L’ultima lettera e l’ultima intervista di Paolo Borsellino… Per non dimenticare

di Salvatore Borsellino – 19 luglio 1992
Questa è l’ultima lettera di Paolo Borsellino, scritta alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l’esplosione di un’auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D’Amelio, facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.


Paolo si alzava quasi sempre a quell’ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare  anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva "per fregare il mondo con due ore di anticipo" e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua.

La faida di Palma di Montechiaro che Paolo cita nella lettera la ricordo bene.
A Capodanno dello stesso anno ero con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale, per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia di visitare insieme con le nostre famiglie.
Non fu possibile perchè Paolo ricevette la notizia della strage di mafia che c’era stata a Palma di Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia.
Fu l’ultima volta che vidi Paolo, da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10 anni.
La lettera è da leggere parola per parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo.
Quando dice che non riusciva in quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero ucciso.
E che quel giorno lo avrebbero ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco, che non gli aveva però riferito dell’informativa che gli era arrivato a questo proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all’aeroporto dal ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento.
Uno scontro che Paolo ebbe con Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest’ultimo gli telefonò alle 7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa.
Forse anche Giammanco sapeva che quello era l’ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura, forze dell’ordine e servizi segreti.
Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: "Ora la partita è chiusa" e Paolo gli rispose invece urlando "No, la partita comincia adesso".
Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4), dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli dai ragazzi del liceo, ci da tra l’altro, in maniera estremamente semplice e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che bisognerebbe  che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle scuole.
Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai.

Salvatore Borsellino

"Gentilissima" Professoressa,
uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e "pentito" mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all’incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss’altro perchè a quell’epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell’intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato "comunque" preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E’ vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all’Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l’applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.
Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall’ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l’uno dall’altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità". Essa e suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
E’ naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.
Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, "ndrangheta", Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l’organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del "consenso" di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.

 
 

Come rinascere dopo i veleni. La città dell’acciaio alla prova

Volete voi, per la vostra salute, rinunciare al 75% del Pil? Mica facile rispondere a una domanda così. Eppure è questo il primo quesito che verrà fatto ai tarantini se andrà in porto il referendum promosso da «Taranto futura». Referendum contro il quale sono stati sollevati davanti al Tar vari ricorsi. Non solo da parte dell’impresa presa di mira e della Confindustria ma anche della Cisl e della Cgil. L’Ilva rappresenta per la città pugliese, con i suoi 15 milioni di metri quadri di superficie, i suoi 200 chilometri di rete ferroviaria e 50 di strade interni, i suoi 9 milioni di tonnellate di acciaio solidificato, i suoi 13 mila dipendenti diretti e 7 mila nell’indotto, un colosso che pesa molto più della Fiat a Torino negli anni d’oro. Che la gigantesca industria siderurgica nata Italsider 50 anni fa (9 luglio 1959) e rilevata nel ’95 dal gruppo Riva abbia per decenni impestato Taranto, l’antica e nobile Taras della Magna Grecia, è fuori discussione. Lo certifica nel «Rapporto ambiente sicurezza 2009», edito per rasserenare gli animi, lo stesso Emilio Riva ammettendo che quando arrivò lui «gli stabilimenti della società, in particolare quello di Taranto, versavano in condizioni critiche e poca attenzione era riservata alle problematiche ambientali ». Tanto da costringerlo a investire «per l’ambiente e l’ecologia» complessivamente 907 milioni di euro.

Risultati? Ottimi, sostiene l’Ilva: riduzione «del 70% della concentrazione di polveri nei fumi dell’agglomerato», di «oltre l’80% nelle emissioni globali di ossido di zolfo», «oltre il 50% delle emissioni di cloro», «un ulteriore 50% di emissione di diossine» e via così… Di più: il consumo di acqua industriale è stato ridotto in 15 anni «del 40%» e sulle acque di scarico sono stati «investiti 110 milioni di euro per una riduzione fino al 98-99% di alcuni inquinanti». Ancora: su 5.514 campionamenti monitorati dal ministero dell’Ambiente «solo 16 hanno superato il limite di concentrazione della soglia di contaminazione prevista per i suoli a uso commerciale e industriale». No: risultati mediocri, ribattono gli ambientalisti. I quali ammettono che sì, una riduzione dei danni c’è stata, ma non sufficiente. «Secondo l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente Taranto è la città più inquinata d’Italia — accusa Alessandro Marescotti di Peacelink —. Il nostro è l’unico caso in cui il 93% dell’inquinamento viene da polveri sottili di origine industriale e solo il 7% è costituito da quello di origine civile. I morti di cancro rispetto a una volta sono raddoppiati. Stando alle proiezioni dell’Arpa Puglia sulle rilevazioni del febbraio 2008 l’area a caldo emette 172 grammi/anno di diossina cioè quanto Spagna, Svezia, Austria e Gran Bretagna messe insieme». Non basta: «La relazione Inail “La mortalità per neoplasie a Taranto” di Miccio e Rinaldi dice che “si rileva che il quartiere più prossimo all’area industriale presenta valori di mortalità quasi tripli rispetto ad aree più distanti”. E i terreni per venti chilometri intorno sono così contaminati che Vendola ha fatto un’ordinanza che vieta il pascolo…». Leo Corvace, di Legambiente, conferma: «Hanno già dovuto abbattere 1200 pecore e capre perché avevano trovato diossina nel latte e nelle carni. E ci risulta che purtroppo non è ancora finita». Fin qui, gli ambientalisti sono compatti. Anche a dispetto delle perplessità di scienziati come Carlo La Vecchia, capo del dipartimento di epidemiologia del «Mario Negri» di Milano, secondo il quale «i numeri dicono che nel loro complesso non vi è eccesso di tumori a Taranto. C’è stato, questo sì, un problema grave di esposizione all’amianto ma riguardava i cantieri navali. In ogni caso stiamo parlando di esposizioni a rischio in passato. Non oggi». Tesi raccolta dall’avvocato Francesco Perli, legale dei Riva, che rilancia: «L’Ilva non si è mai spostata da dove venne perimetrata e semmai ci fosse uno squilibrio è perché nell’anarchia si sono “avvicinati” abusivamente all’area industriale i quartieri Paolo VI e Tamburi». Risposta di Corvace: «Ma non è vero! Tamburi esisteva da prima dell’Italsider!».

