BABY ALCOLISTI

Già ubriachi prima della discoteca
"effetto bomba" per i baby alcolisti
 
 
VERONA – A mezzanotte sono già ubriachi ma la notte non è ancora cominciata. Ridono, piangono, cadono per terra. E’ "l’effetto bomba", dice lo psichiatra Vittorino Andreoli, alterare i propri sensi velocemente e subito, con la testa che va in fiamme e le gambe che diventano molli, i ragazzini la chiamano "happy hour drug", fa saltare gli ostacoli, cancella complessi e timidezze, spinge a camminare aggrappati l’uno all’altro, a sentirsi, toccarsi, stretti forte ai propri compagni di bevute.

Sono adolescenti, o poco più. In fila con il bicchiere in mano davanti ai caffè storici di Verona, tra i marmi antichi di Piazza delle Erbe, bevono birra, rum e coca, vodka-lemon, l’aperitivo della casa, l’aperitivo bum-bum, quello che fa volare subito e ubriacare in un colpo. Hanno dai 14 ai 20 anni, buoni studi, buone paghette in tasca, e un unico comune denominatore: sono baby alcolisti, ultima, nuova emergenza nazionale che ha portato l’Italia ad essere il paese europeo dove i giovani cominciano a bere in età più acerba, il primo sorso a 12 anni.

Altrove l’iniziazione avviene a 14, ma il risultato è identico: vite drogate dall’alcol, in un allarme globale che accomuna ormai la gran parte dei paesi occidentali. In Italia, dicono le ultime statistiche, il 15% dei giovanissimi si ubriaca abitualmente, "in una corsa al binge drinking, il bere compulsivo, che sta portando decine di giovani nelle comunità terapeutiche per disintossicarsi, con modalità di consumo sconosciute fino a pochi anni fa", rivela Eugenio Scafato che dirige l’Osservatorio su alcol, droga e fumo dell’Istituto superiore di sanità.

 
Basta passare una serata nel cuore di una città della ricca provincia del Nordest, dove il tasso alcolico pro-capite è tra i più alti d’Italia, per capire quali siano le parole d’ordine di questa eurogenerazione che ha importato dai paesi anglossassoni il rito della sbornia da weekend, e dove anche il vino viene consumato ormai con le regole del binge drinking. Il Governo ha dichiarato guerra all’alcol contro le stragi del sabato sera, ha lanciato il codice etico tra gestori e consumatori, ma alle otto di sera Teresa, Samantha, Piero e Giovanni, sedici anni a testa, insieme ad un’altra trentina di coetanei, bevono un aperitivo orlato di una fetta d’arancio davanti ad un piccolo bar in Corso Portoni Borsari, poco lontano da Piazza delle Erbe. Sono già al secondo bicchiere, il mix è fresco, dolce, piacevole, mentre gli snack d’accompagnamento, patatine, polpettine, pizzette, vengono divorate con la velocità della luce.

"Sì, picchia, ma è solo l’inizio – confessa Piero con qualche remora e la garanzia dell’anonimato a causa genitori già in allarme per i suoi sabati sballati – qui tiriamo tardi, è normale, poi ci spostiamo all’Alter Ego, la nostra serata va così. Beviamo tutti, anche le ragazze, una volta alla settimana si può fare, alle dieci andiamo cena, altrimenti ti sbronzi subito, con la pizza sono meglio birra e vino, prima della discoteca facciamo un altro giro dei bar, fino a mezzanotte nei locali non c’è nessuno, dopo cena ci tocca lo shottino, è uno sparo, superalcolico puro". Uno shot e via, in motorino verso il cuore della notte, con un’alterazione dei sensi che di certo avrebbe già bruciato gli alcolimetri della polizia. In discoteca infatti i ragazzini arrivano che sono gruppetti barcollanti, e il serpentone davanti all’Alter Ego è fatto di teenager gonfi di birre e cocktail, con alle spalle già quattro, cinque ore trascorse di bicchiere in bicchiere, di pub in pub. E Verona è come Bologna, come Milano, Roma, le serate sono simili, alcoliche, trasgressive.

