La tentazione è donna… lo sanno anche i bambini

“Il sole mi stava chiamando. Dopo un lungo periodo di freddo infernale la primavera era ormai alle porte. Il cielo era limpido e il clima a dir poco perfetto. Non avevo scelta perché ormai la nostalgia di quei lunghi giri in bicicletta si faceva sentire… la soluzione era una e una soltanto: zaino in spalla e partire all’avventura. L’euforia era diventata in pochi secondi parte di me, la gioia mi scorreva nel sangue e sul mio volto era comparso un sorriso che nemmeno Samara sarebbe riuscita a togliermi. Mi preparai in fretta e furia; non potevo aspettare troppo altrimenti si sarebbe fatto buio, e inoltre la bici mi chiamava. Ero finalmente pronta. Presi le chiavi di casa e abbassai la maniglia del portone di ingresso. Con un leggero spavento mi resi conto che di fronte a me vi era una donna. Era mia madre di ritorno dal lavoro. In apparenza il nostro incontro potrebbe sembrare insignificante ma quell’incontro. Quell’incontro poteva voler dire una cosa soltanto: che la tentazione esiste ed è donna. Era arrivata la macchina.”

La tentazione è donna ci dice questo simpatico post feisbucchiano. Ma perché associamo la tentazione al genere femminile? La risposta l’ho data in parte nel precedente post parlando di Creazione. Già, perché è proprio dal racconto contenuto nel primo libro della Bibbia che derivano gran parte degli stereotipi associati al genere femminile. Rinfreschiamoci la memoria. Dio, dopo aver creato Adamo ed Eva, li mette a vivere nel giardino dell’Eden, comandando loro di nutrirsi liberamente dei frutti di tutti gli alberi presenti, tranne che dei frutti del cosiddetto albero della conoscenza del bene e del male. Ma i due, tentati dal serpente, mangeranno il frutto dell’albero proibito. In realtà è la donna che offre il frutto all’uomo, condannandolo al peccato e di conseguenza, alla morte.

Le donne erano considerate essere in stato di punizione a causa del peccato.

Le storie bibliche della creazione vennero interpretate come prova della permanente sottomissione delle donne all’uomo, come punizione.

I Padri della Chiesa ritennero le donne responsabili di aver portato il peccato originale nel mondo, e di essere fonte di continua seduzione; da qui ne deriva una reale “misoginia” ed una vera e propria persecuzione. La caccia alle streghe fu il risultato più eclatante di questa malata visione del genere femminile. Conoscete il Malleus Maleficarum? Conosciuto anche come Martello delle streghe, è un testo in latino, pubblicato nel 1487 da due frati domenicani allo scopo di reprimere in Germania l’eresia, il paganesimo e la stregoneria. Riscosse i consensi della quasi totalità degli inquisitori e di autorevoli ecclesiastici, nonché di giudici dei tribunali statali sive secolari, tanto che ne vennero pubblicate trentaquattro edizioni e oltre trentacinquemila copie impresse anche in edizione tascabile. Il Malleus Maleficarum rimase, fino alla metà del XVII secolo, il più consultato manuale sulla caccia alle streghe, sia da parte degli inquisitori cattolici, sia dei giudici protestanti, poiché spiega proposizione per proposizione come comportarsi in ogni singola occasione. Il libro è diviso in tre parti. La prima affronta la discussione sulla natura della stregoneria. Le donne, a causa della loro debolezza e a motivo del loro intelletto inferiore sono predisposte a cedere alle tentazioni di Satana. Il titolo stesso presenta la parola maleficarum (femminile) e gli autori dichiarano (erroneamente) che la parola femina (donna) deriva da fe + minus (fede minore). Alcuni degli atti confessati dalle streghe, quali ad esempio le trasformazioni in animali o mostri, sono mere illusioni indotte dal diavolo, mentre altre azioni, come ad esempio la possibilità di volare ai sabba, provocare tempeste o distruggere i raccolti sono possibili. Gli autori, inoltre, si soffermano con morbosa insistenza sulla licenziosità dei rapporti sessuali, che le streghe intratterrebbero con i demoni. La donna per secoli viene vista quindi come simbolo del male e del peccato, un oggetto da tenere lontano dall’uomo e utile solo a procreare. Tornerò a parlare in futuro e ad analizzare nel dettaglio questo manuale.

Ma in questo post vorrei soffermarmi sugli stereotipi di genere, ovvero quelle caratteristiche che associamo, senza nemmeno pensarci, agli uomini e alle donne.

Perché vi ho introdotto l’argomento parlando di Creazione e di Malleus Maleficarum? Semplicemente perché molti degli stereotipi di genere, soprattutto per quello che riguarda la figura della donna, provengono dal passato e da un’educazione religiosa difficile oggi da rimuovere. In senso ampio, va riconosciuto che i gruppi sociali, culturali, religiosi, politici praticano un’educazione di genere, che influenza il soggetto pur non ponendosi questo obiettivo. Quindi tutti noi, fin da bambini, siamo educati a vedere gli uomini e le donne in maniera diversa, associando al singolo genere delle caratteristiche ben definite.