Anche sulla chiusura della cosiddetta «area a caldo» dello stabilimento, già smantellata a Genova, i verdi sono d’accordo. Sul referendum, però, la frattura è netta. «Io sono del 1958 e voglio tornare a respirare l’aria che si respirava nel 1958», dice Marescotti. Corvace no: «Io l’anno prima del 1958 partii con i miei genitori per Dunkerque. Non possiamo rimpiangere quella Taranto da dove la gente era costretta a emigrare. Con l’Ilva ci dobbiamo trattare ma il referendum è sbagliato». Cifre alla mano, la fabbrica voluta non solo dalla Dc ma anche dalle sinistre (il titolo del «Corriere del giorno» fu: «Una nuova era si è iniziata a Taranto per la storia del Mezzogiorno d’Italia») pesa per il 75% sul Pil provinciale, per il 20% su quello regionale. E dipende dall’ex Italsider, direttamente o indirettamente, almeno una famiglia tarantina su tre. Va da sé che i quesiti referendari hanno aperto spaccature lancinanti. In particolare il primo: «Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’Ilva?». Sulle prime la domanda era avventata fino all’ingenuità: «Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute, nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’Ilva, con l’impegno del governo di tutelare l’occupazione, impiegando le maestranze per lo smantellamento e bonifica dell’area… ». Immediate ironie dei realisti: «E i pasticcini? Non chiediamo che il governo ci porti pure i pasticcini?»

Dicono i «duri e puri» alla Marescotti che «occorre uscire dalla monocultura, prima dei cantieri navali e poi dell’Italsider. La salute viene prima. In India sono più poveri di noi ma nel villaggio di Dhikia a una maxiacciaieria la gente si oppone». Dicono i pragmatici alla Corvace: «Noi ambientalisti non possiamo permetterci di uscire dal referendum dalla parte di chi perde. Dobbiamo trattare, trattare e trattare con l’azienda. Ma il referendum rischia di rivelarsi una sconfitta storica». Se è fetida l’aria spinta dal vento verso il quartiere Tamburi, non meno brutta è l’aria che tira dal punto di vista economico, produttivo, occupazionale. Anche perché è improbabile che lo Stato, invocato nell’iniziale quesito referendario, ambisca a tornare ad assistere i tarantini. La gestione del pubblico denaro negli ultimi anni, infatti, è stata indecente. A raccontarla tutta, la storia del crac del Comune di Taranto, il primo in assoluto in Italia ad avere un liquidatore come capita alle società fallite, ci sarebbe da scrivere un libro. Un po’ comico e un po’ horror. Prendete la faccenda dei semafori, scoperta da Cesare Bechis del «Corriere del Mezzogiorno ». Un bel giorno un funzionario butta un occhio sulle bollette: come è possibile che un semaforo costi meno di 18 euro di elettricità e un altro 1.749? Se fanno entrambi la stessa cosa (luce verde, gialla, rossa…) come è possibile che uno costi cento volte più di quell’altro? Sfoglia i conti e ci resta secco: non c’è semaforo che abbia una bolletta uguale a un altro. Come mai? A certi semafori si attaccavano con i cavi per fregare la luce tutti gli abitanti dei dintorni. Non c’è settore nel quale, per anni, le pubbliche casse non siano state viste come mammelle alle quali era «normale» succhiare il più possibile. Un paio di esempi? Tra tutti i conti presentati dai creditori del Comune (per un totale di 5.960 istanze di gente che diceva di avanzare soldi) spiccano tre parcelle di un avvocato per un totale di 150 mila euro. Mario Pazzaglia, il presidente veneto-marchigiano dell’Ols (l’Organo Straordinario di Liquidazione), non è convinto. Spulcia e scopre che si tratta di tre fatture per la stessa pratica. «Oh, scusate, un errore della segretaria…». Pagamento concordato: 6 mila euro. Venticinque volte di meno. Altro esempio? Lo racconta ancora Bechis: «Fatta cento la tassa sui rifiuti (Tarsu) accertata a carico di un nuovo contribuente, finisce nelle casse comunali il 26,34%». Poco più di un quarto. Ma soprattutto la metà di quello che si trattenevano le società (l’ultima fetta, storicamente, riguarda gli evasori) delegate agli accertamenti e alla riscossione. Che si portavano via addirittura il 47,29% sull’accertato. Un delirio. Per non dire della maxi evasione dell’Ici da parte delle grandi imprese, come la stessa Ilva, che per anni avevano «dimenticato» come l’imposta andasse pagata non solo per le opere in muratura. Totale dell’evasione accertata dal 2003 al 2007: 57 milioni. Una somma enorme. Tanto più per un Comune con l’acqua alla gola. C’è poi da stupirsi che Taranto sia affondata nel 2006 sotto una montagna di debiti che Pazzaglia e i suoi hanno definito proprio giovedì scorso in 835 milioni? E meno male che controllando documento su documento («le fatture erano ricaricate in media del 40% e perfino Equitalia diceva di avanzare dal Comune 25 milioni e invece ne avanzava 4») la somma finale è stata ridotta. Quella iniziale era di 920. Cioè 14.000 euro di buco a famiglia.

