La tentazione è donna… lo sanno anche i bambini

“Il sole mi stava chiamando. Dopo un lungo periodo di freddo infernale la primavera era ormai alle porte. Il cielo era limpido e il clima a dir poco perfetto. Non avevo scelta perché ormai la nostalgia di quei lunghi giri in bicicletta si faceva sentire… la soluzione era una e una soltanto: zaino in spalla e partire all’avventura. L’euforia era diventata in pochi secondi parte di me, la gioia mi scorreva nel sangue e sul mio volto era comparso un sorriso che nemmeno Samara sarebbe riuscita a togliermi. Mi preparai in fretta e furia; non potevo aspettare troppo altrimenti si sarebbe fatto buio, e inoltre la bici mi chiamava. Ero finalmente pronta. Presi le chiavi di casa e abbassai la maniglia del portone di ingresso. Con un leggero spavento mi resi conto che di fronte a me vi era una donna. Era mia madre di ritorno dal lavoro. In apparenza il nostro incontro potrebbe sembrare insignificante ma quell’incontro. Quell’incontro poteva voler dire una cosa soltanto: che la tentazione esiste ed è donna. Era arrivata la macchina.”

La tentazione è donna ci dice questo simpatico post feisbucchiano. Ma perché associamo la tentazione al genere femminile? La risposta l’ho data in parte nel precedente post parlando di Creazione. Già, perché è proprio dal racconto contenuto nel primo libro della Bibbia che derivano gran parte degli stereotipi associati al genere femminile. Rinfreschiamoci la memoria. Dio, dopo aver creato Adamo ed Eva, li mette a vivere nel giardino dell’Eden, comandando loro di nutrirsi liberamente dei frutti di tutti gli alberi presenti, tranne che dei frutti del cosiddetto albero della conoscenza del bene e del male. Ma i due, tentati dal serpente, mangeranno il frutto dell’albero proibito. In realtà è la donna che offre il frutto all’uomo, condannandolo al peccato e di conseguenza, alla morte.

Le donne erano considerate essere in stato di punizione a causa del peccato.

Le storie bibliche della creazione vennero interpretate come prova della permanente sottomissione delle donne all’uomo, come punizione.

I Padri della Chiesa ritennero le donne responsabili di aver portato il peccato originale nel mondo, e di essere fonte di continua seduzione; da qui ne deriva una reale “misoginia” ed una vera e propria persecuzione. La caccia alle streghe fu il risultato più eclatante di questa malata visione del genere femminile. Conoscete il Malleus Maleficarum? Conosciuto anche come Martello delle streghe, è un testo in latino, pubblicato nel 1487 da due frati domenicani allo scopo di reprimere in Germania l’eresia, il paganesimo e la stregoneria. Riscosse i consensi della quasi totalità degli inquisitori e di autorevoli ecclesiastici, nonché di giudici dei tribunali statali sive secolari, tanto che ne vennero pubblicate trentaquattro edizioni e oltre trentacinquemila copie impresse anche in edizione tascabile. Il Malleus Maleficarum rimase, fino alla metà del XVII secolo, il più consultato manuale sulla caccia alle streghe, sia da parte degli inquisitori cattolici, sia dei giudici protestanti, poiché spiega proposizione per proposizione come comportarsi in ogni singola occasione. Il libro è diviso in tre parti. La prima affronta la discussione sulla natura della stregoneria. Le donne, a causa della loro debolezza e a motivo del loro intelletto inferiore sono predisposte a cedere alle tentazioni di Satana. Il titolo stesso presenta la parola maleficarum (femminile) e gli autori dichiarano (erroneamente) che la parola femina (donna) deriva da fe + minus (fede minore). Alcuni degli atti confessati dalle streghe, quali ad esempio le trasformazioni in animali o mostri, sono mere illusioni indotte dal diavolo, mentre altre azioni, come ad esempio la possibilità di volare ai sabba, provocare tempeste o distruggere i raccolti sono possibili. Gli autori, inoltre, si soffermano con morbosa insistenza sulla licenziosità dei rapporti sessuali, che le streghe intratterrebbero con i demoni. La donna per secoli viene vista quindi come simbolo del male e del peccato, un oggetto da tenere lontano dall’uomo e utile solo a procreare. Tornerò a parlare in futuro e ad analizzare nel dettaglio questo manuale.

Ma in questo post vorrei soffermarmi sugli stereotipi di genere, ovvero quelle caratteristiche che associamo, senza nemmeno pensarci, agli uomini e alle donne.

Perché vi ho introdotto l’argomento parlando di Creazione e di Malleus Maleficarum? Semplicemente perché molti degli stereotipi di genere, soprattutto per quello che riguarda la figura della donna, provengono dal passato e da un’educazione religiosa difficile oggi da rimuovere. In senso ampio, va riconosciuto che i gruppi sociali, culturali, religiosi, politici praticano un’educazione di genere, che influenza il soggetto pur non ponendosi questo obiettivo. Quindi tutti noi, fin da bambini, siamo educati a vedere gli uomini e le donne in maniera diversa, associando al singolo genere delle caratteristiche ben definite.