Per questo il binge drinking è un tipo di ritualità giovanile che lo psichiatra Vittorino Andreoli ha deciso di studiare e indagare. "L’alcol è una droga che dà modificazioni lente, i ragazzi invece, con questa modalità del bere compulsivo, hanno trovato il modo per ubriacarsi velocemente e subito. E sono riusciti addirittura a rendere immediata la sbornia da vino, perché lo consumano attaccandosi alla bottiglia, buttandolo giù finché hanno fiato… L’adolescenza – spiega Andreoli – è l’età della metamorfosi, gli adolescenti non si piacciono, si sentono travolti da se stessi e cercano in tutti i modi di governare questa metamorfosi. L’alcol è l’ingrediente più vicino, ce l’hanno in casa, l’alcol è ovunque, agisce subito e fa sentire disinibiti. I loro stessi genitori non avvertono, a torto, il bere come pericolo, ne ho sentiti tanti dire meglio una sbronza che la droga… Un errore, gravissimo, oggi questo modo di bere dei giovanissimi ha tutte le caratteristiche della tossicodipendenza". Ma Andreoli va più in là: "Questa campagna di nuove regole è ipocrita. Il messaggio che ai giovani arriva è: bevi ma non guidare, bevi ma non metterti in pericolo. Mentre ad ogni ora del giorno e della notte su ogni canale televisivo la testa dei giovani è martellata di spot pubblicitari che invitano a consumare birra, vino, whisky…".

Per capire infatti bisogna andare al di là della notte, al di là del weekend, oltre i gruppi di ragazze e ragazzi che quando ormai la serata sta per finire vomitano agli angoli delle strade, mentre piazze e centri storici si trasformano in cimiteri di vetri rotti e lattine schiacciate. "Esiste una strategia commerciale che ha puntato ai giovanissimi – dice Eugenio Scafato – inondando il mercato di bevande alcoliche dolci e colorate, i breezer, gli alcolpop, pensate per sedurre i più giovani, alcune addirittura hanno le etichette con i caratteri dei cartoon. Costano pochi euro e gli adolescenti le consumano quotidianamente, ma il loro metabolismo è ancora acerbo è questo può creare danni gravissimi".

E’ duro infatti ritrovarsi a 20 anni ubriachi e senza pace. Come Mauro che è entrato nei gruppi AA, alcolisti anonimi, e oggi combatte contro la schiavitù della bottiglia. "Ho iniziato a 14 anni con i cocktail e sono finito a bere l’alcol puro. Però non sono il più giovane lì dentro: ogni tanto arrivano dei ragazzini. Hanno gli occhi spenti. Sono i baby alcolisti".

di MARIA NOVELLA DE LUCA inviata della Repubblica

Devo dire che leggendo quest articolo non ho provato nessun sentimento di stupore ma solo di enorme dispiacere perchè molti di quei ragazzi li ho visti con i miei occhi.

Sono un loro concittadino (Verona) e sapere che ragazzi più o meno della mia età decidono di rovinarsi la vita non può che farmi male. Fino all’anno scorso ero completamente astemio per motivi che ora non mi va di dire ma anche ora che bevo non esagero mai. Al massimo un aperitivo o una birra con gli amici o un digestivo a fine serata, niente di più.

A cosa serve ubriacarsi? a divertirsi??? Io non credo proprio, ci si può divertire e far divertire anche senza esagerare e senza assumere sostanze stupefacenti.

Io sono perfettamente d’accordo con le parole di Andreoli, l’alcol è una droga come lo sono le altre, e forse alla lunga distanza è anche più dannosa. L’alcol ti trasforma in un altra persona, può farti star bene per una serata ma la mattina dopo?!

La mattina dopo ti sei scordato già tutto e allora a cosa è servito bere se poi non puoi portare con te i ricordi di una bella serata? I momenti magici, quelli che ricorderai per il resto della tua vita, quelli che ti "sballano" veramente sono quelli che sanno toglierti il respiro, non quelli passati su un cesso a vomitare.

Ma chi dovrebbe dire queste cose ai ragazzi non lo fa, a scuola pochissime campagne si occupano di alcolismo e lo fanno quasi sempre in età avanzata (a me l’hanno fatto in quinta superiore!) quando è troppo tardi e le famiglie da dove dovrebbe partire il messaggio principale sembrano sottovalutare il problema.

Bisognerebbe fare dei corsi prima ai genitori evidentemente se pensano che è meglio una sbronza che una canna…

So che con questo mio post non potrò cambiare le cose e che i ragazzi che lo leggeranno continueranno lo stesso ad ubriacarsi il sabato sera ma ci tenevo ad esprimere la mia opinione. L’alcolismo può creare danni incalcolabili, può distruggere intere famiglie e chi ha potuto vedere da vicino il problema sa di cosa parlo.