Dovrebbero studiarla a scuola, la storia degli anni della Grandeur Tarantina. Quando il Comune era amministrato da Rossana Di Bello, una biologa titolare di alcune gioiellerie, fondatrice del primo club pugliese di Forza Italia, eletta nel 2000, rieletta trionfalmente nel 2005 e dimessasi l’anno dopo in seguito a una condanna per abuso di ufficio e falso ideologico nell’ambito dell’inchiesta sull’inceneritore. Appalti incredibili. Contabilità allegra. Megalomanie. Al punto che fu avanzata l’idea (travolta dal crac) di costruire il Colosso di Zeus, una statua gigantesca che avrebbe dovuto ricordare l’antica opera di Lisippo. Colossale fu il buco lasciato dalla giunta berlusconiana. E colossale la legnata inflitta alle elezioni del 2008 alla Casa delle Libertà, precipitata in due anni dal 57,8 al 15,5%, con tracollo di 42,2 punti. Tanto che il ballottaggio per il sindaco vide scontrarsi due schieramenti di centrosinistra con travolgente vittoria (76%) di Ippazio Stefàno, un pediatra che dopo essere stato senatore pidiessino aveva chiuso con la politica attiva per dedicarsi al volontariato ed era appoggiato da un «fritto misto», dall’Udeur a Rifondazione comunista. Tre anni dopo, assediato da mille cittadini in difficoltà, mille beghe interne alla sinistra e mille grane ereditate dal crac («non abbiamo diritto neppure ad avere un direttore generale o un addetto stampa e io me le sogno le venti persone nello staff che aveva la Di Bello!») il sindaco allarga le braccia: «Su 40 seggi la sinistra ne ha 29, la destra 11. Teoricamente dovrei leccarmi le dita. E invece è una lite al giorno. Per ragioni di bottega. Destra e sinistra, solo bottega. Un ostruzionismo continuo, che di fatto va contro la povera gente. Dibattiti sui destini della città, zero. La commissione ambiente e paesaggio, per dire, non è ancora stata nominata. Dovrebbe occuparsi delle spiagge. Siamo a metà luglio e il consiglio comunale non l’ha nominata. Non so se mi spiego». I conti, certo, vanno meglio. Le entrate Ici, per esempio, sono salite da 32 milioni nel 2006 a 45 l’anno scorso e probabilmente 55 quest’anno. Quelle della Tarsu da 19 a 33. Ma alcuni problemi annosi, spiega Stefàno, sono rimasti irrisolti: «Il Comune ha 2000 appartamenti e ne ricava 400 mila euro l’anno. Fatti i conti ogni appartamento rende 200 euro d’affitto. Da non dormirci di notte. Vorrei e dovrei censirli a uno a uno ma mi mancano perfino i vigili. Sulla carta ce ne sono 194 ma 56 figurano “non idonei”. Ne restano 140, su due turni. Togli malattie, riposi, assenteisti e di fatto, la domenica, per una città di 200.000 abitanti, sì e no in servizio ce n’è una dozzina». I dipendenti comunali, dice, con «una pianta organica che era stata gonfiata fino a 1.750 dipendenti, sono calati da circa 1.500 a 1.050». Miracolo? Magari. Quando scoppiò il bubbone saltò fuori che decine di funzionari e dirigenti si erano auto-aumentati lo stipendio autocertificando di avere fatto per il Comune dei lavori al progetto. Buste paga da venti, trentamila euro al mese. Con punte di 39.160. Basti dire che a un certo Cataldo Ricchiuti, accusato di essersi regalato 567 mila euro di aumenti illegittimi, furono sequestrati 12 fabbricati, un terreno, 124 mila euro in banca…

Ma quelle megatruffe, spiega il sindaco, erano solo la punta dell’iceberg: «Tutti i dipendenti, salvo forse una ventina di persone pulitissime, avevano gli stipendi più alti. Dico tutti. Straordinari senza controllo, “progetti” pagati a parte per fare niente, autocertificazioni di familiari a carico… Tutto “normale” pareva. Quando ho cercato di ripristinare un po’ di serietà (ci guardavano come dei marziani rompicoglioni) chi poteva se n’è andato in pensione così che questa fosse calcolata sulla base dell’ultimo stipendio. Sa, piuttosto che vedersela conteggiare su una busta paga ribassata…». Dice che lui, con i conti messi in quel modo, lo stipendio da sindaco non lo tocca neppure: «Lo versano su un conto corrente a parte. E i soldi servono per fare tante cose. Pubbliche. Ame basta la pensione». Lo stesso Giancarlo Cito, incazzosissimo bastian contrario, riconosce che sì, «Ippazio è uno che fa le cose con spirito missionario. Pediatra bravissimo. Se i nipotini hanno un problema chiamo lui. Sarebbe un grande missionario in Africa. Per fare il sindaco di Taranto però servono gli attributi. Durissimi bisogna essere. Lui non lo è». Era dimagrito di 45 chili, l’ex sindaco costretto a dimettersi e poi condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa, quando nel 2006 «La Voce del Popolo» lo sparò spettrale in copertina col titolo: «Vi prego, non mi abbandonate!». Pagato il conto con la giustizia, anche se ha ancora qualche gatta da pelare, l’istrionico imprenditore televisivo sembra tornato quello di una volta. Che conquistò la carica di primo cittadino e poi un seggio alla Camera sventagliando sulla sua tv (Tbm: Tele Basilicata Matera ma i tarantini ammiccano che in realtà è Tele Benito Mussolini) raffiche di sgrammaticati insulti ai politici: «Siete delle carogne, dei ladri, dei delinquenti!». «Io vi do un sacco di botte perché avete rubato a quattro ganasce! ». «Signori che avete le orecchie a livello di Trombo di Eustacchio!». Per il momento, in politica, c’è tornato per interposta persona. Candidando il figlio Mario (l’unico candidato del pianeta muto come Bernardo, il servo di Zorro: «a parlare penso io») fino a portarlo incredibilmente al 20% alle comunali e addirittura al 30% (solo in città, si capisce) alle provinciali. Due trionfi. A dispetto della fama che ha nel resto d’Italia dai tempi in cui si candidò a sindaco di Milano con uno slogan purtroppo incompreso: «Voglio tarantizzare Milano. Farla diventare come la mia Taranto, la Svizzera del Sud». Una scalata cui seguì quella all’Europa per «tarantizzare Strasburgo ». Ora che l’interdizione dai pubblici uffici è scaduta si candiderà ancora? Cito gigioneggia: «Mah…». In ogni caso, convinto com’è di essere stato il più grande sindaco di tutti tempi («io feci rimuovere 40 mila auto in seconda fila, io portare qui l’università, io scendere gli scippi a un paio l’anno…») è tornato a mostrare i muscoli. Letteralmente. Andando a nuoto da Reggio Calabria a Messina («da Villa San Giovanni son capaci tutti») per glorificare l’idea di unire il Mezzogiorno contro l’odiata Lega Nord. Una nuotata alla Mao Tzetung? Ma va là: «Quello s’era fatto un bagnetto nel Fiume Giallo. Plop, plop, fine. Io invece…».

