Analisi banale (ma irreprensibile) sulle origini della Bibbia. E naturali conseguenze

Abbiamo più volte parlato in questo blog di Bibbia, di come vada letta e interpretata.

Questo che vi propongo è un testo tratto dal blog di Maurizio Fiumara; racchiude molte delle analisi già fatte in passato, analisi che lui stesso definisce banali ma allo stesso tempo irreprensibili.

  

Spesso, nel senso comune, quando si vogliono stabilire un concetto, o un testo, come unica ed ultima autorità, assoluta e dogmatica, si usa definirli “la bibbia” di quell’insegnamento.

Il parallelismo col Testo Sacro è dovuto alla presunta origine di quest’ultimo, comunemente creduta divina, più correttamente ridimensionata quando si risale alla sua esatta genesi.


 

La Bibbia è un libro cristiano che nasce nel 367 E.v. (o d.C.) come raccolta di libri, per opera di Atanasio di Alessandria, il cui processo di selezione si vedrà concluso collegialmente solo nel 1546, col Concilio di Trento. 

Analiticamente, può essere suddivisa in due parti: il Vecchio (o Antico) Testamento ed il Nuovo Testamento, ovvero la Tanakh ebraica, costituita, a sua volta, dalla Torah, o Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), gli Scritti (ai quali appartengono i Libri sapienziali di cui fanno parte i Salmi), i Libri storici, i Libri profetici, i quattro Vangeli sinottici, le Lettere di Paolo, le Lettere cattoliche, gli Atti degli Apostoli, l’Apocalisse, in cui il numero complessivo dei volumi è differente a seconda della comunità ecclesiale che l’adotta come proprio fondamento.


 

Due le informazioni, già molto importanti, che si possono fin qui rilevare: la data. Vede la luce più di trecento anni dopo la morte di Cristo, mettendocene più di mille (di accorgimenti) per raggiungere la versione da noi conosciuta; e l’arbitrarietà del contenuto. Innanzi tutto una umana selezione di umane opere letterarie (che spiegano il perchè dei diversi stili) taluni derivanti da tradizioni orali (motivo per cui alcuni testi sono anonimi) poi, un diverso numero di libri, più numerosi (73) per le Chiese cattolica (dal greco katholikòs, cioè “universale”) ed ortodossa (che non riconosce il primato papale, il Purgatorio e non ammette la grazia creata, credendo alla partecipazione dell’uomo alle energie divine increate), rispetto a quelli (66) inseriti dalle comunità nate dalla riforma protestante del sedicesimo secolo.


 

Va da sè che un’intenzionalità divina avrebbe dovuto salvaguardare nel tempo, magari attraverso l’ispirazione dello Spirito Santo, lo stesso numero di libri, a prescindere dall’utenza.

Se ne deduce che la Bibbia sia ‘invenzione’ della Chiesa, voluta nè da Gesù, nè, tanto meno, dal Padre celeste, risultando, senza troppi scrupoli, prodotto della Chiesa, assieme alla liturgia, ai sacramenti, al Purgatorio, facendo emergere una realtà così poco romantica e, soprattutto, depauperata dell’accezione di ‘origine divina’.

Non dimentichiamo che durante il Medioevo, e gran parte del Rinascimento, la Chiesa cattolica è stata l’autorità intellettuale dominante in tutta Europa. Gli studiosi europei del Medioevo erano membri del clero; le università, in cui il sapere antico veniva praticato e diffuso, erano scuole ecclesiastiche.


 

Ma quanti cattolici conoscono queste cose? Perchè questo è un punto importante. Non solo perchè un’origine non divina (diversa e molto più modesta) del caposaldo di una religione monoteista determinerà confutazioni perenni (un conto è che quelle cose le abbia dette una mente trascendente divina, un altro è che quei contenuti provengano da un lavoro umano, con tutti i (leciti) sospetti che ne derivano sulla finalità dell’opera), ma anche perchè il risultato editoriale è paragonabile a quello che si potrebbe ottenere da una raccolta di poesie orientali, di epoche diverse, unite alla Divina Comedia di Dante, a cui venisse attribuito un messaggio di verità unica, dogmatico, risultando necessariamente occulto e contraddittorio. Come di fatto è la Bibbia.

Ne discende che chi professa il proprio credo, magari porta a porta, basandolo letteralmente ed esclusivamente sulle Sacre Scritture, stia facendo un imperdonabile errore, perchè è come se volesse insegnare a costruire una casa ad una controparte, trincerandosi dietro la lettura puntuale di indicazioni tratte da un manuale di edilizia, ricavato da appunti ben riportati, ma trovati in soffitta, di provenienza dubbia e non sempre firmati; la Bibbia, infatti, è il testo che afferma che Sole e astri ruotano attorno alla Terra. E Dio doveva ben sapere come stessero esattamente le cose.


