Bambino 44

Bambino 44 di Tom Rob Smith

 
"Leo aveva fatto tutta la strada di corsa: la notizia della morte di Aleksandr aveva spazzato via ogni discrezione. Non provava più quel senso di delusione e malinconia che lo aveva tormentato per tutta la settimana: adesso era sconvolto, si sentiva parte di una commedia degli equivoci orribile e assurda, l’attore di una grottesca farsa, il sognatore ingenuo che anela alla giustizia ma si lascia dietro una scia di distruzione. La sua speranza – di far catturare un assassino – era stata ripagata da un bagno di sangue."
 

È la quarantaquattresima vittima, il ‘Bambino 44’ del titolo del romanzo del ventinovenne Tom Rob Smith, un libro che fa venire i brividi leggendolo, che raggela l’anima, comunicando con immediatezza il senso di disperata solitudine che già colpisce nella copertina: un uomo solo che cammina seguendo le rotaie, mentre nevica sulle macchie di sangue. Ed è la solitudine peggiore, quella in cui ci si trova quando si è sempre attorniati da persone con cui non ci si può fidare a scambiare neppure una parola. Perché chiunque è una possibile spia nell’Unione Sovietica del 1953. Chiunque è pronto ad una delazione se il risultato può essere una facilitazione anche minima della vita quotidiana nel paradiso dell’uguaglianza. Per non parlare poi dei temuti membri del MGB, intesi a tutelare la Sicurezza di Stato in sostituzione del NKVD, infiltrati ovunque.

Il romanzo inizia nel 1933, in un villaggio dell’Ucraina, dove due bambini inseguono un gatto scheletrico nel bosco: il sipario cala bruscamente su questa prima scena, con un uomo che brandisce un bastone e uno solo dei bambini che torna a casa, a mani vuote. Dietro c’è l’allucinante capitolo storico della ‘fame di massa’, a seguito della folle politica staliniana di industrializzazione forzata e di collettivazione nelle campagne, con il risultato di sette milioni di morti, episodi di cannibalismo e la distruzione completa della società contadina – una delle tante tragedie taciute e censurate del secolo XX. Immagazziniamo in un angolo della mente la scena dei fratellini affamati – dovremo riprenderla molto più avanti nel corso della vicenda che compie un balzo in avanti, a vent’anni dopo.

È il febbraio del 1953, poco meno di un mese dopo sarebbe morto Stalin, ci sono ancora due fratellini al centro della scena, giocano a palle di neve, litigano, il più piccolo si allontana, verrà trovato morto. È lui il “Bambino 44”: la versione ufficiale dice che è stato travolto dal treno, che era troppo vicino ai binari. Ma suo padre fa parte della polizia segreta e cerca di ribellarsi alla legge del silenzio: suo figlio aveva la bocca piena di terra e il torace lacerato. Suo figlio, cinque anni non ancora compiuti, è stato assassinato. Questo è il problema: non esiste la criminalità nella Russia sovietica, i delitti sono il prodotto della società capitalista. Quando si verifica qualche morte ‘impropria’, l’importante è incriminare subito qualcuno – un ubriacone, un vagabondo, un relitto della società – che sia plausibilmente il colpevole. E non in grado di replicare. Ma anche se lo fosse… i sistemi che si applicano nel famigerato carcere della Lubjanka sono tali da far confessare qualunque cosa a chiunque.

Non ci piace affatto l’eroe del romanzo di Tom Rob Smith, Leo Stepanovic Demidov, quando ne facciamo la conoscenza in una stanza del Condominio 18 dove abita il collega, padre del bambino morto. Perché Leo è un servo dello Stato. Leo ubbidisce alle direttive. Si deve fare così per il bene comune, perché si realizzi il futuro dell’utopia comunista. E allora bisogna dire a dei genitori in lacrime che non è vero che il bambino è stato trovato nudo, che non c’era nessuna orrenda lacerazione, che è stato un incidente. Leo non ci piace neppure quando lo vediamo all’inseguimento della presunta spia Brodskij, eppure c’è già uno spiraglio di qualcosa di nuovo in lui, nel disgusto che prova quando vede uccidere i contadini a sangue freddo, e dopo, quando deve assistere alla tortura per far parlare Brodskij. Finché – e questo è il punto di volta del romanzo – a Leo viene assegnato il compito di sorvegliare sua moglie. Il che significa denunciarla come spia. Oppure essere ritenuto suo complice.

La trama più superficiale di Bambino 44 è la ricerca (in segreto, all’insaputa delle autorità) dell’uomo ch e- ad un certo punto diventa chiaro – è un serial killer. Ci fosse solo questa traccia da seguire, si tratterebbe di un banale romanzo di indagine poliziesca; invece il romanzo diventa straordinario, profondo, angosciante e carico di tensione mentre segue il percorso di crescita di Leo che da legnoso personaggio sgradevole diventa sempre più terribilmente umano, scongelandosi mentre il treno lo porta a Nord, a 800 km da Mosca, dopo aver perso la posizione di temibile prestigio, condannando anche i genitori a perdere tutti i vantaggi che il suo ruolo gli aveva procurato. Per che cosa, poi? Per essere leale alla bella moglie che, troppo tardi, gli dice di averlo sposato solo perché aveva paura di lui. Leo diventa ‘grande’ nell’avvilimento, nelle privazioni, nella sofferenza. Vede dentro il sistema con occhi che sanno dove guardare. Passerà attraverso prove di ghiaccio e di fuoco, ma la sua anima sarà salva.

Tom Rob Smith è riuscito mirabilmente a combinare la storia romanzesca con la Storia, con una vicenda di stampo orwelliano capace di creare anche nel lettore la psicosi dell’essere sorvegliato. E con il risultato di provocare una tensione fortissima nel racconto, non tanto nella caccia all’assassino quanto in quella al nostro eroe trasformato da cacciatore in preda.
Un consiglio: iniziate il romanzo a fine settimana e annullate ogni impegno. Perché in ogni caso non vi terreste fede, vi dimenticherete di tutto, assorbiti nella lettura.