http://www.corriere.it/cultura/speciali/2010/visioni-d-italia/notizie/22-taranto-Come-rinascere-dopo-i-veleni-La-citta-dell-acciaio-alla-prova_d46c2d3e-8c04-11df-9aa1-00144f02aabe.shtml

Il significato di una festa

Mentre onoriamo il 25 Aprile dovremmo chiederci perché questa giornata sia stata spesso faticosamente festeggiata e abbia diviso gli italiani piuttosto che unirli. Se vogliamo che la data diventi davvero nazionale, dovremmo parlarne con franchezza e senza infingimenti retorici. In primo luogo il 25 Aprile segna la fine di una guerra civile, vale a dire la conclusione di una vicenda in cui parole come patria e onore hanno avuto per molti italiani significati diversi. Sappiamo che i fascisti di Salò sbagliarono, ma non possiamo ignorare che erano anch’essi italiani e che molti fecero la loro scelta in buona fede. Era difficile immaginare che il 25 Aprile potesse venire festeggiato con lo stesso entusiasmo e la stessa partecipazione da chi aveva militato in campi diversi.

In secondo luogo il Partito comunista si attribuì il merito della vittoria e divenne il maggiore e più interessato regista delle celebrazioni. Eravamo — è bene ricordarlo — negli anni della guerra fredda, quando il Pci, pur essendo alquanto diverso da quello dell’Urss, ne era pur sempre il «fratello » e ne adottava, quasi sempre disciplinatamente, le linee di politica estera. Non sorprende che a molti italiani il 25 Aprile sembrasse il travestimento patriottico di una strategia che non poteva essere nazionale.

I partiti democratici, dalla Dc alla social-democrazia, ne erano consapevoli. Ma non potevano rinunciare a celebrare la Resistenza e cercarono di salvare il 25 Aprile dall’abbraccio mortale del Pci descrivendo quel giorno come la conclusione vittoriosa della «quarta guerra d’indipendenza». La definizione ebbe una certa fortuna sino a quando il Risorgimento non cominciò a perdere, per una parte crescente della società nazionale, il suo valore positivo e divenne «rivoluzione tradita» per alcuni, conquista coloniale per altri, operazione fallita per molti. Non esiste più il Pci, ma esiste un partito anti- risorgimentale composto da persone che non hanno altro punto in comune fuorché un certo rancore per il principio stesso dell’unità nazionale: leghisti, legittimisti borbonici, anarchici, cattolici reazionari, nostalgici di Maria Teresa, di Francesco Giuseppe, del Granduca di Toscana. Già danneggiato dall’uso che ne fece il Pci, il 25 Aprile non sembra oggi commuovere e interessare, se non per motivi strumentali e occasionali, coloro che non credono nell’unità nazionale.

 

Continuo a pensare e a sperare che questi sentimenti siano una febbre passeggera, provocata dalle scosse di assestamento di uno Stato che non è ancora riuscito a rinnovare le sue istituzioni. Nel frattempo, tuttavia, faremmo bene a ricordare che il 25 Aprile ebbe meriti a cui tutti dovremmo essere sensibili. Penso ai morti della guerra civile e al significato simbolico che la Resistenza ebbe per la credibilità dell’Italia dopo la fine del conflitto. Penso soprattutto al fatto che i partigiani insorsero nelle città del Nord prima dell’arrivo degli Alleati e dimostrarono così al mondo, come ha ricordato il presidente della Repubblica nel suo discorso di ieri alla Scala, che gli italiani volevano essere padroni a casa loro. Se non vogliamo che anche questa pagina della nostra storia venga dimenticata, teniamoci stretto il 25 Aprile.

Sergio Romano www.corriere.it

Stazione di Trani, dove “scendono” giustizia e libertà in dieci passi

 

di Mino Fuccillo

 

Stazione di Trani, qui si sta “spiaggiando” dopo aver perso ogni orientamento il branco di esauste, confuse e impazzite “balene” italiane: la campagna elettorale, l’informazione politica, la dignità delle istituzioni, il senso del diritto e quello della misura. Alla stazione di Trani “scendono” insieme sia la giustizia che la libertà. Discesa in dieci passi.