 

Quindi, attenzione a come si legge la Bibbia perchè di ingenuità così vistose non ve ne sono poche, tanto che il filosofo-teologo Ephraim Gotthold Lessing non esitò a definire l’Antico Testamento “libro elementare per fanciulli”.

“Il biblicismo è una pericolosa malattia, è la paralisi dello spirito, l’incatenamento della libertà alla lettera scritturistica che spesso produce il fanatismo fondamentalista delle sette, pericolosa prigione alla quale è preferibile lo scetticismo di chi continuamente ricerca”, come afferma il moderato, ma attento, teologo Vito Mancuso.

Chi racconta Dio basando le proprie affermazioni soltanto sulla Bibbia, dimostra di non aver argomenti, perchè la Bibbia è contraddittoria e fantastica, e per fare un discorso sensato è inevitabile fare omissioni, o passare dal simbolico al reale, a seconda della propria convenienza, ottenendosi discorsi che sono pura interpretazione personale.


 

Per esempio, da una personale statistica, tecnicamente significativa, risulta che pochissimi sono coloro che conoscono il contenuto dei 150 Salmi che costituiscono il Vecchio Testamento e che fanno parte della Bibbia, non pochi dei quali dipingono un’immagine di Dio poco incline al perdono, addirittura vendicativa, e che proprio per questo ci si guarda bene di discutere negli incontri a tema religioso, dalla cui lettura diventa facile spiegare anche molti dei comportamenti dei c.d. “credenti (borghesi) della domenica”, che ciascuno conosce, i quali si sentono (immotivatamente e goffamente) tanto a posto con la coscienza quanto pronti a sottoporre a sommarie sentenze, come empi, tutti coloro che la pensano, in termini religiosi, diversamente da loro.


 

Per potersi fare un’opinione in merito, Salmo 11: “Egli farà piovere sull’empio carboni accesi; zolfo e vento infocato sarà il contenuto del loro calice”. Salmo 21: “La tua destra colpirà quelli che ti odiano. Tu li metterai come in una fornace ardente quando comparirai (…) il fuoco li divorerà. Tu farai sparire il loro frutto dalla terra e la loro discendenza tra i figli degli uomini (…) con il tuo arco mirerai diritto alla loro faccia”. Salmo 58: “O Dio, spezza loro i denti in bocca; o Signore, fracassa le mascelle dei leoni! (…) Siano come lumaca che si scioglie strisciando; come aborto di donna, non cedano il sole. (…) Il giusto si rallegrerà nel veder la punizione, si laverà i piedi nel sangue dell’empio, e la gente dirà: certo, vi è una ricompensa per il giusto; certo, c’è un Dio che fa giustizia sulla Terra!”. Salmo 78 (che si ripete approssimativamente uguale nel Salmo 105): “Egli mutò i loro fiumi e i loro ruscelli in sangue, perchè non vi potessero più bere. Mandò contro di loro mosche velenose a divorarli e rane a molestarli. Diede il loro raccolto ai bruchi e il frutto della loro fatica alle cavallette. Distrusse le loro vigne con la grandine e i loro sicomori con i grossi chicchi d’essa. Abbandonò il loro bestiame alla grandine e le loro greggi ai fulmini. Scatenò su di loro il furore del suo sdegno, ira, indignazione e tribolazione, una moltitudine di messaggeri di sventure. Diede sfogo alla sua ira; non li risparmiò dalla morte, ma abbandonò la loro vita alla peste. Percosse tutti i primogeniti d’Egitto, le primizie del vigore nelle tende di Cam”. Salmo 79: “Restituisci ai nostri vicini sette volte tanto l’oltraggio che ti hanno fatto, o Signore” Salmo 109: “Siano pochi i suoi giorni: un altro prenda il suo posto. I suoi figli diventino orfani e sua moglie vedova. I suoi figli siano vagabondi e mendicanti (…) La sua discendenza sia distrutta; nella seconda generazione sia cancellato il loro nome!” Salmo 137: “Beato chi afferrerà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia”. Salmo 149: “Abbiano in bocca le lodi di Dio e una spada a due tagli in mano per punire le nazioni e infliggere castighi ai popoli; per legare i loro re con catene e i loro nobili con ceppi di ferro”.


 

Da questa limitata rassegna è evidente perchè i cattolici conoscano solo un’educazione “positiva” fatta di premi e punizioni, la stessa che è impartita erroneamente a gran parte dei bambini: tutto nasce dal carattere vendicativo ed irascibile attribuito a Dio dall’uomo, per un’atavica sete di vendetta, tipicamente umana, che impartisce all’umanità punizioni come il Diluvio universale, la distruzione di Sodoma e Gomorra, il martirio di Giobbe etc. e che, in quanto “giusto”, è da imitare.

