L’8 Marzo e una festa che non ha più senso di esistere

Immagino tutte le donne che avranno letto il titolo di questo post e che avranno pensato:”ecco, il solito maschilista”…

Ed è proprio per questo che vorrei iniziare questa mia riflessione riportandovi il pensiero di una donna:

“Mary Poppins. Quando ero piccola era uno dei miei film preferiti. È li che mi sono scontrata per la prima volta con la figura delle suffragette. Da allora ho iniziato a percepire che le donne hanno sempre avuto un’esistenza problematica, in quanto donne. Da allora io amo le suffragette, e nonostante non sia ben informata sul loro operato e le mie conoscenze sull’argomento siano a dir poco ristrette, la loro figura mi affascina moltissimo. Per metterla giù molto sinteticamente si tratta di donne che hanno lottato con grinta e forza d’animo con uno scopo comune, quello di far valere i propri diritti ed essere finalmente riconosciute alla pari dell’uomo, inteso come genere maschile.

È curioso pensare al fatto che la stessa identica cosa, trattata ovviamente in maniera differente, la si possa percepire in un altro film a marchio Disney: Mulan, una donna (passatemi il francesismo) con i controcazzi.

È assurdo però, secondo la mia modesta opinione, che il genere femminile si sia dovuto scontrare con una realtà che lo considerava inferiore. È assurdo che la donna abbia dovuto lottare per qualcosa che avrebbe dovuto essere sempre stato suo. È assurdo che tutto ciò che è accaduto in merito a questa questione sia davvero accaduto. A fronte di ciò sono convinta che ricordare il tormentato passato della donna sia più che doveroso, come è doveroso ricordare che nonostante le difficoltà le donne si siano sempre difese, o perlomeno ci abbiano provato. Ricordare che di fronte ad un problema si siano sempre impegnate al massimo per affrontarlo e cercare di superarlo, lottando. Perché di lotta si tratta, lotta per la parità, lotta per i diritti, lotta per la giustizia, ma soprattutto lotta per la libertà.

Oggi è la nostra festa e pertanto invito tutte le donne a celebrarla, riflettendo sull’incredibile forza d’animo che abbiamo, spesso nascosta dietro a paure o fatti, o magari guardando con i nostri figli un film di animazione che ci ricorda chi siamo veramente; DONNE.”

È assurdo però, secondo la mia modesta opinione, che il genere femminile si sia dovuto scontrare con una realtà che lo considerava inferiore.”

Questa osservazione mi trova perfettamente d’accordo. A tal punto da domandarmi se oggi, 8 Marzo 2017, abbia ancora senso celebrare una giornata per la donna. Non fraintendetemi ancora, non sono un maschilista; ma non posso e non voglio definirmi nemmeno un femminista. Sono un’umanista e perciò affermo la dignità e il valore di tutte le persone, senza fare alcuna distinzione di genere.

