qui, nella Bibbia seguono racconti, come sempre non concordanti nel vari Libri. La loro caratteristica comune è che sono costruiti, come nel costume di molte tradizioni antiche, in una epoca in cui i fatti sono già accaduti ma con la pretesa sensazione che i fatti siano profetizzati da un’epoca precedente. Quindi il famoso tempio di Salomone sembra essere profetizzato già sotto Davide  ed in modo da tentare paralleli con Mosè e la sua costruzione dell’Arca dell’alleanza, dati i progetti che vengono forniti dallo stesso Geova.

Ma prima di andare oltre su questo tempio che segnerà, nella Bibbia, una svolta politica e culturale è, come già detto, fondamentale riferirsi allo studio ponderoso di due archeologi ebrei contemporanei, Israel Finkelstein (Nadler Institute of Archeology all’Università di Tel Aviv) e  Neil Asher Silberman (Centre for Public Archeology and Heritage Presentation, Belgio), recentemente pubblicato in Italia e dal titolo: Le Tracce di Mosè, Carocci, 2002. Dicono i nostri autori: "Una lettura ravvicinata della descrizione biblica dell’epoca di Salomone suggerisce in modo evidente che si tratta della raffigurazione di un passato idealizzato, una gloriosa età dell’oro. … Oltretutto non esiste neanche un singolo testo egiziano fra quelli noti che nomini David o Salomone per la loro ricchezza e la loro potenza. E le testimonianze archeologiche dei famosi progetti architettonici di Salomone a Gerusalemme sono inesistenti. Gli scavi effettuati nel diciannovesimo ed all’inizio del ventesimo secolo intorno alla collina del Tempio a Gerusalemme non sono riusciti ad identificare nemmeno una traccia del leggendario edificio o del complesso palazzo di Salomone" (pag. 143). Questa testimonianza scientifica da parte di studiosi ebrei dovrebbe sgombrare il campo da mitologie e superstizioni. Si tenga presente quanto detto nella interpretazione di ciò che segue.

La costruzione del tempio, da parte di Salomone, rappresenta, come accennato, un momento di accentramento del potere politico e religioso nella terra di Giuda, la più meridionale di tutte le tribù e la più lontana dai contatti esterni, soprattutto con le popolazioni del nord. Questa commistione di potere politico e religioso viene fuori clamorosamente (ed in modo blasfemo) in una frase della Bibbia: "Salomone decise di costruire un tempio al nome di Geova ed una reggia per sé" (2 Gr., 1,18) nella quale frase vi è la perfetta parità dei poteri e non una discendenza di uno dall’altro. Questa è l’eredità che noi abbiamo nella Chiesa di Roma: per secoli sulle chiese hanno figurato nomi di Papi e/o di santi, dimenticando l’origine dei luoghi di culto. 

Il tempio in quanto tale mostra che si abbandona la tradizione cananea e fenicia e quella israelitica dei tabernacoli e le tende. Ora intervengono ingegneri, artigiani, artisti,…. si passa ad una religione con caratteri piuttosto sincretisti (ogni popolo ha il suo dio e rispetta quello degli altri) per l’apporto delle culture fenicie e libanesi, culture di coloro che dovranno costruire. Il re fenicio Chiram aiuta Salomone nell’opera dedicata a Geova, mentre Salomone continuerà ad adorare i Baal ed Astarti fenici (il profeta ci dice che questa cosa era dovuta  all’influenza delle 700  mogli e 300 concubine di Salomone – sic! -). Inoltre il tempio è una flagrante violazione di tutte le leggi mosaiche. E’ violata la prescrizione di non scolpire immagini di alcun essere vivente, infatti, come solo esempio, il bacino dell’acqua lustrale poggia su ben dodici buoi di bronzo inoltre "c’erano leoni, buoi e cherubini; le stesse figure erano sulle traverse … sulle pareti scolpì cherubini, leoni, ecc…" (1 Re., 7,25-27). Insomma Salomone gareggia con i popoli vicini, inizialmente indicati da sterminare. E nel discorso di inaugurazione del tempio Salomone afferma varie cose che mostrano che quanto dice è quanto già sapeva il cronista, al momento della redazione. Infatti Salomone afferma che il tempio è inadatto per un dio dei cieli (il fatto è straordinario per chi ha terminato una impresa come quella) e, nel fare ciò mostra che dovevano esservi delle opposizioni al suo operato. Egli parla poi di suo popolo che sarà sconfitto perché ha peccato contro Geova, di deportazione del suo popolo verso altre terre, di preghiere che da lontano rivolgeranno a Geova "rivolti verso il paese che tu hai dato ai loro padri, verso la città che ti sei scelta e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome" (1 Re., 8,47-48) mostrando che dalla Bibbia deriva il modo di pregare dei musulmani. In questo discorso vi è anche un elemento di tolleranza fondamentale (a parte il solito ridiscutere dell’appropriatezza di tal dimora per Geova), purtroppo smentito rapidissimamente nel futuro. Dice Salomone: "Anche lo straniero, che non appartiene ad Israele tuo popolo, se viene da un paese lontano, a causa del tuo nome …, se egli viene a pregare in questo tempio, tu ascoltalo dal cielo, luogo della tua dimora" (1 Re., 8,41-43).  