Questo è il Dio cristiano raccontato dalla Bibbia, e delle due l’una: o Dio esiste ed è anche quello dei Salmi, o è una creazione dell’Uomo, ergo, non esiste. In entrambi i casi ne deriva che il Dio cristiano non è quel ‘signore’ buono e caritatevole che pensavamo fosse: il Dio cristiano non è quello che pensavamo!


 

Parallelamente, non si deve perdere di vista il fatto che anche sulla redazione dei Vangeli ci sono molteplici critiche: sugli estensori, sui contenuti, sui fatti storici, sulle stesse parole che avrebbe pronunciato Gesù.


 

A questo proposito, è interessante notare come nella prima lettera ai Tessalonicesi S. Paolo scriva, credendo in un ritorno imminente di Gesù: “Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore (…)”, poichè Gesù aveva dichiarato “In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accadrà” (cioè il suo ritorno, N.d.r.) (Matteo 24, 34, Marco 13, 30, Luca 21, 32). Ma dopo diverso tempo, diventando anziano e non preannunciando alcun ritorno rivelerà, nella seconda lettera ai Tessalonicesi “(…) riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla riunione con lui (…) [non lasciatevi] così facilmente confondere e turbare (…) da parole (…), quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in questo modo”.

Povero Paolo di Tarso, convertito, ma deluso.


 

Non ultima l’insidia proveniente dalla traduzione.

Il Vecchio Testamento è stato scritto in ebraico e aramaico, i Vangeli in greco. San Girolamo ha tradotto tutto in latino, dando vita a qualche dubbio sulle sue, capacità linguistica e malafede, tanto che i dotti (e scaltri) umanisti riprenderanno i testi originali accorgendosi di non poche subdole traduzioni.

A questo riguardo è interessante l’analisi che Mancuso fa della Summa contra gentiles, nella quale il filosofo Tommaso d’Aquino, riferendosi al premio eterno, parla di maxime Deo assimilamur cioè (noi) saremo assimilati a Dio, ma che “l’autorevole traduttore italiano, il padre domenicano Tito Centi, ha sentito il dovere di moderare quella che per lui risultava una pericolosa espressione panteistica di san Tommaso rendendo l’originale latino assimilamur non con “assimilazione” ma con “somiglianza”.


 

Qualcuno disse che “nel dettaglio si nasconde il demonio”: un piccolo aiutino qua e là, artifici, sofisticazioni, possono modificare radicalmente la realtà delle idee e quando si tratta di tematiche teologiche, i sospetti che i concetti possano essere ‘aggiustati’, col fine di corroborare il potere della Chiesa sono altissimi.

Ma poichè qualcun’altro sostenne che “a pensar male si compie peccato”, sapere aude!

8 x mille: ora anche basta

 

Il fallimento di Gesù

Oggi i cristiani di tutto il mondo festeggiano la Pasqua, ricordando la resurrezione del loro Dio, Gesù di Nazareth.

Il resto del mondo vive una domenica come un’altra e qualcuno si interroga sulla figura di questo uomo-dio che, seppur indirettamente, ha cambiato la storia dell’umanità.

Per il sottoscritto Gesù è stato ed è tuttora uno dei più grandi sconfitti della storia.

Perché sconfitto se ancora oggi oltre un miliardo di persone lo adora come se fosse un Dio e ne ricorda la sua presunta resurrezione? Proprio per questo motivo; perché lui altro non era che un uomo, un uomo che non aveva nessuna intenzione di fondare un nuovo movimento religioso, un uomo le cui parole furono stravolte a tal punto da renderlo il salvatore dell’umanità.

Ma vediamo i motivi per cui può considerarsi un fallito.

1)    Voleva rifondare il giudaismo e non c’è riuscito

 

Gesù credeva davvero di essere il figlio di Dio, colui che avrebbe riportato le pecorelle smarrite della casa d’Israele nuovamente nel gregge. Era ebreo e rispettava la legge di Mosè anche se aveva un modo totalmente innovativo per vivere la propria fede, molto più individuale, spirituale.

Non riuscì a far nulla di quello che si era prefissato, se non peggiorare la situazione.

 In seguito alla sua morte entrò,infatti, in gioco Paolo che contribuì in maniera determinante al fallimento del progetto del suo Maestro.

Paolo rivolse il messaggio di Gesù ai pagani e facendo questo creò una tale frattura con i giudei da provocare la scissione con loro e la contemporanea nascita di una nuova religione che con Gesù aveva in comune forse soltanto il nome.