Gli stereotipi sessisti assorbiti durante l’infanzia sono i più duri a morire, in quanto il cervello dei bambini in questa fase è estremamente plastico, quindi maggiormente ricettivo agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno, e tuttavia sprovvisto degli strumenti necessari a filtrare le informazioni di cui viene bombardato. Come risultato, i dati immagazzinati in questo periodo della crescita sono tenacemente ancorati alla nostra memoria e diventano pertanto parte integrante del nostro essere persone.

“Le fiabe della tradizione propongono donne miti, passive, unicamente occupate alla propria bellezza, incapaci; le figure maschili sono attive, forti, coraggiose, leali e intelligenti. Le figure femminili delle favole generalmente appartengono a 2 categorie: le buone e inette o le malvagie. Nelle fiabe dei Grimm l’80% dei personaggi negativi sono femmine. Le poche figure femminili buone e positive, sono le fate che, però, non usano le proprie risorse personali, ma un magico potere conferito dall’esterno.

Senza andare troppo lontano nel tempo, con le storie centenarie della tradizione popolare, osserviamo che ancora oggi, all’inizio del Duemila, la scuola italiana continua a tramandare modelli di mascolinità e femminilità rigidi e anacronistici, sulla base dei quali gli alunni dei due sessi andranno a strutturare le rispettive identità di genere.>”

I cartoni della Disney, indubbiamente, trasmettono un sacco di messaggi positivi: possono spronare nell’essere altruisti e\o ottimisti, all’impegnarsi in quello che si fa, a cercare di cambiare il proprio destino, ecc ecc.. Ma nel 90% dei casi la bellezza delle protagoniste e il lieto fine con l’amore finalmente conquistato sono i temi preponderanti. Il messaggio trasmesso è che trovare l’amore della propria vita è lo scopo per una donna e la bellezza è il mezzo per conquistarlo.

Le figure femminili che appaiono in queste storie propongono modelli superati dall’attuale realtà sociale , infatti oggi le bambine vivono un vita dinamica, studiano, fanno sport ecc … , ma nelle favole e nei racconti le fanciulle restano fragili ed indifese in perenne attesa del principe azzurro che, con tanto di collant, piuma e cavallo, venga a sollevarle dalla loro, quasi certa, situazione di degrado al fine di ingravidarle e farle così vivere nel tanto agognato e vissero felici e contenti.

Si narra, nella maggior parte dei casi di donne/bambine vanitose, unicamente interessate della loro bellezza, con un’innata predilezione per i guai a causa della loro stupidità mista ad un’immancabile ingenuità; mancano del tutto le donne intelligenti, coraggiose, attive, leali e nel momento in cui sono presenti, rappresentano in genere figure negative , invidiose, che vivono nell’ombra e utilizzano i poteri magici per commettere atti malvagi (le streghe… ricordate?).

Ma vediamo nel dettaglio le caratteristiche di alcune delle più famose “principesse” delle fiabe Disney.

BIANCANEVE (1937). Leggiadra fanciulla dalla pelle bianco latte con boccolosi capelli neri corvino. Dotata di una spiccata indole francescana, diletta con la sua voce soave gli animali vicino lei. Essendo stata insignita del titolo “La più bella del reame” da uno specchio parlante, è costretta alla fuga dall’invidiosa matrigna desiderosa del suo cuore. Fortunatamente trova aiuto nel guardiacaccia, riuscendo così a fuggire nei boschi. Occupa abusivamente una casetta, godendo per un breve periodo del diritto di usufrutto. Dopo aver dimostrato ai sette nani minatori di saper pulire e cucinare, ottiene l’incarico di colf che svolgerà senza retribuzione e contributi pagati. Biancaneve inizia perciò una vita nuova cucinando, pulendo e badando alla casa dei nani mentre loro cercano i diamanti nella miniera, e alla sera cantano, suonano e ballano.

La malefica strega scopre che Biancaneve è ancora viva, ed essendo fan del motto chi fa da sé fa per tre , si reca nel bosco, dopo essersi trasformata in un’orribile vecchina, per ucciderla. Giunta nei pressi della casetta, riesce a convincere l’ingenua fanciulla nel mordere la famigerata mela dei desideri (mela-tentazione, vi dice niente?) cadendo così in un catatonico stato di pseudo morte.

Successivamente è un susseguirsi dei soliti eventi: la strega muore, il solito principe cerca moglie innamorato della voce della principessa la trova, la bacia e… vissero felici e contenti.

Che dire di questa principessa? Ingenua fanciulla, incapace di badare a se stessa, con una spiccata propensione per i guai (persino gli uccellini avevano capito che la vecchina era la strega sotto mentite spoglie) e con un unico sogno : il principe con il cavallo che andrà a recuperarla e la porterà nel suo fantastico castello, con mille stanze da pulire, al fine di ingravidarla .