La visione salomonica del mondo diviso a metà tra geovismo e sincretismo non durò. A Salomone successe lo scisma religioso e la secessione politica. Il regno unitario era durato un centinaio d’anni (1030-931 a.C.). Nacque, ad opera del generale di Salomone, Geroboamo, un regno di Israele del Nord (10 tribù!) dove prevalse il sincretismo e dove i leviti erano appartati dal potere e dove erano tollerati culti idolatrici, tra cui quello del vitello. Dall’altra parte rimase solo la piccola tribù di Giuda sotto il comando di Roboamo. I leviti, sacerdoti prima sparsi per tutto il territorio, si concentrarono in Giuda, appena privati del sacerdozio. Questa fuga dal nord al sud di sacerdoti geovisti si ripeterà due secoli dopo, al momento della caduta del regno d’Israele sotto i colpi dell’impero assiro di Sargon II (721 a.C.). Questa grande migrazione di leviti in giudea, dove già erano in maggioranza, fa nascere il sentimento dell’unità nazionale che doveva compiersi alla luce di una nuova alleanza con Geova (seconda legge che Geova aveva consegnato a Mosè). Dei re che si susseguono, la Bibbia ne salva solo due (il regno di Israele aveva peccato per aver fatto ciò che non è giusto agli occhi di Geova): Ezechia (716-687) che regnò dopo la caduta di Israele e Giosia (640-609). Ezechia sembra restaurare la prescrizione di rappresentare essere viventi e, seguace di Mosè e Geova, fa distruggere il serpente di bronzo che usava Mosè sopra al suo bastone (ma non si occupa delle altre immagini nel tempio). Ezechia comunque iniziò un restauro del tempio, restauro che proseguì per molto tempo. Giosia continuò tale restauro e, durante tali operazioni, il gran sacerdote Chelkia ritrovò il libro della legge, quel codice, attribuito a Mosè e poi inserito nel Deuteronomio. Con tale libro si fece opera di indottrinamento, alla quale Giosia fece seguire atti concreti. Riferendosi agli oggetti di altri culti (ed anche al culto di Geova professato fuori dal tempio), Giosia userà questi verbi: "bruciare, demolire, profanare, far scomparire, frantumare, fare a pezzi, tagliare, immolare, riempire con ossa umane o bruciarvele sopra" (23,4-14). Inoltre "immolò sugli altari tutti i sacerdoti delle alture locali e vi bruciò sopra ossa umane" (23,20), indi "fece scomparire anche i negromanti, gli indovini, i penati, gli idoli e tutti gli abomini che erano nel paese di Giuda e in Gerusalemme, per mettere in pratica le parole della legge, scritte nel libro trovato dal sacerdote Chelkia nel tempio" (23,24).

Il cronista è entusiasta: "Prima di lui non era esistito un re che come lui si fosse convertito a Geova con tutto il cuore e tutta l’anima e con tutta la forza, secondo tutta la legge di Geova; dopo di lui non ne sorse un altro simile" (23,25). Geova non ricambiò tante attenzioni e Giosia fu ucciso al primo incontro con il faraone Nekao che passava di lì per andare in Assiria. Questo entusiasmo del cronista e la liquidazione dei posteri, nasce dal fatto che, sotto Giosia vi fu la compilazione del corpo centrale della Bibbia. Si trattava di esaltare in qualche modo, colui che pagava per questa operazione (in tal senso i "giornalisti", non hanno cambiato molto il loro comportamento).