 

2)    Voleva riunire un popolo ma non fece altro che distruggerlo

 

Certo non era quella la sua intenzione ma alla luce di come andarono i fatti il movimento che nacque in seguito alla sua morte non fece altro che accentuare le divisioni già esistenti tra i giudei.

Le rivolte ebraiche e la successiva diaspora non fecero altro che separare un popolo che Gesù solo qualche decennio prima aveva sognato di riunire. Un popolo che successivamente iniziò ad essere perseguitato proprio perché aveva ucciso quell’uomo ormai trasformato definitivamente in un Dio.

 

3)    Aveva predetto l’imminente parusia, la sua seconda ravvicinata venuta ma dopo 2000 anni i suoi seguaci aspettano ancora

 

Se analizzato da un punto di vista umano questo non è poi un fallimento, in fondo nessun uomo è in grado di predirre il futuro. Leggendo i Vangeli nemmeno Gesù si sbilancia più di tanto dandoci una data precisa di questa parusia. La descrizione che ne fa è invece dettagliata, lucida e ne riporto qui il passo tratto dal Vangelo secondo Marco.

               “…In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà
e la luna non darà più il suo splendore
e gli astri si metteranno a cadere dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. […]  Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”

Anche se in un altro passo, pur non sapendo il giorno preciso, pensa comunque di sapere il periodo in cui avverrà tutto quello che ha predetto.

<<E diceva loro: “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza”.>>

I primi “cristiani” (inteso come suoi discepoli) credevano davvero in un imminente fine del mondo,  attendevano con ansia il momento in cui si sarebbero avverate le previsioni del loro Messia e aspettavano la sua seconda venuta. Tra alcuni iniziava a crescere il malumore ma persino Paolo li invitava a non perdere la speranza e a continuare ad aver fede perché la parusia sarebbe stata imminente.

La prima guerra giudaica sembrava essere il preludio alla parusia; la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte del generale Tito il segnale più lampante che tutto stava per finire. Ma così non fu e lo sconforto iniziò a farsi largo anche tra coloro che fin dal primo momento avevano creduto nel nuovo Messia.

La generazione degli apostoli passò e così anche le successive senza che nessuno di loro riuscisse a vedere il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con potenza e gloria.

Per un uomo, come detto è assolutamente normale sbagliare una previsione; quella di Gesù era più che altro una speranza trasformata in certezza dalla sua fede ma niente di più. Se fosse stato invece un Dio tutto il suo discorso sarebbe un clamoroso autogol.

 

4)     Il fallimento anche in versione divina

Una volta che i cristiani capirono che non ci sarebbe stata nessuna imminente parusia, cambiarono le carte in tavola e stravolsero completamente pensiero, messaggio e ruolo di Gesù. Da uomo venuto per portare l’unione nel popolo ebraico era stato trasformato prima in un semi-dio e poi con un assurdo ragionamento in un Dio che aveva deciso di rendersi uomo per sacrificarsi e salvare con quel gesto l’intera umanità, presente, passata e futura. Una bella fantasia, non c’è che dire. Ma esaminando questo sacrificio oggi 3 aprile 2010 è naturale porsi un interrogativo.

Il gioco è valso la candela? Il sacrificio di Gesù è davvero servito a salvare l’uomo dal peccato aprendogli le porte del paradiso?

Per rispondere in maniera esaustiva a questa domanda servirebbe una sfera di cristallo per vedere cosa succederà alla fine dei tempi. Ma comunque già oggi possiamo dire che questo sacrificio è valso più come pretesto per fare del male che per fare del bene.

Milioni di persone sono morte in nome di questo dio, sia per difendere la propria fede, sia per difendere la propria libertà di non credere.

Eppure secondo i cristiani questo è stato il disegno di Dio per salvare l’uomo. Nel momento in cui Dio ha avuto l’idea di creare l’universo ha pensato bene che dopo oltre 13 miliardi di anni si sarebbe incarnato in una delle tante specie presenti su un piccolissimo e quasi insignificante pianeta chamato Terra.

E l’ha fatto pur avendo visto in principio che questo sacrificio sarebbe costato la vita a milioni di sue creature. Un disegno con meno sofferenza e morte non era proprio possibile? Certamente si, ed è proprio per questo motivo che ritengo il Cristianesimo uno dei prodotti più assurdi e fantasiosi dell’uomo.

Il vostro dio non è risorto, il vostro dio è morto appeso a quella croce e da domani tornerà ad essere uno dei tanti grandi sconfitti della Storia.