CENERENTOLA (1950). Una delle principesse più amate della storia della Disney. La povera, scalognata, virtuosa domestica e bellissima Cenerentola che viene costretta dalla matrigna e dalle sorellastre cattive, invidiose della sua sfolgorante bellezza, a lavorare come sguattera nella dimora di famiglia. Riesce a introdursi furtivamente al ballo del secolo grazie alla provvidenziale complicità di un gruppo di topi e di una fatina e ovviamente conquista l’ambito principe al primo sguardo. Poi si fa tardi, lei è costretta a fuggire senza dargli spiegazioni di sorta né un recapito di qualche genere, e perde la famosa scarpetta. Il principe, icona inconsapevole del movimento fetish, trascorre giornate intere trastullandosi con tale scarpetta, prima di essere folgorato sulla via di Damasco e stabilire di risolvere i propri dilemmi convolando con fanciulla il cui piedino la calzerà la pennello.

Gli stereotipi sessisti abbondano. C’è l’eterna rivalità/invidia tra donne. Il mito della bellezza femminile come chiave per spalancare ogni tipo di porta. La competizione per ottenere le attenzioni del maschio di turno e l’incapacità di lavorare in gruppo. L’esaltazione della figura femminile modesta che svolge i lavori più umili mantenendo intatta la propria purezza e virtù. L’idea che sarà l’incontro con l’Uomo Giusto a salvarla dai guai e a cambiarle la vita.

AURORA (1959). La bella addormentata nel bosco. Un classico pieno di pathos, amore e ovviamente tanti stereotipi. Il re e la regina di un posto molto lontano, finalmente riescono ad avere una bimba, Aurora. Si preparano feste, balli ai quali vengono invitate tre fate che fremono di dare i loro preziosi doni ( considerati delle virtù… ma da chi? ) alla fortunata pargola: Bellezza e capacità canore. All’improvviso ecco sbucare la strega cattiva con tanto di corvo che le lancia una bella maledizione: “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio… sarai così rincoglionita che, segregata e impossibilitata di parlare con alcuno, riuscirai a pungerti con un fuso e morirai!” Per fortuna Serenella non aveva ancora fatto il suo dono-virtù e così al posto di diventare un’ottima casalinga, bella e con spiccate doti canore si addormenterà in un sonno profondo e potrà risvegliarsi solo nel momento in cui, uno spavaldo principe cerca moglie, non le somministrerà il bacio del vero amore per ottenere la formula del …e vissero felici e contenti.

Il resto della storia è il classico iter seguito da tutte le favole: la principessa eccessivamente ingenua tocca il fuso e si addormenta, arriva il principe, uccide tutti i nemici, bacia la principessa e … e vissero felici e contenti.

ARIEL (1989). La storia è molto simile a quella di Cenerentola, e ne è per certi versi l’evoluzione, solo che lei è meno sfigata. La più giovane figlia del re degli abissi ha numerose sorelle, dalle quali non si sente molto compresa. Lei, infatti, prova un’attrazione fatale per tutto quello che proviene dalla terraferma e desidera ardentemente un paio di belle gambe. Salva la vita al principe di turno, inopinatamente sbalzato fuori dalla barca durante un nubifragio, e gli tiene compagnia intonando romanze marine mentre lui riprende conoscenza. Il ricordo della voce di lei rimane indelebilmente impresso nella mente di lui, che giura di sposare la proprietaria di quella voce tanto melodiosa (e ridaje!). Ariel decide quindi di ribellarsi all’autorità e al controllo paterno e baratta pinna e voce in cambio delle gambe con la medusa Ursula. Il principe tuttavia non la riconosce, e si infatua proprio della perfida Ursula, che nel frattempo ha assunto le sembianze di una bellissima donna dalla voce flautata. Ariel lotta con tutte le sue forze per l’uomo di cui è innamorata, ma la situazione sembra senza via di uscita. Il provvidenziale intervento del babbo di Ariel ha un ruolo cruciale e, in un crescendo di colpi di scena, Ursula sarà sconfitta e la nostra eroina sarà riconosciuta dallo sprovveduto principe grazie al recupero della sua voce e otterrà per sempre le gambe e con esse la possibilità di abbandonare il mare per trasferirsi definitivamente sulla terra. Qui sono presenti tutti gli stereotipi già citati per Cenerentola e per il suo principe, con l’aggiunta del fatto che Ariel ha “molto” da perdere nell’abbandonare il mondo marino nel quale è principessa, e che non esita a farlo per mettersi assieme a uno che manco venti minuti prima si sarebbe tranquillamente sposato la sua perfida antagonista solo perché questa aveva la sua voce. L’elemento di novità è rappresentato dalla maggior tipizzazione caratteriale di Ariel: se è vero che la curiosità della sirena sarà la causa di tutti i suoi guai, non possiamo non apprezzare l’energia con la quale si ribella al padre e alle norme sociali marine, e la determinazione con la quale affronta, da sola, le conseguenze delle proprie scelte.