E’ per questo motivo che mi chiedo se oggi abbia senso festeggiare il genere femminile, anzi mi domando se il termine “festa” sia il più corretto. In realtà, se escludiamo le varie leggende che sono nate intorno a questa ricorrenza, fu l’ONU con la risoluzione 3010 (XXVII) del 18 dicembre 1972, ricordando i 25 anni trascorsi dalla prima sessione della Commissione sulla condizione delle Donne, a proclamare il 1975 “Anno internazionale delle donne”. Il 16 dicembre  1977, con la risoluzione 32/142 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose ad ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all’anno “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. Visto che l’8 marzo veniva già festeggiato in diversi Paesi, fu utilizzato come giornata ufficiale. Come si è trasformata questa festa nel corso degli ultimi decenni dovrebbe essere a mio avviso motivo di riflessione. Non avrebbe forse più senso instituire una giornata della memoria, per ricordare tutte le donne vittime di questa guerra di genere?  Una guerra che ha radici antiche, le cui cause andrebbero ricercate studiando i popoli primitivi. Basta prendere in mano una Bibbia e leggere i due racconti della Creazione per rendersi conto che, fin da subito, la condizione della donna è stato oggetto di discussione. Il primo racconto parla chiaro e vede uomo e donna creati insieme, per una perfetta simmetria e una medesima dignità. Ma è il secondo racconto ad aver avuto maggiore fortuna, quello nel quale la donna, generata a partire dall’uomo, tradisce Dio e l’uomo, e porta il peccato nel mondo. Ricordate la storia della mela che vi hanno insegnato da bambini? (mela che, a proposito di film disney, ritroviamo in Biancaneve, come simbolo malefico). Ecco, quella mela non è mai esistita. Primo perché non v’è n’è traccia nella Bibbia dove in realtà si parla solo dell’albero della conoscenza del bene e del male; secondo perché quel frutto è semplicemente un’allegoria e rappresenta la voglia di conoscenza dei primi uomini. Conoscenza a cui spesso è stato dato un significato sessuale, da qui le interpretazioni della prima donna (quella povera Eva) come colpevole e seduttrice, simbolo del male. Un interpretazione che la Chiesa (evangelica più che cattolica) cavalcherà nei primi secoli dell’era moderna e che porterà immenso dolore al genere femminile. La caccia alle streghe vi dice qualcosa? Facciamo però un passo indietro e soffermiamoci su questa interpretazione. Da quel momento quindi, (stiamo parlando di circa 500-600 anni prima di Cristo) il peccato originale istituzionalizza l’asimmetria di ruolo tra i due generi. L’uomo è destinato alla ricerca del cibo e al sostentamento della famiglia, mentre la donna è relegata al ruolo di madre, utile solamente nell’attività della procreazione. La maggior parte delle civiltà di quel tempo iniziano a vedere la donna sotto questa veste, con qualche differenza. Ad esempio nella Roma repubblicana la donna ha pochissimo rilievo nella società; è l’uomo la figura prevalente, con poteri di vita e di morte su di lei e sui figli, padrone della casa e della familia e l’unico a godere di diritti politici. La donna non aveva diritto nemmeno ad un nome proprio, ma prendeva il nome della “Gens”; il suo unico scopo era quello di amministrare la casa e crescere i figli. Attenzione, perché questa condizione della donna la ritroveremo anche in epoche successive, compresa quella contemporanea. Chiedete alle vostre nonne/madri o fate una piccola ricerca sulla donna italiana del novecento; non troverete molte differenze con la donna in epoca romana. Con la Roma imperiale le cose cambiano leggermente, troviamo donne che possono godere di status sociali più evoluti: le matrone, ad esempio, che avevano piena libertà in ambito casalingo, le serve che dovevano sottostare alle matrone, mentre spunta la figura (ovviamente in carattere negativo) della concubina, donna di facili costumi e poco rispettabile, fino ad arrivare al