 

 

 

 

E i carnefici divennero vittime

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, invia ispettori a Milano dopo le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri, sui sacerdoti coinvolti in reati sessuali.
Il ministro – si legge in una nota del ministero – “lette le dichiarazioni rese ieri alla stampa dal Procuratore aggiunto di Milano dott. Forno, che ha accusato le gerarchie ecclesiastiche di coprire i sacerdoti responsabili di gravi fatti di pedofilia, considerato il carattere potenzialmente diffamatorio di tali dichiarazioni, ha dato mandato al suo ufficio ispettivo di verificare se il dott. Forno con tale condotta abbia violato  i doveri di correttezza equilibrio e riserbo che devono essere particolarmente osservati nella trattazione di procedimenti delicati come quelli per reati di pedofilia, reati che vanno perseguiti con estrema decisione ma – si precisa nella nota – evitando pericolose generalizzazioni”.
L’invio degli ispettori da parte del ministro Alfano sta già ricevendo il plauso di una parte della politica e di alcuni uomini di Chiesa.
Ma quali saranno mai queste dichiarazioni diffamatorie di Forno? Ha forse detto che tutti i preti di Milano sono pedofili?
ASSOLUTAMENTE NO!!!
Forno ha solo detto che negli anni in cui lui si è occupato di sacerdoti coinvolti in reati sessuali non ha mai ricevuto denunce da parte dei Vescovi, ribadendo tra l’altro che non c’è nessuna obbligatorietà (se non morale) da parte del clero di denunciare i preti pedofili.
Cose note a arcinote. Nel resto dell’intervista Forno prova a darsi una spiegazione del perchè di una certa omertà nell’ambiente ecclesiastico arrivando a conclusioni difficilmente contestabili. La lista di vescovi che hanno coperto preti colpevoli di aver commesso abusi è lunga in tutto il mondo, non capisco quindi quali siano le parole di Forno da condannare.
O forse non si possono criticare esponenti della Chiesa durante la settimana Santa? E’ questo il problema???
Ma non si vergognano? Evidentemente no, come non si vergognano alcuni cattolici a difendere ancora un certo tipo di Chiesa, a spostare l’attenzione su altri fatti o addirittura a fare passare per vittime i carnefici. Tanto la colpa è sempre del singolo e mai del sistema.
Nel giorno in cui voi cattolici ricordate la morte del vostro Dio, con questi episodi continuate ad inchiodarlo a quella croce. Complimenti vivissimi e buona Pasqua.
 
Vi lascio l’intervista di Forno al “Giornale” in modo che possiate fare le vostre considerazioni.
 

Roma – Una gerarchia cattolica che tace, copre, insabbia. Che per paura degli scandali non punisce i pret i colpevoli di abusi sessuali. Che li lascia a contatto con i fedeli e con i bambini. Che chiude gli occhi davanti a un fenomeno talmente radicato e devastante da domandarsi se non vi siano uomini che scelgono la strada del sacerdozio proprio per poter avvicinare le loro vittime. È un quadro sconcertante quello dipinto in questa intervista al Giornale dal magistrato che da più tempo in Italia si occupa di abusi sessuali: Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri.

Quanti sacerdoti ha inquisito per reati sessuali?
«La lista, purtroppo, non è corta».

E qual è stato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche?
«Devo dare atto che, una volta iniziate le indagini, non mi sono mai stati messi ostacoli. Però le notizie positive finiscono qui».

In che senso?
«Nel senso che nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente».

Ma i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i preti che sbagliano.
«È vero che non esiste un obbligo formale di denunciada parte dell’autorità ecclesiastica, perché un vescovo non èun pubblico ufficiale. Quindi il vescovo che tace non commette il reato che commetterebbe un preside che tacesse. È anche veroche qualunque cittadino – soprattutto quandoè investito di un’autorità odi un’autorevolezza particolari – quando viene a sapere di un reato per cui si può procedere d’ufficio ha la possibilità di denunciare, e direi il dovere morale. Questo non avviene mai. Mai. È un punto dolente. Noi come magistrati abbiamo l’obbligo di informare l’ordinario diocesano, ovvero il vescovo, quando arrestiamoo chiediamo il rinvio a giudizio di un prete, e lo abbiamo sempre rispettato. Ma il contrario non mi è mai accaduto. Non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto».

Perché? Nonsanno quello che accade nelle loro parrocchie? O lo sanno e preferiscono tacere?
«Io sono convinto che loro sappiano molto più di quello che sappiamo noi. Ma c’è un problema a monte, ed è cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. E qui mi permetto di dire una cosa di cui in questi giorni non si è parlato, nelle tante discussioni sul temadegli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Il discorso viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Mail prete che abusa di un bambino è più paragonabile aungenitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Seguardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache di questi giorni si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo “lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».   