POCAHONTAS (1995). Pocahontas è un po’ diversa dalle altre principesse, è  , come tutte ,una donna affascinante e bella. Alta, snella, atletica e voluttuosa spicca immediatamente per la sua prestanza. Ha una chioma corvina, lunga e ribelle. Dimostra di essere gentile, innamoratissima e amante della natura, è uno spirito libero e risulta essere molto coraggiosa e determinata. È, inoltre, molto fiera di essere un’indiana e dimostra un carattere forte e testardo. Insomma una principessa atipica, capace di esprimere le proprie idee e non cascare nel mito del principe azzurro e del suo fantastico castello.

MULAN (1998). Mulan rappresenta una perfetta eroina: è una giovane donna che, con l’intento di salvare il padre rimasto zoppo in guerra e per riscattare l’onore perduto in quanto considerata poco adatta a fare la moglie, si traveste da uomo e parte per il campo di addestramento militare.  Riuscirà, nonostante le tante difficoltà, a completare l’addestramento e guadagnare il rispetto dei suoi compagni grazie alla sua intelligenza.

Ed è sempre grazie alla sua intelligenza che riesce a cambiare le sorti della battaglia a favore del suo esercito e a salvare la vita dell’imperatore.

Siamo perciò alla presenza di un personaggio femminile Disney a dir poco atipico: una donna capace di badare a se stessa  e che grazie alla sua perseveranza, caparbietà ed intelligenza riuscirà a sconfiggere il nemico rappresentato dall’esercito unno. Una donna che già all’inizio della storia, è poco incline a piegarsi a quei ruoli che la società dei suoi tempi le imponevano :la moglie.

Le principesse fin qui analizzate hanno sicuramente in comune l’eccezionale bellezza fisica, che viene sottolineata costantemente dalle parole e dai comportamenti degli altri personaggi, e che rappresenta il vero motore della storia.

Il messaggio che ne deriva è che se una ragazza non è bella verosimilmente non susciterà nessun tipo di emozione nelle persone che le stanno intorno e quindi nella sua vita non succederà mai nulla di eccitante o degno di essere raccontato.

Le donne intelligenti e attive rappresentano in genere figure negative , invidiose, che vivono nell’ombra e utilizzano i poteri magici per commettere atti malvagi e far del male ai protagonisti impedendo in qualche modo il loro amore. Le protagoniste leali e positive, solitamente rappresentano un ruolo femminile subordinato : sono belle, buone e gentili, ma poco adeguate alla sopravvivenza. Soprattutto, dipendono dall’arrivo del principe azzurro per diventare adulte realizzate .

Il principe, invece, dopo aver affrontato mille peripezie, combattuto contro mostri e draghi e superato prove difficilissime, realizza il proprio scopo e la ricompensa che riceve è sempre la stessa: troverà l’amore, la felicità, la ricchezza per poi  un giorno diventare re , ovvero un adulto realizzato .

La maggior parte delle principesse delle favole rappresentano quindi dei modelli negativi e con una forte impronta maschilista e sessista poiché mostrano un modello di donna passiva, capace di riscattarsi solo in virtù dell’intervento maschile e senza del quale è costretta a vivere una vita degradante e triste, una donna che non sa salvarsi da sola, capace solo di essere bella, servizievole e di far innamorare il fantomatico principe. Insomma la donna è rappresentata come un essere incompleto, perennemente sottomessa e bisognosa di aiuto, come se non fosse capace di pensare a se stessa da sola.

Le favole sono ricolme di stereotipi che possono essere interiorizzati da chi le guarda: l’immagine stereotipata della principessa può trasmettere alle bambine un senso di impotenza, di attesa passiva del principe azzurro che risolverà ogni problema. La povertà può essere invece vista come una debolezza, un qualcosa di sbagliato a differenza invece della ricchezza che diviene addirittura un valore.

Le bambine, sempre secondo le favole, devono possedere un comportamento aggraziato e diligente mentre i bambini possono essere ingegnosi ed avventurosi.

Se le primissime principesse non hanno alcun tipo di spessore caratteriale (pensiamo ad Aurora che dorme per quasi tutto il cartone, o Biancaneve che passa il tempo a pulire e dormire), con Ariel compaiono gli elementi di ribellione e curiosità che caratterizzano anche le principesse successive

E’ forse un segnale del fatto che la Disney sta percependo i cambiamenti sociali in atto?

Molto probabilmente si; sta ai genitori, in primis, educare i figli in modo che non assimilino totalmente i vecchi stereotipi delle favole. Compito certamente non facile per una società, come la nostra, ancorata al passato.

In fondo la Disney &Co. trasmettono i messaggi che la società vuole vengano trasmessi, quindi il cambiamento, come in tutte le cose, deve partire dal singolo individuo. E’ l’unico modo, se vogliamo, per abbattere una volta per tutte le discriminazioni di genere e arrivare ad una vera parità dei sessi.  Passo e chiudo.