gradino più basso della società rappresentato dalle prostitute. Ma è in questa epoca che nascono i primi movimenti femministi (si avete capito bene, proprio 2000 anni fa)  e la donna inizia un processo di emancipazione, cominciando a partecipare attivamente alla vita politica, a studiare, ed in alcuni casi a dedicarsi persino alla caccia, sport che fino ad allora era stato esclusivamente maschile. Se ci spostiamo in Egitto la condizione della donna è addirittura superiore a quella di molte donne dell’età contemporanea (a dimostrazione di come fossero una civiltà evoluta per quei tempi). La società egizia riconosceva non l’uguaglianza sociale dei sessi (nel senso più moderno del termine, o le pari opportunità), bensì la complementarità essenziale nei compiti a cui erano destinati rispettivamente uomini e donne. Ma tornando alla civiltà occidentale cos’è accaduto ad un certo punto per frenare bruscamente questo processo di emancipazione femminile? Difficile spiegarlo in un post di poche righe, ma sicuramente hanno contribuito in maniera importante le influenze delle principali religioni monoteistiche. Con questo non sto dicendo che la Bibbia vede la donna come essere inferiore e inutile; sia nei Salmi che nel Cantico dei cantici, per citare due libri dell’antico testamento, troviamo un’esaltazione della donna. Il problema sorge nell’interpretazione che le prime comunità cristiane, influenzate dall’ebraismo, hanno dato al ruolo della donna. La posizione di Paolo, che ricordiamo come il vero fondatore del Cristianesimo, è chiara. « Voglio tuttavia che sappiate questo: Cristo è il capo di ogni uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo>> E ancora: << le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea>>. << La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna d’insegnare né di dettare legge all’uomo>> Iniziate a capire da dove deriva l’attuale condizione della donna in Italia e nel mondo occidentale? Ma andiamo avanti. Nel III secolo, la separazione e sottomissione delle donne agli uomini, nelle comunità cristiane, organizzate come le sinagoghe, nelle quali le donne ebree erano da sempre escluse dall’attiva partecipazione al culto, è compiuta. Piuttosto eloquenti i pensieri e le parole di Agostino, uno dei Padri della Chiesa, che rivolgendosi al genere femminile lo apostrofa con questi termini. <<La donna è un animale né saldo né costante; è maligna e mira ad umiliare il marito, è piena di cattiveria e principio di ogni lite e guerra, via e cammino di tutte le iniquità.>> Di quello che pensava questo “santo” in termini di sesso e procreazione magari ne parlerò in un’altra occasione. Tommaso d’Aquino, altro Padre della Chiesa, dedica alla posizione della donna rispetto all’uomo e a Dio alcune questioni da lui dibattute e risolte nella sua Summa Theologiae. Tommaso giunge alla conclusione, partendo sempre dal secondo racconto della Creazione, che la donna non doveva nemmeno essere creata nell’idea originale, essendo un maschio mancato. Ma essendosi Dio accorto dell’errore (visto che l’uomo da solo non avrebbe potuto procreare) gli fornisce un aiuto che sarà quindi la donna (non creata quindi come gli altri esseri viventi dal nulla, ma creata a partire dall’uomo). Ed è da questa interpretazione piuttosto fantasiosa che nascono tutti i problemi, perché signori/e, ricordiamoci che l’attuale teologia si basa anche e soprattutto sugli scritti di questi Padri della Chiesa, quindi non stupitevi se oggi troverete ancora qualcuno, ancorato alla tradizione, che vede la donna come puro oggetto di sottomissione. Perché la visione della Chiesa nei confronti della donna è leggermente migliorata a partire dal secolo scorso ma è un processo ancora molto lungo e tortuoso, un processo nel quale andrebbe rivista l’intera teologia. Di riflesso la nostra società è ancora piuttosto influenzata dalla religione, sicuramente meno rispetto al passato, ma ci sono credenze e tradizioni difficili da estirpare.