La deportazione del popolo di Israele del 721 a.C. era stata e rimase senza ritorno: nel paese, accanto a pochi ebrei poveri (agricoltori ed artigiani in gran parte) lasciativi dai deporatatori assiri, furono introdotti coloni dai paesi vicini, con il risultato di una popolazione mista, quella dei samaritani aperta a varie religioni. Tra queste anche il geovismo perché, secondo la Bibbia, gli assiri avevano commesso l’errore dal quale Geova aveva messo in guardia gli ebrei al momento della conquista, cioè di spopolare troppo il paese, ridando spazio pericolosamente a belve feroci. Furono quindi proprio i nuovi abitanti a invocare l’invio di preti leviti, esperti del luogo. 

La deportazione di Giuda ebbe invece un suo piccolo ritorno dopo mezzo secolo, anche se il grosso degli israeliti e giudei restò in Babilonia. Principali promotori del ritorno furono il profeta Ezechiele, Esdra, "sacerdote e scriba della legge del Dio del cielo" (Esd.,7,12) e Neemia, "coppiere del re" (Neh.,1,11). Nei libri dedicati a questi personaggi si descrive la ricostruzione  del tempio e delle mura di Gerusalemme (mentre la reggia di Salomone non sarà ricostruita). Il vero artefice del ritorno fu il nuovo signore di Babilonia, Ciro (585-530 a.C.) già re di Persia, della dinastia degli Achemenidi, che si rifaceva alla religione del dio Ahura-Mazda, disposta ad identificare  il suo dio con il dio unico degli ebrei e a tollerare tutti i culti. A seguito di un editto di Ciro, 42.370 persone e 6.337 tra schiavi e schiave tornano a Gerusalemme con la naturale opposizione di chi ormai da anni abitava quelle terre (samaritani ed arabi). La ricostruzione procede ma diventa necessaria la vigilanza armata. I samaritani chiedono di partecipare a tale impresa ma non vengono accettati. Allora si rivolgono al successore di Ciro, Artaserse, per avvertirlo di questa popolazione, da sempre ribelle, che presto o tardi provocherà sedizioni. Dopo una breve sospensione dei lavori, il re Dario, reintegrerà le disposizioni di Ciro con un suo editto. A questo punto si aggiunge uno strano documento che dovrebbe essere del successore di Dario, Artaserse II (404-358), indirizzato ad Esdra per invitarlo "a fare inchiesta in Giudea ed a Gerusalemme intorno alla osservanza della legge del tuo dio" (7,14), ed in più gli viene ingiunto: "Quanto a te, Esdra, con la sapienza del tuo dio, che ti è stata data, istruisci quelli che non la conoscono" (7,25). 

Si tratta di una novità rispetto all’editto tollerante di Ciro. Ora si tratta di intervenire sulle coscienze, a cui si fa seguire una precisa sanzione: "A riguardo di chiunque non osserverà la legge del tuo dio e la legge del re, sia fatta prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o con il carcere" (7,26).

Così, alla ricostruzione materiale del tempio segue quella ideale del geovismo. Quella provincia  dell’impero persiano può di nuovo instaurare l’intolleranza, questa volta con un ordine di un re straniero. Ma vi è un qualcosa di più triste della pena di morte invocata da Artaserse, la più spietata ferocia degli ebrei contro se stessi. Con Esdra nasce il giudaismo che sarà implacabile con ogni deviazione dalla legge che non voleva inquinamenti di razza (a questo punto, la cosa pare straordinaria). Ai capi che vengono a segnalargli che né il popolo, né gli stessi leviti e sacerdoti si sono separati dalle popolazioni locali, anzi, "hanno preso in moglie le loro figlie per sé e per i loro figli; e così hanno profanato la stirpe santa" (9,1-2). Esdra risponde prima lacerandosi le vesti e strappandosi la barba ed i capelli per la disperazione, e poi tenendo un discorso al popolo per ammonire che "il paese di cui voi andate a prendere possesso è un paese immondo per l’immondezza dei popoli indigeni"  e "per questo non dovete dare le vostre figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli" (9,11 e 12).