Quali sono le ripercussioni sulle vittime?
«Sono esperienze che marchiano in profondità le vittime per tutta la vita, proprio per le figure da cui provengono. Io ho in mano un documento della Chiesa canadese che negli anni Novanta è stata la prima a fare una indagine interna e ha scoperto che il 5 per cento del clero canadese ha queste tendenze. Il 5 per cento! In quel documento si ricostruiscono le conseguenze devastanti che questi avvenimenti hanno sulle vittime, si ricostruiscono persino i loro percorsi religiosi, e si vede che spesso abbandonano la Chiesa e si formano una immagine di Dio molto simile a quella dei loro abusanti».

Perché sono così numerosi questi casi?
«Io ormai ho un dubbio, e parlo solo di dubbio perché non posso avere riscontri diretti: che ci siano sacerdoti che scelgono di fare i sacerdoti per abusare, perché è oggettivo che nella scelta del sacerdozio c’è un’enorme facilitazione nell’avvicinarele vittime. Eppure compiono tutto il percorso formativo fino a venire messi a contatto con i ragazzi. Questo pone un grosso interrogativo: ma nessuno se n’è accorto prima? Dov’è il discernimento spirituale che dovrebbero esercitare coloro che li scelgono? Non hanno osservato il loro comportamento, le loro tendenze, le modalità con le quali si rapportano ai giovani? E un’ultima domanda: cosa accade all’interno dei seminari?».

Se le cose stanno come le descrive lei, siamo di fronte aunfenomeno di indulgenza, se non di omertà, da parte delle gerarchie. Teme che in fondo questi siano considerati peccati veniali?
«Nessun teologo può avere l’ardire di sostenere che si tratti di un peccato veniale, tanto che questi sono tra i pochi casi per cui il diritto canonico prevede la riduzione allo stato laicale. Eppure nessuno di questi sacerdoti ha mai subito questa punizione. Neanche quello che diceva alle sue vittime “lo vuole Gesù”».

La riduzione allo stato laicale può essere una soluzione estrema. Magari prendono misure più blande.
«Io convengo chela riduzione allo stato laicale sia indubbiamente una sanzione grave, ma di fronte alla gravità di queste cose non credo che si debba essere indulgenti. Invece non solo non vengono cacciati ma accade a volte che non vengano nemmeno messi in condizioni di non nuocere più. Quando hanno queste notizie si limitano a spostarli da una parrocchia all’altra, e così gli permettono di fare altre vittime inconsapevoli, perché quando la piazza è bruciata gli consentono di andare dove non li conoscono».

Come se lo spiega?
«Lo chieda a loro. Non alla Chiesa, ma alla gerarchia ecclesiale. Della Chiesa fanno parte anche i fedeli, e molti di loro – tra cui il sottoscritto – la pensano diversamente. Il problema è la gerarchia. Secondo me non li puniscono perché li hanno scelti loro, educati loro, allevati loro, e quindi si creano dei legami di difesa, di protezione. E c’è soprattutto la paura dello scandalo. Cheè una paura pocoevangelica, perché il Vangelo dice invece che è necessario che gli scandali avvengano. È una paura poco cristiana, insomma»

Adesso le sembra che qualcosa stia cambiando? Che stiano correndo ai ripari?
«Nel 2000 scrissi suunarivista giuridica che esisteva un problema di pedofilia nella Chiesa, e un sacerdote che va per la maggiore mi replicò negando semplicemente l’esistenza del problema. Adesso quello stesso sacerdote riconosce che questo dramma è reale. Meglio tardi che mai, mi vien da dire. E visto che nelle recenti direttive del Papa è previsto che le diocesi possanorivolgersi a laici per essere aiutate e consigliate nella prevenzione di questi fatti, io sono a disposizione. Qualche idea da suggerirgli ce l’avrei».

 

I cattolici premiano Lourdes, un film ateo, e neanche se ne accorgono

Può un film ricevere il premio di una commissione di atei e il premio di una commissione di cattolici? In linea di principio non potrebbe. Nella realtà ciò accade. Potremmo cavarcela con la classica eccezione capace di confermare la regola. Però il fatto è davvero singolare, poiché una delle due commissioni clamorosamente si sbaglia. Ciò è successo con il film Lourdes, girato dalla regista austriaca Jessica Hausner, presentato alla recente mostra di Venezia, da due settimane in programmazione sugli schermi italiani.