Perché se per Paesi come Stati Uniti e Inghilterra, a forte impronta democratica, già dall’800 le donne avevano coscienza dei propri diritti e reclamavano la possibilità di una maggior partecipazione alla vita pubblica, l’Italia ha dovuto aspettare un secolo circa per vedere riconosciuto alle donne questo diritto, con il referendum del 1946 tra monarchia e repubblica. Per non parlare di diritti come divorzio e aborto, riconosciuti solamente a fine anni 70 dopo una durissima battaglia ideologica. Ricordo che fino al 1981 (praticamente ieri), in Italia il delitto d’onore era punito con pene meno severe. L’art. 587 del codice penale consentiva quindi che fosse ridotta la pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”. La circostanza prevista richiedeva che vi fosse uno stato d’ira (che veniva in pratica sempre presunto). Non stiamo parlando di civiltà antiche o superate, ma di fatti che accadevano (accade ancora oggi a dirla tutta) non più di 40 anni fa.

Dopo questo excursus storico possiamo domandarci oggi qual è la condizione della donna nell’attuale società. Se escludiamo una minoranza ancora influenzata dalle religioni (attualmente i problemi maggiori li hanno le donne che vivono in una società con una forte impronta di fondamentalismo islamico), il genere femminile dal mio punto di vista ha quasi del tutto completato il processo di emancipazione. Il ruolo della donna nella società occidentale non è più quello di madre , funzionale alla procreazione e alla crescita dei figli; in famiglia i rapporti vanno sempre più nella direzione della parità dei generi, come nel lavoro, dove oggi la donna può ambire a ruoli manageriali pari a quelli dell’uomo. Non è solo apparenza, sono i numeri a parlare. Ma sono sempre i numeri a trasmetterci uno scenario drammatico per quanto riguarda la violenza sulle donne. Secondo un rapporto Istat sono state quasi 7 milioni (1 su 3) le donne italiane che nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. E se è vero che c’è stata una diminuzione negli ultimi anni, è altrettanto vero che sono aumentate le violenze più gravi, quelle che hanno causato ferite o perdite di vite. Ma il dato a mio avviso più raccapricciante riguarda il rapporto che l’Ipsos ha svolto insieme a We World Onlus sui ragazzi tra 18 e 29 anni; rapporto che afferma che per il 32% dei giovani intervistati gli episodi di violenza vanno risolti all’interno delle mura domestiche e non denunciati; addirittura per un 25% di loro la violenza sulle donne è giustificato dal troppo amore oppure al livello di esasperazione al quale gli uomini sarebbero condotti da determinati atteggiamenti delle donne. Di fronte a questi numeri e a questo rapporto la domanda provocatoria che ho fatto all’inizio dovrebbe trovare una facile risposta. Ma visto che sono una persona che è sempre stata molto attenta alle parole e al loro significato mi domando: ha veramente senso oggi parlare di Festa della donna? Tu, donna, che hai appena letto queste mie parole pensi davvero che ci sia qualcosa da festeggiare oggi? Dal latino festum e dall’aggettivo sostantivo dies festus (giorno di festa), il termine indica “gioia pubblica, giubilo, baldoria”. Gioite perché il 30% di voi ha subito una violenza nella propria vita? Gioite perché la vostra religione vi classifica come esseri inferiori, portatrici sane del peccato originale, strumenti diabolici? Accetterete o avete accettato oggi gli auguri di quegli uomini che vi hanno sempre considerato esseri inferiori? Magari quel marito che ha alzato più di una volta le mani su di voi per legittimare il suo status di uomo alfa? O del vostro capo che magari vi ha guardato sempre dall’alto verso il basso, perché diciamocelo, una donna che esprime il proprio pensiero in maniera intelligente è un nemico da denigrare, non da elogiare o promuovere. Siete davvero così convinte che oggi sia la vostra festa? Io no. Ecco perché abolirei immediatamente questa ricorrenza, unendola al 25 novembre (giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) e trasformandola in una giornata della memoria e della riflessione. Tornando alle parole iniziali direi che sì, è proprio assurdo, che oggi 8 marzo 2017, esista un giorno dedicato alla donna. Il femminismo in questo senso ha fallito perché non si è reso conto che la battaglia andava e andrebbe spostata su altri fronti; perché mantenere questa festa dal mio punto di vista non fa altro che creare degli alibi al genere maschile. Perché se nel 2017 un parlamentare europeo può permettersi durante una seduta, quindi in veste di rappresentante ufficiale del proprio Paese, di dire: “Sapete quante donne ci sono tra i primi cento giocatori di scacchi al mondo? Ve lo dico io, Nessuna. Le donne dovrebbero guadagnare meno degli uomini, perché sono più deboli, più piccole, meno intelligenti”, vuol dire che dal passato non abbiamo imparato proprio nulla.

Passo e chiudo.

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