E’ l’antico precetto mille volte violato, ma che da questo momento sarà messo definitivamente ed intransigentemente in pratica. L’assemblea del popolo di Geova, rimanderà alle loro terre le mogli ed i figli nati da essi (come definire ciò?). Viene sancito la distruzione dei beni e l’espulsione dalla comunità per chi non esegue entro tre giorni la decisione. Inizia così la violenta separazione che dà il via al giudaismo. Resta da mettere d’accordo ciò con quanto aveva sostenuto Salomone, a proposito dell’accettazione dello straniero ma, tant’è, queste continue contraddizioni ora giungono al termine. Il giudaismo presenta, rispetto a persecuzioni e violenze comuni a tutte le altre comunità religiose, la triste novità del ripudio delle mogli e dei figli considerati stranieri. Si tratta di una pia violenza esercitata in nome di dio.

Lettura laica della Bibbia – 9° puntata

Mosè è ora il capo del popolo di Israele. Seguiremo altre sue vicende su altri libri del Pentateuco. Intanto occorre dire che già dagli episodi del Sinai intravediamo i leviti come suoi sacerdoti-gendarmi. La Bibbia in molte parti ci dice che i leviti erano “mansueti” come il loro capostipite, Levi. Ma se andiamo a ricordare ci ritroviamo con il massacro che Levi, insieme a suo fratello Simeone, realizza a Sichem. Massacro per il quale sarà maledetto dal padre Giacobbe, per poi essere premiato con il sacerdozio e con il fatto che tutti gli altri fratelli dovevano dargli una decima. L’altro è il massacro di coloro che non facevano parte della tribù levita e che insieme ad Aronne avevano festeggiato con il vitello dorato.

Osserviamo intanto che, con Mosè, cambia la struttura del potere tra gli ebrei. Prima il capotribù era tutto, anche sacerdote. Ora il sacerdote inizia a costituire una casta separata dagli altri. Una casta cui dallo stesso Mosè viene assegnato il potere di controllo, anche militare, sul popolo. In punto di morte Mosè benedirà i leviti per lo stesso motivo per cui Giacobbe li aveva maledetti: la violenza assassina che non guardava in faccia a nessuno. Dice Mosè: “Dà a Levi i tuoi Tummin, ed i tuoi Urim all’uomo a te fedele [questa espressione sta per: dai agli uomini che ti dico gli strumenti per conoscere la volontà di Dio], a lui che dice del padre e della madre: io non li ho visti ; che non riconosce i suoi fratelli ed ignora i suoi figli. Essi insegnano i tuoi decreti a Giacobbe e la tua legge ad Israele” (Dt., 33,8-10).

La vocazione omicida dei leviti si ripropone anche in altri episodi (vivo ancora Mosè, ma morto Aronne). Alcuni di questi episodi rappresentano la ribellione di altre tribù. In qualche modo si ripeteva a Mosè ciò che in Egitto gli aveva detto quello schiavo ebreo: insomma, chi credi di essere per poterci comandare? Altri episodi avevano origini diverse. Il più orrendo è quello di Peor, raccontato in Numeri . Il protagonista è Pineas, figlio di Eleazaro, figlio di Aronne, quindi per diritto ereditario, gran sacerdote. Siccome gli israeliti avevano iniziato ad avere rapporti con le donne dei madianiti, Geova ordinò a Mosè (che aveva sposato una madianita!) di “appendere al palo i colpevoli, davanti a Geova, il sole [reminiscenza del dio sole di Akenaton?,n.d.r]” (Nm.,25,4) al fine si immagina di educarli.. Ma Pineas utilizzò una variante: vedendo un israelita andare con una madianita, “prese in mano una lancia, seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l’uomo di Israele e la donna, nel basso ventre” (Nm.,25,8), cioè nel sesso. Si torna alle origini, al delitto d’onore o comunque a sfondo sessuale, inaugurato da Levi con i sichemiti. Questo duplice assassinio viene premiato per bocca di Geova in persona: “Io stabilisco con lui un’alleanza di pace, che sarà per lui e la sua stirpe dopo di lui, un’alleanza di un sacerdozio perenne, perché egli ha avuto zelo per il suo Dio e ha fatto il rito espiatorio per gli israeliti” (Nm.,25,12-13). Ma vi è di più, proprio nell’ultima frase della penultima citazione, quella di Mosè: si attribuisce a questi sacerdoti-gendarmi-assassini un compito di grande responsabilità: quello dell’insegnamento della religione.