Primo passo: può una Procura che indaga su altro, nel caso su una truffa con carte di credito, occuparsi di altra ipotesi di reato che emerga dalle intercettazioni telefoniche? Sì, può. A norma di legge e con il concorso della razionalità. Se indagando su un furto si ascoltano conversazioni relative ad un omicidio, allora si può e si deve aprire un altro fascicolo. Chi, come addirittura il ministro della Giustizia Alfano, timbra con il sospetto delle “ispezioni” questo agire dei giudici, chi, come il capo del governo Berlusconi, proclama che questo è “violare la legge” non conosce la legge o meglio pensa che la legge debba essere applicata a misura e interesse di chi governa, anzi comanda.

Secondo passo: può una Procura che “intercetta” altra ipotesi di reato sorvolare sulla sua sostanziale “incompetenza”, può fare a meno di avvertire altre più “competenti” Procure? Sì, ma solo in astratta teoria. Trani non ha l’obbligo di legge di “spogliarsi” dell’indagine su reati che riguardano l’azione di governo e l’operato delle Authority. Ma sensibilità giuridica, civile e civica avrebbero consigliato che lo facesse. Non farlo ha aperto, spianato la strada alla fuga delle notizie verso i giornali e ha favorito la trasformazione dell’indagine in una rissa politica. Non facendolo, Trani ha usato la legge come uno schermo dietro il quale riparare la propria voglia di protagonismo.

Terzo passo: concussione e violenza ai danni di un “corpo amministrativo”, i reati ipotizzati a carico di Berlusconi e Innocenzi, sono reati giuridicamente credibili e comprovabili nel caso in specie? No, tutt’altro. Basta leggere quanto scrive Carlo Federico Grosso su “La Stampa” per comprendere che ad una realtà politica e sociale “gelatinosa” i magistrati di Trani hanno applicato “gelatinose” ipotesi di reato. Stanno in piedi solide e diritte come appunto gelatina.

Quarto passo: può un capo di governo nominare un suo ex dipendente a Mediaset membro di un organismo di controllo sulle comunicazioni? Può rinfacciargli che non “si guadagna lo stipendio” se non trova il modo di spegnere trasmissioni Rai non gradite al “datore ultimo” di stipendio, cioè al presidente del Consiglio? Può un presidente del Consiglio ingegnarsi, dannarsi e pretendere di decidere chi e come va in onda? Succede, è quel che fa e pure rivendica come suo “diritto” il capo del governo italiano. Succede, quindi può. Ma secondo minima decenza e invalicabile misura non dovrebbe. Infatti nelle democrazie occidentali di fatto non può, la sua carriera politica non sopravviverebbe al disvelamento di questi comportamenti. Anche se non viola nessuna legge penale, anche se il reato giuridico non c’è, risulta violata anzi travolta la legge che vuole in democrazia il potere sempre limitato ed è evidente il reato civile e civico di prepotenza autoritaria.

Quinto passo: può un giornalista direttore di una testata Rai, può un giornalista che si dichiara “indipendente” correre un minuto dopo essere stato interrogato dai magistrati impugnare il telefono e correre a riferire quanto coperto da segreto istruttorio al capo del governo? Può, Minzolini lo ha fatto. Reato minimo, se c’è, contro la legge. Reato massimo e sconfessione piena e plateale della sua asserita indipendenza.

Sesto passo: può un direttore del Tg1 essere preso sul serio quando si difende in un’intervista al Corriere della Sera? Sì, va preso in parola. E quindi quando dice: “Contano i fatti: quelle trasmissioni non sono mai state chiuse” offre un concreto metro di giudizio su quel che accade. “Contano i fatti” e il fatto è che Ballarò, Annozero sono chiuse, qui e adesso. E che i consiglieri di amministrazione Rai nominati dal centro destra e la maggioranza di centro destra della commissione parlamentare chiuse le tengono.

Settimo passo: si può in campagna elettorale cercare e ottenere che la Tv pubblica non parli di politica? Si può, in Italia. Ma in Occidente, solo in Italia.

Ottavo passo: può una Procura che ascolta conversazioni del capo del governo trascriverle e così male custodirle da farle arrivare ai giornali pochi giorni dopo la trascrizione? Si può, in Italia. Ma in Occidente, solo in Italia.

Nono passo: può un capo di governo per reazione incitare i suoi parlamentari a votare di corsa la nuova legge che eliminerà tutte le intercettazioni? Può quel capo di governo “inventare” la ” nostra lista non ammessa a Milano” quando quella lista è stata dai giudici ammessa? Può vendere come “diritto alla privacy” la libertà non di telefonare a chi gli pare ma di ordinargli quel che gli pare? Può, lo fa, ancora una volta solo in Italia.

Decimo e ultimo passo: possono un’opinione pubblica non governativa e un’opposizione politica e anche civile niente altro fare e concepire che il “tifo” ai magistrati nella speranza, peraltro vana, che prima o poi imbrocchino l’accusa, l’incriminazione, il “tiro” giusto che vada in gol decretando “illegale” il governo votato dagli altri, dai più? Possono, è quello che fanno, in un festival dell’autismo civile e politico.

Stazione di Trani: qui è “scesa” la giustizia per dare impropria e indebita mano alla democrazia stanca. E qui è “scesa” la libertà: di informare, di rispettare, perfino di pensare le regole minime di governo e di Stato.