L’8 Marzo e una festa che non ha più senso di esistere

Immagino tutte le donne che avranno letto il titolo di questo post e che avranno pensato:”ecco, il solito maschilista”…

Ed è proprio per questo che vorrei iniziare questa mia riflessione riportandovi il pensiero di una donna:

“Mary Poppins. Quando ero piccola era uno dei miei film preferiti. È li che mi sono scontrata per la prima volta con la figura delle suffragette. Da allora ho iniziato a percepire che le donne hanno sempre avuto un’esistenza problematica, in quanto donne. Da allora io amo le suffragette, e nonostante non sia ben informata sul loro operato e le mie conoscenze sull’argomento siano a dir poco ristrette, la loro figura mi affascina moltissimo. Per metterla giù molto sinteticamente si tratta di donne che hanno lottato con grinta e forza d’animo con uno scopo comune, quello di far valere i propri diritti ed essere finalmente riconosciute alla pari dell’uomo, inteso come genere maschile.

È curioso pensare al fatto che la stessa identica cosa, trattata ovviamente in maniera differente, la si possa percepire in un altro film a marchio Disney: Mulan, una donna (passatemi il francesismo) con i controcazzi.

È assurdo però, secondo la mia modesta opinione, che il genere femminile si sia dovuto scontrare con una realtà che lo considerava inferiore. È assurdo che la donna abbia dovuto lottare per qualcosa che avrebbe dovuto essere sempre stato suo. È assurdo che tutto ciò che è accaduto in merito a questa questione sia davvero accaduto. A fronte di ciò sono convinta che ricordare il tormentato passato della donna sia più che doveroso, come è doveroso ricordare che nonostante le difficoltà le donne si siano sempre difese, o perlomeno ci abbiano provato. Ricordare che di fronte ad un problema si siano sempre impegnate al massimo per affrontarlo e cercare di superarlo, lottando. Perché di lotta si tratta, lotta per la parità, lotta per i diritti, lotta per la giustizia, ma soprattutto lotta per la libertà.

Oggi è la nostra festa e pertanto invito tutte le donne a celebrarla, riflettendo sull’incredibile forza d’animo che abbiamo, spesso nascosta dietro a paure o fatti, o magari guardando con i nostri figli un film di animazione che ci ricorda chi siamo veramente; DONNE.”

È assurdo però, secondo la mia modesta opinione, che il genere femminile si sia dovuto scontrare con una realtà che lo considerava inferiore.”

Questa osservazione mi trova perfettamente d’accordo. A tal punto da domandarmi se oggi, 8 Marzo 2017, abbia ancora senso celebrare una giornata per la donna. Non fraintendetemi ancora, non sono un maschilista; ma non posso e non voglio definirmi nemmeno un femminista. Sono un’umanista e perciò affermo la dignità e il valore di tutte le persone, senza fare alcuna distinzione di genere.