Tra vari episodi, ci viene raccontata anche la congiura ordita contro Mosè da parte della sorella Maria (profetessa) e dal fratello Aronne. “Maria e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope [madianita,n.d.r] che aveva sposato … Dissero: ‘Geova ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?’ ” (Nm.,12,1-2). Rispetto a tutto quello che si è detto prima, il discorso dei congiurati non fa una piega, particolarmente la proibizione di sposare donne straniere. Ma Geova si schiera ancora con Mosè in modo coreografico: “Scese in una colonna di nube, si fermò all’ingresso della tenda” rimproverando i due fratelli ed esaltando Mosè. E, quando se ne andò, “la nuvola si ritirò di sopra la tenda, ed ecco, Maria era lebbrosa, bianca come neve” (Nm.,12,5 e 9), salvo farla guarire dopo 7 giorni.

Chiudo con il seguire le vicende “cronologiche” della Bibbia. Continuerò invece con quattro degli episodi più significativi presi in altri Libri e con delle considerazioni generali.

Giosuè ed il dio eletto (1° di 4 episodi rilevanti della Bibbia)

Sul fatto che quella “masnada di raccogliticci” al seguito di Mosè avesse un dio certo vi è da discutere. Intanto fu Mosè il primo a dare una direttiva certa, con il massacro sotto il Sinai di tutti coloro che non erano con Geova. I leviti inaugurarono la casta dei sacerdoti-gendarmi ed il tutto resta così in termini di potere, fino a Giosuè, quando vi è un altro cambiamento strutturale. Passiamo quindi ai libri storici.  per seguire un poco le vicende di Giosuè, braccio destro, erede di Mosè e conquistatore di gran parte della terra promessa, nella quale, nonostante le tante e ripetute promesse, Geova impedì a Mosè di entrare.

Geova è un dio che ha un’alternanza di adesione. E Giosuè è un’altra tappa che porta all’adesione ma in modo diverso, come vedremo.  Al termine delle sue conquiste, prima di morire (a 110 anni!), Giosuè raduna tutte le  tribù di Israele a Sichem per parlare loro e cercare risposte plebiscitarie. Egli ricorda che: “I vostri padri, come Terach  padre di Abramo e padre di Nacor, abitarono dai tempi antichi oltre il fiume [alta mesopotamia], e servirono altri dei” (Gs. 24,2) e ricorda la storia della conquista attribuendone merito a Geova concludendo: “Temete dunque Geova, e servitelo con integrità e fedeltà; eliminate gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume [a Carran] e in Egitto, servite Geova. Se vi dispiace di servire Geova, scegliete oggi chi volete servire: se gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume, oppure gli dei degli Amorrei, nel paese dei quali abitate” (24,14 e 15).

In questo brano si dicono varie cose. A Carran, Abramo aveva altri dei e non conosceva Geova. In Egitto gli ebrei che seguirono Mosè avevano altri dei, come il Bue Api che tentarono di ricostruire (il vitello dorato).

Nell’esodo gli ebrei sembrano proprio non avere ancora un loro dio. A questo punto Giosuè offre una scelta, addirittura tra tra tre gruppi di divinità, quelle mesopotamiche, quelle egizie e quelle palestinesi (amorree) ma con l’avvertenza (da non trascurare, per le possibili conseguenze!) che egli e la sua casa hanno scelto di “servire Geova”. Di fronte a questa cosa gli ebrei avevano già una risposta, o no? “Lungi da noi l’abbandonare Geova per servire altri dei … Anche noi vogliamo servire Geova, perché egli è il nostro dio” (Gs., 24,16-18). Ma Giosuè insiste con un discorso in cui sembra negare ciò che vuole: “Voi non potrete servire Geova, perché è un Dio santo, un Dio geloso … Se abbandonerete Geova e servirete dei stranieri, egli vi si volterà contro …” (24,19-20) ed il popolo, naturalmente: “No! Noi serviremo Geova!” (24,21).