Gli atei vedono nella pellicola la manifestazione che nel luogo delle apparizioni della Madonna e delle guarigioni miracolose, tutto va in scena fuorché la fede: e lo premiano. I cattolici vi scorgono invece una testimonianza di segno opposto; l’opera pur se non apologetica, è cristianamente corretta: e lo premiano. Può immergersi il diavolo nell’acqua santa? Non può: e allora uno dei due premi è fuori luogo. Diciamolo subito, senza girarci troppo intorno: a sbagliarsi, e  clamorosamente, sono i cattolici.

Lourdes è un film ateo. L’errore, come è noto, è umano, e quindi comprensibile. La perseveranza nell’errore,  altrettanto umana, certamente è meno comprensibile. Ma andiamo per gradi. A chi è imputabile l’errore di un così grave travisamento?  Alla giuria del SIGNIS.

Il SIGNIS (Associazione Cattolica Mondiale per la Comunicazione) è un’organizzazione internazionale con sede a Bruxelles, che si occupa di comunicazione. Fino a qualche anno fa si chiamava OCIC (Organizzazione Cattolica Internazionale Cinematografica), istituzione fondata nel 1928, fusasi nel 2001 con l’UNDA, organismo impegnato nel settore della radio e della televisione, dando così vita al SIGNIS. Il SIGNIS, a guardare la struttura (www.signis.net), sembrerebbe una ramificata organizzazione  con 140 paesi membri e una sfilza di delegati disseminati nell’intero globo terrestre. In realtà fa poco e nulla. Un convegno annuale, qualche pubblicazione, e soprattutto assicura una giuria, perlopiù ecumenica, quindi non composta necessariamente da cattolici, nei più noti festival cinematografici, come Venezia. E a Venezia si è guadagnata, storicamente, i galloni sul campo.

La storia è nota. Cominciò nel 1968. Una sciagurata giuria assegnò, in sintonia con i tempi gravidi di passionalità rivoluzionarie, il premio OCIC al film Teorema di Pier Paolo Pasolini. Quell’anno il Carnevale a Venezia andò in scena anche d’estate, al Lido, ma i contestatori si scontrarono con un inaspettato leone, il vecchio socialista, con un passato fascista di tutto rispetto, Luigi Chiarini, direttore della Mostra, che resistette a tutto e a tutti, decidendo di non chiudere i battenti, e cedere dunque alle logiche della rivoluzione, come era successo qualche mese prima a Cannes. La storia poteva, e doveva chiudersi lì. Addirittura Paolo VI, dal balcone di Castel Gandolfo, parlando ai fedeli, deprecò l’atto veneziano. Perché non tagliare il cordone ombelicale tra il Vaticano e l’OCIC? Mistero. Quel cordone è ancora saldo. Infatti nei contatti ufficiali dal SIGNIS, oltre alla sede di Bruxelles, è indicato un indirizzo romano, Palazzo San Calisto, Città del Vaticano. Lì c’è la sede del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e della Filmoteca Vaticana.

Quindi, il SIGNIS non solo gode dell’appoggio ufficiale del Vaticano, ma in realtà ne riceve il generoso appoggio finanziario. E ripaga tutto ciò assegnando un premio al film ateo Lourdes, che contesta apertamente un luogo centrale nella storia della cristianità novecentesca, non solo per l’apparizione della Madonna, per la devozione  popolare, per l’ininterrotta sequela di miracoli verificatisi, ma soprattutto per la venerazione dimostrata da Giovanni Paolo II, figura chiave della seconda metà del XX secolo, destinato a diventare Santo.

La motivazione del premio è un capolavoro: «Una scelta motivata non dall’ambientazione dell’opera in un centro cattolico, ma dalle fondamentali problematiche umane che il film solleva: la fede, la sofferenza fisica, la speranza, i miracoli, l’assoluto. Con notevole abilità tecnica e artistica, la regista ci conduce alle frontiere delle aspettative umane, lasciando che lo spettatore scopra il significato della libertà umana e dell’intervento divino». La giuria era composta da Gianluca Arnone (Italia), Frank Desiderio (Stati Uniti), Massimo Giraldi (Italia), Peter Malone (Australia), Joseph Palakeel (India), Astrid Poltz-Watzenig (Austria) e Magali Van Reeth (Francia).

Nulla di tutto ciò è vero. La regista austriaca è certamente lontana dal rozzo anticlericalismo scientista di Émile Zola. La sua non è manifesta ostilità, denuncia della sciocca credulità popolare e dell’isteria, cominciata con la pastorella Bernadette (come voleva Zola). Arriva però alle stesse conclusioni: a Lourdes non si manifesta la divinità, ma il desiderio prettamente umano di sconfiggere la sofferenza e la malattia. In altre parole il cristianesimo è morto e seppellito: ciò che resta è solo credulità e  affari. Di tutto si può parlare, tranne che di fede; al massimo di tensione  irrefrenabile per la conservazione della vita. Fin qui nulla di eclatante. Zola pubblicò il suo manifesto, in forma di romanzo, nel 1894. Quindi è da oltre un secolo che su Lourdes, con linguaggio poetico o burocratico,  si esercita il tiro al bersaglio.