E’ per questo motivo che mi chiedo se oggi abbia senso festeggiare il genere femminile, anzi mi domando se il termine “festa” sia il più corretto. In realtà, se escludiamo le varie leggende che sono nate intorno a questa ricorrenza, fu l’ONU con la risoluzione 3010 (XXVII) del 18 dicembre 1972, ricordando i 25 anni trascorsi dalla prima sessione della Commissione sulla condizione delle Donne, a proclamare il 1975 “Anno internazionale delle donne”. Il 16 dicembre  1977, con la risoluzione 32/142 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose ad ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all’anno “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. Visto che l’8 marzo veniva già festeggiato in diversi Paesi, fu utilizzato come giornata ufficiale. Come si è trasformata questa festa nel corso degli ultimi decenni dovrebbe essere a mio avviso motivo di riflessione. Non avrebbe forse più senso instituire una giornata della memoria, per ricordare tutte le donne vittime di questa guerra di genere?  Una guerra che ha radici antiche, le cui cause andrebbero ricercate studiando i popoli primitivi. Basta prendere in mano una Bibbia e leggere i due racconti della Creazione per rendersi conto che, fin da subito, la condizione della donna è stato oggetto di discussione. Il primo racconto parla chiaro e vede uomo e donna creati insieme, per una perfetta simmetria e una medesima dignità. Ma è il secondo racconto ad aver avuto maggiore fortuna, quello nel quale la donna, generata a partire dall’uomo, tradisce Dio e l’uomo, e porta il peccato nel mondo. Ricordate la storia della mela che vi hanno insegnato da bambini? (mela che, a proposito di film disney, ritroviamo in Biancaneve, come simbolo malefico). Ecco, quella mela non è mai esistita. Primo perché non v’è n’è traccia nella Bibbia dove in realtà si parla solo dell’albero della conoscenza del bene e del male; secondo perché quel frutto è semplicemente un’allegoria e rappresenta la voglia di conoscenza dei primi uomini. Conoscenza a cui spesso è stato dato un significato sessuale, da qui le interpretazioni della prima donna (quella povera Eva) come colpevole e seduttrice, simbolo del male. Un interpretazione che la Chiesa (evangelica più che cattolica) cavalcherà nei primi secoli dell’era moderna e che porterà immenso dolore al genere femminile. La caccia alle streghe vi dice qualcosa? Facciamo però un passo indietro e soffermiamoci su questa interpretazione. Da quel momento quindi, (stiamo parlando di circa 500-600 anni prima di Cristo) il peccato originale istituzionalizza l’asimmetria di ruolo tra i due generi. L’uomo è destinato alla ricerca del cibo e al sostentamento della famiglia, mentre la donna è relegata al ruolo di madre, utile solamente nell’attività della procreazione. La maggior parte delle civiltà di quel tempo iniziano a vedere la donna sotto questa veste, con qualche differenza. Ad esempio nella Roma repubblicana la donna ha pochissimo rilievo nella società; è l’uomo la figura prevalente, con poteri di vita e di morte su di lei e sui figli, padrone della casa e della familia e l’unico a godere di diritti politici. La donna non aveva diritto nemmeno ad un nome proprio, ma prendeva il nome della “Gens”; il suo unico scopo era quello di amministrare la casa e crescere i figli. Attenzione, perché questa condizione della donna la ritroveremo anche in epoche successive, compresa quella contemporanea. Chiedete alle vostre nonne/madri o fate una piccola ricerca sulla donna italiana del novecento; non troverete molte differenze con la donna in epoca romana. Con la Roma imperiale le cose cambiano leggermente, troviamo donne che possono godere di status sociali più evoluti: le matrone, ad esempio, che avevano piena libertà in ambito casalingo, le serve che dovevano sottostare alle matrone, mentre spunta la figura (ovviamente in carattere negativo) della concubina, donna di facili costumi e poco rispettabile, fino ad arrivare al gradino più basso della società rappresentato dalle prostitute. Ma è in questa epoca che nascono i primi movimenti femministi (si avete capito bene, proprio 2000 anni fa)  e la donna inizia un processo di emancipazione, cominciando a partecipare attivamente alla vita politica, a studiare, ed in alcuni casi a dedicarsi persino alla caccia, sport che fino ad allora era stato esclusivamente maschile. Se ci spostiamo in Egitto la condizione della donna è addirittura superiore a quella di molte donne dell’età contemporanea (a dimostrazione di come fossero una civiltà evoluta per quei tempi). La società egizia riconosceva non l’uguaglianza sociale dei sessi (nel senso più moderno del termine, o le pari opportunità), bensì la complementarità essenziale nei compiti a cui erano destinati rispettivamente uomini e donne. Ma tornando alla civiltà occidentale cos’è accaduto ad un certo punto per frenare bruscamente questo processo di emancipazione femminile? Difficile spiegarlo in un post di poche righe, ma sicuramente hanno contribuito in maniera importante le influenze delle principali religioni monoteistiche. Con questo non sto dicendo che la Bibbia vede la donna come essere inferiore e inutile; sia nei Salmi che nel Cantico dei cantici, per citare due libri dell’antico testamento, troviamo un’esaltazione della donna. Il problema sorge nell’interpretazione che le prime comunità cristiane, influenzate dall’ebraismo, hanno dato al ruolo della donna. La posizione di Paolo, che ricordiamo come il vero fondatore del Cristianesimo, è chiara. « Voglio tuttavia che sappiate questo: Cristo è il capo di ogni uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo>> E ancora: << le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea>>. << La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna d’insegnare né di dettare legge all’uomo>> Iniziate a capire da dove deriva l’attuale condizione della donna in Italia e nel mondo occidentale? Ma andiamo avanti. Nel III secolo, la separazione e sottomissione delle donne agli uomini, nelle comunità cristiane, organizzate come le sinagoghe, nelle quali le donne ebree erano da sempre escluse dall’attiva partecipazione al culto, è compiuta. Piuttosto eloquenti i pensieri e le parole di Agostino, uno dei Padri della Chiesa, che rivolgendosi al genere femminile lo apostrofa con questi termini. <<La donna è un animale né saldo né costante; è maligna e mira ad umiliare il marito, è piena di cattiveria e principio di ogni lite e guerra, via e cammino di tutte le iniquità.>> Di quello che pensava questo “santo” in termini di sesso e procreazione magari ne parlerò in un’altra occasione. Tommaso d’Aquino, altro Padre della Chiesa, dedica alla posizione della donna rispetto all’uomo e a Dio alcune questioni da lui dibattute e risolte nella sua Summa Theologiae. Tommaso giunge alla conclusione, partendo sempre dal secondo racconto della Creazione, che la donna non doveva nemmeno essere creata nell’idea originale, essendo un maschio mancato. Ma essendosi Dio accorto dell’errore (visto che l’uomo da solo non avrebbe potuto procreare) gli fornisce un aiuto che sarà quindi la donna (non creata quindi come gli altri esseri viventi dal nulla, ma creata a partire dall’uomo). Ed è da questa interpretazione piuttosto fantasiosa che nascono tutti i problemi, perché signori/e, ricordiamoci che l’attuale teologia si basa anche e soprattutto sugli scritti di questi Padri della Chiesa, quindi non stupitevi se oggi troverete ancora qualcuno, ancorato alla tradizione, che vede la donna come puro oggetto di sottomissione. Perché la visione della Chiesa nei confronti della donna è leggermente migliorata a partire dal secolo scorso ma è un processo ancora molto lungo e tortuoso, un processo nel quale andrebbe rivista l’intera teologia. Di riflesso la nostra società è ancora piuttosto influenzata dalla religione, sicuramente meno rispetto al passato, ma ci sono credenze e tradizioni difficili da estirpare.