Abbiamo qui un ottimo quadro di una società politeista con un venditore di un dio rispetto ad un altro. Per di più un tal dio è anche geloso e vendicativo. Definizione di un principio di intolleranza verso altre religioni che vuol dire, verso altre culture ed altri popoli. E Giosuè può concludere: “Voi siete testimoni contro voi stessi che vi siete scelto Geova per servirlo … Eliminate gli dei dello straniero, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il cuore verso Geova, dio di Israele” (24,22 e 23). Ecco che il popolo eletto ha in realtà eletto il suo dio: la vera storia del popolo eletto da dio ci si è rivelata come la storia del dio eletto dal popolo! Anche se, naturalmente vi sono altrove  affermazioni opposte (ma la Bibbia dice e dirà sempre tutto ed il contrario di tutto).

La scelta solenne fatta in presenza di Giosuè, naturalmente non fu definitiva. I tradimenti seguirono. Infatti, “Dopo quella generazione ne sorse un’altra, che non conosceva Geova … e servirono i Baal … e seguirono altri dei di quei popoli che aveva intorno” (Gdc., 2,10,12). C’è a questo punto da osservare che vi è una sorta di lunga marcia dal politeismo al monoteismo con la triste constatazione del fatto che questo non fu certo un avanzamento, ma una chiusura verso gli altri, una sorta di razzismo.

Su Giosuè vi ancora altro da dire. Con il racconto delle sue imprese troviamo nei libri storici l’inizio di quella categoria storica che è l’idea dello sterminio di chi non è con lui, dalla propria parte. Israele mostra dalla Bibbia di non conoscere altri rapporti con altri popoli che non siano di sterminio. E lo sterminio va oltre la strage in campo di battaglia (opera indegna di ogni esercito); esso investe tutta la popolazione, talvolta risparmiandone bambini e donne per farne schiavi e concubine (ma talvolta sacrificando anche loro , come contro i madianiti). Questo sterminio è presenza ossessiva in tutto il libro di Giosuè: “Così Giosuè batté tutto il paese … Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere chje respira, come aveva comandato Geova, dio d’Israele”  (Gs., 10,40). Ebbene questo è un ritornello che si ripete SEMPRE nel libro di Giosuè. E la Bibbia si compiace talmente dello sterminio da inventare perfino il noto episodio del sole e della luna fermati da Giosuè per prolungare il giorno, in modo da completare il massacro; e da spiegarci come gli ebrei si trattenessero sei mesi nel paese dei madianiti, per non lasciarvi superstiti. E non mancano frasi lapidarie del tipo: “Poi il paese non ebbe più guerra”; “Nessuno mosse più lingua contro gli israeliti”.

Viene subito in mente l’Iliade che tra ogni crudeltà prevede l’infinita tenerezza tra Ettore ed Andromaca ed il loro figlioletto Astianatte; c’è il tragico pianto di Achille per la morte dell’amato Patroclo; c’è la pietà dello stesso Achille di fronte al padre del nemico ucciso … E così per ogni altra tragedia guerresca dell’antichità. A lato di vergogne vi è sempre la speranza che nasce dalla pietà, dal tentare di avvicinarsi alle ragioni del “nemico”. Qui no! Qui non vi è mai ombra di pietà. Lo sterminio deve sempre essere compiuto fino in fondo. E neanche a prendersela con il popolo ebraico. E’ Geova che vuole così! Questo, cioè quello descritto dalla Bibbia, è il suo mondo di promesse.

Le vie del signore sono finite

Oggi è il giorno del dolore, della sofferenza, del pianto disperato di chi ha visto in pochi secondi portarsi via tutto ciò che aveva.

Non è facile descrivere a parole le emozioni di chi, come me, ha visto scorrere in tv quelle immagini strazianti;  ogni bara inquadrata, ogni lacrima che scendeva in coloro che erano lì a  dare l’ultimo saluto ai loro cari, aveva una storia da raccontare.

Non è più infatti una questione di numeri e di cifre perché ora che abbiamo visto quelle centinaia di bare allineate sappiamo che in ognuna di loro c’era una vita che è stata spezzata, un sogno che è stato infranto, un progetto che non potrà mai essere realizzato.