Il feroce paradosso di Hispaniola

 

“Il Destino del popolo di Haiti è la sofferenza”
(François Duvalier)

C’era una volta l’isola di Hispaniola, mar dei Caraibi. La parte orientale venne colonizzata dagli spagnoli, quella occidentale dai pirati francesi. A est Hispaniola fu ribattezzata Repubblica Dominicana, ad ovest Haiti. L’isola è la stessa, la gente no. E nemmeno la buona sorte. Ad Haiti il 95% della popolazione ha la pelle nera. Nella Repubblica Dominicana solo l’11%. La Repubblica Dominicana è la meta preferita dei turisti, Haiti degli uragani. Nella Repubblica Dominicana lo sport nazionale è il baseball, ad Haiti l’Aids e la fame. Nella Repubblica Dominicana ci sono hotel con le Jacuzzi, ad Haiti il 90% della popolazione non ha i servizi sanitari. Nel 2008 il tasso di crescita del PIL reale nella Repubblica Dominicana è stato quasi dell’11%. Nel 2008 il reddito pro capite ad Haiti era il più basso d’America ($200). Dio ha inventato il dengue e il merengue: quello meno ballabile l’ha rifilato agli haitiani. Insomma, l’isola è la stessa, come l’acqua che bevono, l’aria che respirano, la terra che coltivano, ma haitiani e dominicani sembrano vivere su due pianeti diversi. In quello dei dominicani, Dio c’è. In quello degli haitiani, chiude spesso per ferie. Come il terremoto dimostra.

 

 

Le avete rubato i sogni

Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati. Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci.Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”. Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata. Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. “Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’. Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so èche sono felice di essere scesa”. Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina?

da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009 di Bruno Tinti

Vittime della strada e della giustizia

Sul manifesto della Giornata Mondiale diffuso in tutti i paesi delle Associazioni di Vittime della strada aderenti alla FEVR, una bambina ci ricorda la data di un compleanno che non ha mai potuto compiere su questa terra.
La sua dichiarazione “oggi compio 25 anni” è struggente, ed il dolore che la sua immagine evoca fa sorgere dentro di noi tanti perché: perché spezzare una vita, perché togliere l’integrità della salute, perché distruggere famiglie, futuro, speranze.
 Solo la superficialità, la rozzezza d’animo, la prepotenza, l’egoismo, l’ignoranza possono operare simili crimini.

Ogni giorno in Italia si verificano in media 598 incidenti stradali, che provocano la morte di 13 persone e il ferimento di altre 849. Nel complesso, nell’anno 2008 gli incidenti stradali rilevati sono stati 218.963. Essi hanno causato il decesso di 4.731 persone, mentre altre 310.739 hanno subito lesioni di diversa gravità. Rispetto al 2007, si riscontra una diminuzione del numero degli incidenti (-5,2%) e dei feriti (-4,6%) e un calo più consistente del numero dei morti (-7,8%).

Nell’Unione Europea, si sono registrati nel 2008 circa 38.859 morti per incidente stradale, l’8,5% in meno rispetto all’anno precedente. Con riferimento all’obiettivo fissato dall’Unione Europea nel Libro Bianco del 13 settembre 2001, che prevedeva la riduzione della mortalità del 50% entro il 2010, l’Italia ha raggiunto quota –33,0%, mentre la diminuzione media della mortalità nel 2008 nei Paesi dell’UE, rispetto al 2000, è pari al 31,2%.

I Paesi che hanno già raggiunto l’obiettivo sono il Portogallo, il Lussemburgo e la Lettonia. I più vicini al raggiungimento dell’obiettivo sono Francia, Spagna e Germania. Fra i Paesi che presentano una riduzione della mortalità compresa tra il 30% e il 40% si ritrovano, oltre all’Italia, l’Austria, il Belgio, l’Estonia, l’Irlanda, i Paesi Bassi, la Slovenia e la Svezia.

Questi i dati emersi dall’ultimo rapporto Istat; dati incoraggianti da un certo punto di vista, dato il costante decremento degli incidenti mortali. Ma questi sono numeri, servono a fotografare un fenomeno, sono utili per farci rendere conto della portata di questo e ci aiutano soprattutto a darci degli obiettivi da raggiungere.

Purtroppo però i numeri sono e restano tali; non tengono conto della sofferenza di ogni famiglia distrutta o della disperazione di una madre che si è vista portare via un figlio o una figlia. Eppure dietro ad ognuna di quelle 4731 persone c’è una storia diversa, una vita spezzata anzitempo a causa di un gesto imprudente o per quell’eccessiva esuberanza giovanile che sfocia in false idee di onnipotenza. Perché i più colpiti sono proprio loro, i giovani; una vittima su tre infatti ha meno di 30 anni.

Il vero dramma arriva, paradossalmente, quando queste storie si trasferiscono nei tribunali, nel momento in cui si cerca di restituire un minimo di giustizia alle vittime.

Una giustizia che puntualmente non arriva, andando ad accumulare la rabbia,il dolore e lo sconforto dei parenti e degli amici delle vittime che devono assistere impotenti alla “seconda morte” dei loro cari.

Ho scelto di portare qui una di queste storie; l’ho trovata mesi fa sul sito dell’associazione per le vittime di incidenti stradali, e la rileggo ogni volta in cui voglio ricordarmi di quanto faccia schifo la giustizia in Italia.

 

Alla cortese attenzione

– Presidente AIFVS Sig.ra Pina Cassaniti

– Segreteria Nazionale

– Tutte le sedi

OGGETTO: CI CALPESTANO GIORNO DOPO GIORNO, E NOI RESTIAMO IN SILENZIO!

 

Ricordo ancora le parole dette da Pina in un congresso tenutosi a Roma nel Febbraio scorso: “ ….e il giudice mi disse: “Signora, il morto è morto. Pensiamo ai vivi.”