Perché se per Paesi come Stati Uniti e Inghilterra, a forte impronta democratica, già dall’800 le donne avevano coscienza dei propri diritti e reclamavano la possibilità di una maggior partecipazione alla vita pubblica, l’Italia ha dovuto aspettare un secolo circa per vedere riconosciuto alle donne questo diritto, con il referendum del 1946 tra monarchia e repubblica. Per non parlare di diritti come divorzio e aborto, riconosciuti solamente a fine anni 70 dopo una durissima battaglia ideologica. Ricordo che fino al 1981 (praticamente ieri), in Italia il delitto d’onore era punito con pene meno severe. L’art. 587 del codice penale consentiva quindi che fosse ridotta la pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”. La circostanza prevista richiedeva che vi fosse uno stato d’ira (che veniva in pratica sempre presunto). Non stiamo parlando di civiltà antiche o superate, ma di fatti che accadevano (accade ancora oggi a dirla tutta) non più di 40 anni fa.

Dopo questo excursus storico possiamo domandarci oggi qual è la condizione della donna nell’attuale società. Se escludiamo una minoranza ancora influenzata dalle religioni (attualmente i problemi maggiori li hanno le donne che vivono in una società con una forte impronta di fondamentalismo islamico), il genere femminile dal mio punto di vista ha quasi del tutto completato il processo di emancipazione. Il ruolo della donna nella società occidentale non è più quello di madre , funzionale alla procreazione e alla crescita dei figli; in famiglia i rapporti vanno sempre più nella direzione della parità dei generi, come nel lavoro, dove oggi la donna può ambire a ruoli manageriali pari a quelli dell’uomo. Non è solo apparenza, sono i numeri a parlare. Ma sono sempre i numeri a trasmetterci uno scenario drammatico per quanto riguarda la violenza sulle donne. Secondo un rapporto Istat sono state quasi 7 milioni (1 su 3) le donne italiane che nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. E se è vero che c’è stata una diminuzione negli ultimi anni, è altrettanto vero che sono aumentate le violenze più gravi, quelle che hanno causato ferite o perdite di vite. Ma il dato a mio avviso più raccapricciante riguarda il rapporto che l’Ipsos ha svolto insieme a We World Onlus sui ragazzi tra 18 e 29 anni; rapporto che afferma che per il 32% dei giovani intervistati gli episodi di violenza vanno risolti all’interno delle mura domestiche e non denunciati; addirittura per un 25% di loro la violenza sulle donne è giustificato dal troppo amore oppure al livello di esasperazione al quale gli uomini sarebbero condotti da determinati atteggiamenti delle donne. Di fronte a questi numeri e a questo rapporto la domanda provocatoria che ho fatto all’inizio dovrebbe trovare una facile risposta. Ma visto che sono una persona che è sempre stata molto attenta alle parole e al loro significato mi domando: ha veramente senso oggi parlare di Festa della donna? Tu, donna, che hai appena letto queste mie parole pensi davvero che ci sia qualcosa da festeggiare oggi? Dal latino festum e dall’aggettivo sostantivo dies festus (giorno di festa), il termine indica “gioia pubblica, giubilo, baldoria”. Gioite perché il 30% di voi ha subito una violenza nella propria vita? Gioite perché la vostra religione vi classifica come esseri inferiori, portatrici sane del peccato originale, strumenti diabolici? Accetterete o avete accettato oggi gli auguri di quegli uomini che vi hanno sempre considerato esseri inferiori? Magari quel marito che ha alzato più di una volta le mani su di voi per legittimare il suo status di uomo alfa? O del vostro capo che magari vi ha guardato sempre dall’alto verso il basso, perché diciamocelo, una donna che esprime il proprio pensiero in maniera intelligente è un nemico da denigrare, non da elogiare o promuovere. Siete davvero così convinte che oggi sia la vostra festa? Io no. Ecco perché abolirei immediatamente questa ricorrenza, unendola al 25 novembre (giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) e trasformandola in una giornata della memoria e della riflessione. Tornando alle parole iniziali direi che sì, è proprio assurdo, che oggi 8 marzo 2017, esista un giorno dedicato alla donna. Il femminismo in questo senso ha fallito perché non si è reso conto che la battaglia andava e andrebbe spostata su altri fronti; perché mantenere questa festa dal mio punto di vista non fa altro che creare degli alibi al genere maschile. Perché se nel 2017 un parlamentare europeo può permettersi durante una seduta, quindi in veste di rappresentante ufficiale del proprio Paese, di dire: “Sapete quante donne ci sono tra i primi cento giocatori di scacchi al mondo? Ve lo dico io, Nessuna. Le donne dovrebbero guadagnare meno degli uomini, perché sono più deboli, più piccole, meno intelligenti”, vuol dire che dal passato non abbiamo imparato proprio nulla.