Il linguaggio con il film  Lourdes si è soltanto adattato ai tempi postmoderni, divenendo audiovisivo e  «politicamente corretto». Il premio SIGNIS al film di Jessica Hausner, di per sé poco significativo, mette però il dito nella piaga. È uno dei tanti tratti della confusione in atto nella Chiesa cattolica. Certe organizzazioni sembrano fatte apposta per mettere in difficoltà i cattolici. Ora, se una giuria di professionisti del cinema, con copertura vaticana, assegna il premio ad un film, ciò dovrebbe spingere quanti, dal semplice fedele ai più avvertiti intellettuali sino al clero, ad andare a vederlo. Meno male che il popolo cristiano difficilmente casca in queste trappole. Difatti Lourdes non l’ha visto nessuno. Si potrà dire: Lourdes è un semplice errore di valutazione, una involontaria scivolata. Vittorio Messori ha invocato il «masochismo clericale» (Corriere della Sera, 12 febbraio). Forse sarebbe più corretto parlare di spirito di adeguamento al mondo da parte degli intellettuali cattolici. Se il cane morde l’uomo non è una notizia. E non è una notizia se una giuria di cattolici premia un film cattolico. Lo diventa se premia un film ateo. E allora?

Alla prossima notizia, o meglio al prossimo premio. Almeno che a Palazzo San Calisto non arrivi l’ordine di tagliare il cordone ombelicale, recidendo per sempre i lacci della borsa.          

 

Quando si dice carità cristiana…

 

Nel nome del Signore, obietta e dà dolore

A Poznan son riuniti i farmacisti
    
cattolici e il Papa è intervenuto:
    “Mi raccomando, non fate gli affaristi:
    si spalanca l’inferno in un minuto    se, per seguire le leggi del mercato,
    scordate l’adesione al magistero
    e quello che la Chiesa vi ha insegnato.
    Non c’è rosario né preghiera o cero

    che vi possa mandare in paradiso
    se offendete un embrione od una vita
    Dall’alto del mio pulpito vi avviso:
    se non fate obiezion per voi è finita!

    Non vendete il cachet del giorno appresso,
    la pillola perversa ed assassina
    che annulla i risultati dell’amplesso.
    Se volesse abortir qualche tapina,

    non datele la RU quattro otto sei,
    niente pietà per chi vuol abortire!
    E’ vero, rinunciate a degli sghei,
    ma del suo mal potrete poi gioire!”

    Invece di salvifici dottori
    avremo presto nelle farmacie
    valanghe di crudeli confessori
    come si trovan nelle sacrestie.

    “Dottore, per favore, un veramon.”
    “Perché mi chiede questa medicina?”
    “Sento un grande dolore al capoccion…”
    “Il male al paradiso la avvicina,

    la sofferenza dedichi al Signore…”
    Entra un tipo piuttosto sbrigativo:
    “Da sei giorni non vado, per favore,
    mi fornisca un potente lassativo…”

    “Stitichezza? Il Signor l’aiuterà
    senza l’umiliazione dei purganti.   
    Pregando, prima o dopo la farà,
    come la fanno in ciel angeli e santi.”      

    Entra un padano verde, un po’ in calore:
    “Vorrei un preservativo, lei mi aspetta…
    da molti giorni non facciam l’amore…”
    Il dottore gli dà la sua ricetta:

    “Lei è un grande peccatore, ma non teme
    di finire all’inferno difilato?   
    Iddio non vuole che si sprechi il seme,
    si faccia in fretta un bagno ben gelato

    per vincere la sua concupiscenza.
    E’ mille volte meglio di un Hatù
    dal peccato carnal fare astinenza…
    Poi senza guanto scoperà lassù ,

    come fanno ogni dì angeli e sante.”
    Un tipo con il naso che gli cola        
    e con gli occhietti da febbricitante    
    entra e sussurra incerto una parola:

    “Dottore, per la febbre una supposta…”
    “La supposta, mi spiace, non si può –
    dal farmacista arriva la risposta –
    pur se ha la febbre, non gliela darò!

    Si tratta di una cura per via anale
    e quello che riguarda un orificio
    offende gravemente la morale:
    ritorni col permesso pontificio!”

    Dal farmacista entra il Cavaliere
    con una prostituta che lo arrapa:
    “Tre Viagra con tre condom, per piacere,
    ho la ricetta, me l’ha fatta il Papa…”

    Carlo Cornaglia