Storie, come quella di Alessandra, 22 anni,promessa del pop ricordata in queste ore da tanti messaggi dei suoi amici che su facebook la ricordano come una ragazza piena di vita e che coltivava il sogno di diventare una cantante. O come quella di Lorenzo Sebastiani,20 anni,pilone e promessa del rugby italiano. O ancora la storia di Martina Di Battista e Daniela Bortoletti, due studentesse, che sono morte nel crollo della palazzina di cinque piani in cui vivevano, le hanno trovate abbracciate, unite anche nella morte.

Ciò che mi fa più arrabbiare quando leggo queste storie è l’età delle persone colpite e la domanda che mi è passata maggiormente nella testa in questi giorni è: perchè loro?

Quando muore una persona anziana puoi fartene una ragione, puoi dire che in fondo una vita l’aveva vissuta, che la sua ora era arrivata. Quando muore un bambino la disperazione è immensa ma almeno hai la consolazione che forse quel bambino non ha avuto la consapevolezza di ciò che gli stava accadendo, che è morto con quell’innocenza che solo i bambini possono avere, che è morto probabilmente senza progetti o sogni per il futuro.

Ma quando muore un ragazzo, un giovane che è nel pieno della propria vita, non ce la fai proprio a darti una giustificazione del perché è accaduto e non servono a niente frasi del tipo che adesso sarà in un posto migliore, che ora è stato accolto tra le braccia del Signore, che ora per lui incomincia una nuova vita. Primo perché NESSUNO potrà mai darci la certezza che esista un’altra vita migliore di questa, secondo perché comunque quel ragazzo aveva il diritto di vivere QUESTA vita e di combattere per realizzare tutti i sogni che si era prefissato.

E che nessuno se ne esca per favore con la storia che le vie del Signore sono infinite, che i suoi disegni sono imperscrutabili e che era destino che andasse così.

Perché a chi pensa questo faccio una domanda: quale mente così malata e diabolica potrebbe escogitare tutto questo? Dove sarebbe la bontà di un dio che fa nascere una vita per poi decidere di spezzarla nel bel mezzo del cammino? Quale sarebbe la giustizia nel lasciar proseguire una vita di un novantenne per levarla ad un bambino che non ha potuto nemmeno rendersi conto di cosa significa stare al mondo?

Io non ho timore di dio, non l’ho mai avuto da quando ho iniziato a ragionare con la mia testa, e nessuno di voi lo dovrebbe avere. Tutti abbiamo il diritto di farci delle domande, di incazzarci di fronte a ciò che non ci sembra giusto; perché io sfido chiunque a dire il contrario, a permettersi di dire che in fondo questo è il nostro destino. Destino è una parola che gli uomini si sono inventati per cercare di rispondere a quei perché che sono privi di un senso logico e che molti erroneamente associano a un presunto dio quando è così chiaro e lampante che ogni avvenimento di questa terra è solo frutto del caso.

Quando qualcuno sopravvive a sciagure come quella che ha colpito l’Abruzzo si grida spesso al “miracolo”, ad una mano dall’alto che è scesa per aiutare, ma a mente fredda la verità è un’altra: se sei ancora vivo, se il tuo coinquilino non ce l’ha fatta mentre tu puoi raccontare quello che è accaduto è solo perché il caso ha “deciso” così. E’ un po’ come quando estrai una pallina da un’urna che contiene altre palline o quando giochi un numero alla roulette; perché è uscita proprio quella pallina o quel numero? La risposta è la stessa che si può fare a chi si chiede perché quella persona si è salvata e quell’altra no: una semplice e spietata questione di probabilità.

Nessun disegno divino, nessun destino, solo una pura casualità.

Un ultimo pensiero va a coloro che sono sopravvissuti ma che hanno perso la loro casa, il loro lavoro, la loro quotidianità. Tocca a loro, con il nostro aiuto, rimboccarsi le maniche nei prossimi mesi e iniziare la ricostruzione dei paesi che sono andati distrutti dal sisma. Come è successo in passato per l’Umbria, la Campania e il Friuli sono convinto che anche l’Abruzzo saprà rialzarsi e ripartire più forte di prima.

Ed è un dovere di tutti noi aiutare e non dimenticare.