Passo e chiudo.

La sensazione del boh

“Cosa era successo quella sera non lo so. Ma avevo questa cosa che non mi lasciava. Si era attaccata a me con una stretta tale che non saprei neanche descrivere. Non vi è mai capitato? Che vi succedesse qualcosa, non so. E poi rimanere fissi nel vuoto, oppure volere fare mille cose ma non sapere cosa, e allora di nuovo il vuoto. Non è descrivibile come sensazione perché non è felicità ma non è tristezza, non è stanchezza ma non è nemmeno euforia. Non sapete cosa è. Ecco, è proprio quella la sensazione. Non sapere cosa è. Vi è mai capitato di non sapere cosa avete? Di rispondere boh a qualsiasi cosa vi venga in mente o che vi viene chiesta. Boh. Io mi sento boh. La sensazione di stasera è boh. Come stai? boh. Cosa ti senti? Boh. E sotto sotto i tre quarti delle volte in realtà sai benissimo che cosa hai, se sei innamorato, se hai dei problemi, se desideri qualcosa o sei triste per qualcos’altro. Ma quella sera, quella sera era semplicemente boh. Perché non avevo niente, niente di niente. Forse gli effetti della sangria? boh. Nulla mi veniva in mente perché la mente era come se non funzionasse, come persa nei meandri del nulla, il vuoto. Avevo tante altre cose per la testa in quel periodo, certo, ma quella sensazione era a parte. Non andava a toccare nulla di nulla, non andava a toccare la mia vita sentimentale né quella lavorativa. Assolutamente nulla, era una sensazione a sé. E non se ne andava sapete? Rimaneva lì fissa se io stavo ferma, e appena mi muovevo questa mi seguiva, vi sarà sicuramente capitato. Non riuscire a staccarvi da qualcosa perché è come se quel qualcosa non volesse staccarsi da voi, e voi impotenti. Perché voi non siete nulla e non avete capito nulla. Io non sono nulla e non ho capito nulla. E non la potete prendere bene perché non siete certi sia una bella sensazione, ma nemmeno male perché certamente la stessa cosa vale anche in questo caso. E quindi non avete altra scelta. La sensazione indescrivibile di quella sera aveva un’unica soluzione: non aveva soluzione. Non doveva essere capita. Era la sensazione del boh.”

Era stata quella sensazione a bloccarmi? Avete presente quando si parla di blocco dello scrittore? Ne avrete sicuramente sentito parlare. Non esiste una ragione, accade e basta. Per anni le tue dita si sono mosse su quella tastiera, più veloci dei pensieri che scorrevano nella mente. E poi cos’è accaduto? Boh… proprio quella sensazione. Sindrome della pagina bianca, panico da schermo vuoto, indisposizione creativa, entusiasmo scomparso; chiamatela come volete, ma un giorno era arrivata senza un’apparente motivazione. Perché non scrivi più? Perché non posti più nulla? Non potevo di certo dire che mi mancasse la voglia di mettere nero su bianco quello che mi passava per la testa. Era forse stanchezza? Bisogno di prendermi una pausa da quel mondo? In fondo in quegli anni avevo passato giornate e, persino nottate, a scrivere, commentare, discutere con entità forse reali o forse no. E poi? La voglia di portare nel mondo reale quella persona aveva preso il sopravvento? La paura che quel personaggio che mi ero creato fosse solo un insieme di maschere aveva accelerato la mia dipartita dal mondo dei blogger? Eppure la fame di conoscenza, la curiosità, la voglia di confrontarmi e il gusto della polemica non mi avevano mai, o quasi, abbandonato in questi anni. Ne sono passati più di 6 da quell’ultimo post. In questi 6 anni ho accumulato un bagaglio notevole di esperienze ed emozioni ; la mia vita reale ha subito notevoli trasformazioni e spesso ho avvertito in me la voglia di ricominciare. In fondo se ho deciso di non cancellare mai del tutto quel luogo e quel personaggio è perché sapevo che prima o poi l’avrei tirato fuori dalla soffitta dei ricordi, l’avrei spolverato per bene e gli avrei fatto indossare una nuova maschera e un nuovo abito.

Cosa mi ha spinto a farlo proprio ora? Direi la sensazione del boh.