Ho meditato tanto prima di decidermi a scrivere questa lettera, e sono stata tentata più volte di restare in silenzio, a bollire nel mio brodo. Ma tacere avrebbe solo contribuito a farmi arrabbiare ancora di più.

Ho perso mio fratello Alessandro in un incidente stradale avvenuto nel Febbraio 2005.

Dopo 2 anni e 3 mesi e 3 rinvii, il 31/05/07 abbiamo finalmente avuto l’udienza preliminare.

Ci hanno fatto entrare in una stanza con fascicoli e fogli sparsi ovunque. Tre sedie, una per il mio avvocato, una per l’avvocato dei miei genitori e l’altra per il difensore dell’imputato. Io, mio padre e mia madre siamo rimasti in piedi per tutta la durata dell’udienza.

Inizia a parlare il mio avvocato, e nel momento in cui viene proposta la costituzione di parte civile dell’AIFVS, tutto il procedimento prende una brutta piega. Il giudice ascolta con aria di sufficienza mentre il P.M inizia a scuotere platealmente la testa e prosegue per diverso tempo in questo teatrino deplorevole e meschino: soffia, sbuffa, alza gli occhi al cielo , scuote le mani volendo far capire che non ne può più di ascoltare. Ma il giudice non è da meno. Tenta di tenere un atteggiamento più contenuto, ma è vistosamente infastidito da tutte quelle parole che sicuramente ritiene offensive della sua autorità. Lo vedo, sta per scoppiare! E poi boom!

Ecco il botto:

“ Ora basta. Tutti questi esempi sono per me inutili. Io sono qui per decidere se ci sono i presupposti per accettare la vostra richiesta. Il fatto che altri tribunali l’abbiano accettata non mi importa niente. Qui sono io che decido. E decido che questi presupposti non ci sono. La richiesta è respinta!” .

L’avvocato prova ad andare avanti cercando di riparare il riparabile, ma ormai è tardi. Il giudice inviperito e offeso, intima all’avvocato di tacere e di restare in silenzio fino a che LUI non gli darà di nuovo la parola. Aggiunge che è stato fin troppo comprensivo visto che lo ha lasciato parlare solo per rispetto dei familiari presenti.(Rispetto?)

L’avvocato si mette seduto in silenzio, ed inizia la cosa più offensiva, ingiusta ed iniqua a cui abbia mai assistito. La P.M. chiama il difensore dell’imputato, educatamente e con un sorriso. Lo invita a sedersi accanto a lei e dice:

P.M.: “ Mi dica, cosa vuole?”

Avv.Dif.: “ Ma…..non so….cosa posso chiedere?”

P.M.: “ E’ lei che mi deve dire cosa vuole. Andiamo…..mi faccia una proposta…!”

Avv.Dif. (quasi in imbarazzo): “ ….ma …..vista la gravità del caso (l’imputato che ha causato l’incidente stava guidando alle 7,30 di mattina sotto l’effetto di stupefacenti)…non chiederò le attenuanti generiche (era censurato e tra le diverse condanne ce ne erano 2 correlate all’uso di stupefacenti). C’è comunque da dire a sua discolpa che non ha invaso la corsia opposta

completamente….(una testimone che lo seguiva con la sua auto da diversi chilometri, ha dichiarato che l’imputato procedeva a zig zag su un raccordo autostradale, accelerando e decelerando bruscamente, dando l’impressione che si stesse addormentando, tanto che lei ha provato più volte a richiamare la sua attenzione con il clacson. Dopo l’incidente, l’imputato dichiarerà che si era distratto perché gli era caduto il cellulare dal sedile e si era abbassato per raccoglierlo. Quando si è rialzato si è trovato nella corsia opposta, con di fronte un camion che rimorchiava un ruspa per il movimento terra, e non ha potuto evitare l’impatto. Il camion senza più controllo, ha invaso la corsia opposta, scontrandosi con l’auto di mio fratello, trascinandolo e schiacciandolo contro un muretto di cemento armato. Le forze dell’ordine intervenute testimoniano che il giovane era in evidente stato confusionale).

P.M. e Giudice: “ Ok. Guardiamo un po’…(sfogliano quel libretto dove presuppongo ci siano le TABELLINE con le quali fanno il conto della pena). Partiamo da 2 anni e 3 mesi. Poi togliamo questo, poi dimezziamo quello….Ok. Fanno 1 anno e 9 mesi. Poi c’è la pena pecuniaria….partiamo da € 588,00, poi togliamo questo e quello. Fanno € 180,00.”

Io e miei genitori ci siamo guardati negli occhi, indecisi se piangere, urlare, scappare….o tutte e tre le opzioni insieme. Mi sembrava di stare in un film dell’orrore, ma purtroppo non era ancora finita. Usciamo dalla stanza, con gli avvocati che commentano la pena, quasi soddisfatti (signori miei, lo sapevamo che non potevamo ottenere di più. Abbiamo fatto tutto il possibile, e in fin dei conti gli hanno dato più di tanti altri casi).

Esce la P.M., si mette in un angolo e continua a sbuffare e a commentare con una donna l’ardire dell’avvocato nel proporre le sue tesi. Mia mamma si allontana piangendo. Dopo un po’ vado a vedere come sta. E’ seduta su di una sedia e piange, disperata, scuotendo la testa e ripetendo:”Non è giusto. Me l’hanno ammazzato un’altra volta. Scrivi a Prodi, al Presidente della Repubblica, loro devono sapere quello che ci hanno fatto!” Torniamo indietro per la lettura della sentenza e troviamo il mio avvocato che discute animatamente con la P.M.