Non voglio chiedervi di smettere di bere, ognuno in fondo è libero di fare ciò che vuole con la propria vita, ma mi piacerebbe che per una volta non seguiate la "massa" e che riflettiate prima di ubriacarvi.

Ma ciò che vi chiedo in ginocchio è di non mettervi a guidare dopo una sbronza; della vostra vita fate ciò che volete ma non "giocate" con quella degli altri, non toglietela a chi la vuole vivere appieno, a chi vuole essere sempre se stesso senza esagerare!!! 


LA PILLOLA DEL SUICIDIO

La Pillola del suicidio

A cura di Davis Fiore

 

La fluoxetina, il principio attivo della pillola universalmente nota col nome di Prozac, tanto contestata perché sembra provocare il suicidio, è stata autorizzata in Europa a tutti i bambini dagli otto anni in su. L’EMEA (l’Agenzia Europea per la Sicurezza e l’Efficacia dei Farmaci), dopo questa decisione, ha raccomandato ulteriori verifiche da parte della Eli Lilly, l’azienda produttrice. Ma intanto il farmaco all’estero ha già provocato 1885 suicidi.

Il "Freedom of Information Act" ha portato alla luce molte verità poco note sullo psicofarmaco. L’azienda farmaceutica nel corso di prove cliniche ha constatato che un paziente su cento, dopo aver assunto il farmaco, sviluppa tendenze suicide, prima assenti. Molti scienziati sono stati sollecitati a sostituire parole come "tentato suicidio" con "overdose", e "tendenza al suicidio" con "depressione".

La storia di questo psicofarmaco ha messo più volte in evidenza il pericolo in esso celato. Commercializzato per la prima volta nel gennaio del 1988, ad oggi sono stati registrati ben 26.623 casi di reazioni avverse e si conoscono 900 effetti collaterali.

L’antidepressivo frutta $1,73 miliardi di dollari l’anno e si può ben comprendere quali interessi economici vi stiano dietro. Saturato un mercato si è sempre tentato di estendere il predominio su un altro. Così è stato quando si è passati dal mercato americano degli adulti a quello dei bambini, molto più fragile. Ora che 400 mila minorenni negli Stati Uniti lo consumano, si è tentato di introdurlo anche in Europa.

In Italia è già in vendita con 21 differenti nomi commerciali e il cittadino, molto spesso, invece di essere informato rimane confuso. L’FDA (Federal Drug Administration) ha richiesto maggiori avvertimenti sulla confezione. Infatti, tra i i possibili effetti collaterali troviamo il delirio, le allucinazioni, le convulsioni, l’ostilità violenta, l’aggressione, la psicosi e persino la morte.

Ventisette morti furono accertate già nel corso di prove cliniche, prima che il farmaco fosse commercializzato. Era il 15 ottobre nel 1987 e il 29 dicembre di quello stesso anno il farmaco fu approvato dall’FDA.

Com’è potuta accadere una cosa simile? Basti pensare che cinque su dieci dei membri della “Psychopharmacologic Drugs Advisory Committee” della FDA avevano conflitti d’interesse con i produttori di antidepressivi. David Dunner, uno dei membri della commissione, rivelò di avere ricevuto 100 mila dollari dalla Eli Lilly per condurre uno studio sulla Paroxetina e come si scoprì in seguito, anche sul Prozac. Dopo l’approvazione dello psicofarmaco ricevette un secondo finanziamento per studiarne gli effetti sul sonno.

 

Da allora molti articoli continuano a ribadire il pericolo di suicidio collegato all’uso del Prozac. In particolare:

 

Febbraio 1990, sull’American Journal of Psychiatry: "Emergence of Intense Suicidal Preoccupation During Fluoxetine Treatmen”.

 

22 maggio 2000, l’ANSA Italiana in un articolo riporta i risultati delle ricerche di David Healy del North Wales Department of Psychological Medicine, in cui si continuano a evidenziare rischi di suicidio.

 

3 febbraio 2004, il Washington Post annuncia che l’utilizzo di antidepressivi quali Prozac, Paxil e Zoloft determinerebbero un rischio di suicidio nettamente superiore a quello cui erano soggetti i bambini trattati con placebo
 
 
(oltre la verità uffciale)