Veniamo chiamati per la sentenza. Mio padre si rifiuta di entrare. Mia mamma, povera mamma, nel tentativo ultimo di mantenere un filo di dignità, un ultimo barlume di “onore” che poco dopo verrà meschinamente calpestato, dice piangendo, a voce alta: “ Io voglio entrare e voglio che mi guardino negli occhi quando leggeranno la sentenza!”

La P.M. ( che tu sia maledetta!), mette in scena l’ultimo atto della sua commedia tragicomica, e scuote la testa alzando gli occhi al cielo, facendo in modo che tutti quanti potessero vedere quel gesto plateale, un gesto che diceva: “ Eccola, ma cosa vuole questa scocciatrice?”

Non potevo credere ai miei occhi! Non so cosa mi abbia impedito di buttarmi addosso a quella vipera, prenderla per i capelli e obbligarla a guardare gli occhi arrossati di mia madre per poi sbatterla contro un muro e urlarle che aveva appena tolto a mia madre l’ultimo briciolo di dignità che le rimaneva, e che nessuno avrebbe mai giudicato LEI per quello che aveva appena fatto!.

Siamo usciti, con gli occhi gonfi di lacrime e con il cuore a pezzi. La P.M. è uscita e si è subito dileguata. Poi è stata la volta del giudice (scritto con la lettera minuscola perché non merita neanche la maiuscola). Non ho resistito e mentre se ne andava senza neanche degnarci di uno sguardo, gli ho detto a voce alta (cosicchè sapesse chi stava parlando): “ Ma non provate mai vergogna per quello che fate?”. Apriti cielo!! L’illustrissimo giudice si volta di scatto e mi fulmina con lo sguardo. L’avvocato dei miei genitori si avvicina, mi chiude quasi la bocca, chiede al mio avvocato che mi faccia smettere: “ La prego, dica alla sua assistita che smetta con questo atteggiamento. Lei non sa a cosa va incontro. Sa che la potrebbero arrestare?” E poi rivolto all’emerito giudice, quasi a simulare un inchino: “ La perdoni signor giudice. La prego di non tener conto di quanto è stato detto”.

Perché ho voluto raccontare questa cosa?

Perché con ogni probabiltà, VOI avete subito la stessa cosa. Perché se nel mio caso è stata la P.M. con la complicità del giudice, nel vostro caso può essere stato l’avvocato difensore dell’imputato, ma il risultato è sempre lo stesso: queste storie infami nessuno le racconta. Restano dentro di noi, e ci uccidono piano piano, ci tolgono la dignità, ci impediscono di vivere degnamente le nostre giornate. Se almeno tutte le angherie che subiamo ci rendessero più cattivi, troveremmo la forza di fare qualcosa. Ma purtroppo il dolore e la disperazione provocano in noi l’effetto contrario: restiamo senza parole, incapaci di ribellarci, e talvolta il dolore è così profondo che preferiamo fare del male a noi stessi che a coloro che questo male lo hanno provocato.

A chi giova questo silenzio? A tutti quanti, meno che a noi.

Sanno forse i nostri governanti quello che dobbiamo subire fuori e dentro le aule di tribunale? Hanno una vaga idea di come passiamo le nostre giornate? Sanno che i nostri genitori vanno avanti grazie agli psicofarmaci, o che poco dopo la morte del proprio figlio hanno avuto “inspiegabilmente” un infarto? Tra una trasmissione televisiva e un festino a base di cocaina, qualcuno ha informato i nostri politici nullafacenti che quei bastardi che ci hanno portato via figli e fratelli se la caveranno con qualche spicciolo e nulla più?

No. Loro non sanno. Sono distanti anni luce dalla vita reale e da tutto il marcio che ci circonda.

Noi perlopiù restiamo in silenzio. Di rado alziamo la testa per uno scatto di orgoglio e organizziamo qualche protesta sommessa o qualche lettera ai giornali. Allora LORO fingono un qualche interessamento alla faccenda e fanno un bel discorsetto, ipotizzano una piccola modifica, e ne parlano sui giornali come se avessero scoperto un vaccino contro il cancro. Ma solo per il tempo necessario a far calmare le acque, per aspettare che questa notizia scompaia dalle pagine dei quotidiani ……fino al prossimo morto. Allora si ricomincia tutto daccapo….

Voglio essere sincera con me stessa e con voi tutti: prima dell’udienza, credevo fermamente che fosse fondamentale attivarsi per la causa della prevenzione, perché “quando il fatto è compiuto, non c’è molto altro da fare, tanto nessuno ci ridarà nostro figlio/fratello/”.

Ma francamente adesso penso che questa frase serva solo per giustificare e nascodere a noi stessi una realtà inaccettabile: sia come singoli individui che come associazione, non abbiamo ancora trovato il sistema per far sì che ci ASCOLTINO. E se non troviamo al più presto una soluzione a questa situazione divenuta oramai intollerabile, abbiamo fallito in uno degli scopi fondamentali del nostro statuto.

QUALE PREVENZIONE PUO’ ESSERCI DOVE NON C’E’ GIUSTIZIA?

Quale pentimento può esserci dove non esiste la benchè minima espiazione della pena?

Per quanto tempo continueremo ad accettare passivamente comportamenti disumani e sentenze inique, che con un rituale ormai automatico premiano l’assassino e umiliano il danneggiato?

Ritengo che l’Associazione debba prendere delle posizioni al riguardo. Ci sono delle iniziative già in atto? In caso contrario, cosa potremmo fare per far sì che quei palloni gonfiati ci ascoltino?

Abbiamo il preciso dovere di fare tutto ciò che è umanamente possibile per fermare questa situazione vergognosa, per noi stessi e per chi si affida a noi cercando conforto e aiuto.

Vi sarò grata per ogni idea o proposta da poter attuare.

D.C.