Gli stereotipi sessisti assorbiti durante l’infanzia sono i più duri a morire, in quanto il cervello dei bambini in questa fase è estremamente plastico, quindi maggiormente ricettivo agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno, e tuttavia sprovvisto degli strumenti necessari a filtrare le informazioni di cui viene bombardato. Come risultato, i dati immagazzinati in questo periodo della crescita sono tenacemente ancorati alla nostra memoria e diventano pertanto parte integrante del nostro essere persone.

“Le fiabe della tradizione propongono donne miti, passive, unicamente occupate alla propria bellezza, incapaci; le figure maschili sono attive, forti, coraggiose, leali e intelligenti. Le figure femminili delle favole generalmente appartengono a 2 categorie: le buone e inette o le malvagie. Nelle fiabe dei Grimm l’80% dei personaggi negativi sono femmine. Le poche figure femminili buone e positive, sono le fate che, però, non usano le proprie risorse personali, ma un magico potere conferito dall’esterno.

Senza andare troppo lontano nel tempo, con le storie centenarie della tradizione popolare, osserviamo che ancora oggi, all’inizio del Duemila, la scuola italiana continua a tramandare modelli di mascolinità e femminilità rigidi e anacronistici, sulla base dei quali gli alunni dei due sessi andranno a strutturare le rispettive identità di genere.>”

I cartoni della Disney, indubbiamente, trasmettono un sacco di messaggi positivi: possono spronare nell’essere altruisti e\o ottimisti, all’impegnarsi in quello che si fa, a cercare di cambiare il proprio destino, ecc ecc.. Ma nel 90% dei casi la bellezza delle protagoniste e il lieto fine con l’amore finalmente conquistato sono i temi preponderanti. Il messaggio trasmesso è che trovare l’amore della propria vita è lo scopo per una donna e la bellezza è il mezzo per conquistarlo.

Le figure femminili che appaiono in queste storie propongono modelli superati dall’attuale realtà sociale , infatti oggi le bambine vivono un vita dinamica, studiano, fanno sport ecc … , ma nelle favole e nei racconti le fanciulle restano fragili ed indifese in perenne attesa del principe azzurro che, con tanto di collant, piuma e cavallo, venga a sollevarle dalla loro, quasi certa, situazione di degrado al fine di ingravidarle e farle così vivere nel tanto agognato e vissero felici e contenti.

Si narra, nella maggior parte dei casi di donne/bambine vanitose, unicamente interessate della loro bellezza, con un’innata predilezione per i guai a causa della loro stupidità mista ad un’immancabile ingenuità; mancano del tutto le donne intelligenti, coraggiose, attive, leali e nel momento in cui sono presenti, rappresentano in genere figure negative , invidiose, che vivono nell’ombra e utilizzano i poteri magici per commettere atti malvagi (le streghe… ricordate?).

Ma vediamo nel dettaglio le caratteristiche di alcune delle più famose “principesse” delle fiabe Disney.

BIANCANEVE (1937). Leggiadra fanciulla dalla pelle bianco latte con boccolosi capelli neri corvino. Dotata di una spiccata indole francescana, diletta con la sua voce soave gli animali vicino lei. Essendo stata insignita del titolo “La più bella del reame” da uno specchio parlante, è costretta alla fuga dall’invidiosa matrigna desiderosa del suo cuore. Fortunatamente trova aiuto nel guardiacaccia, riuscendo così a fuggire nei boschi. Occupa abusivamente una casetta, godendo per un breve periodo del diritto di usufrutto. Dopo aver dimostrato ai sette nani minatori di saper pulire e cucinare, ottiene l’incarico di colf che svolgerà senza retribuzione e contributi pagati. Biancaneve inizia perciò una vita nuova cucinando, pulendo e badando alla casa dei nani mentre loro cercano i diamanti nella miniera, e alla sera cantano, suonano e ballano.

La malefica strega scopre che Biancaneve è ancora viva, ed essendo fan del motto chi fa da sé fa per tre , si reca nel bosco, dopo essersi trasformata in un’orribile vecchina, per ucciderla. Giunta nei pressi della casetta, riesce a convincere l’ingenua fanciulla nel mordere la famigerata mela dei desideri (mela-tentazione, vi dice niente?) cadendo così in un catatonico stato di pseudo morte.

Successivamente è un susseguirsi dei soliti eventi: la strega muore, il solito principe cerca moglie innamorato della voce della principessa la trova, la bacia e… vissero felici e contenti.

Che dire di questa principessa? Ingenua fanciulla, incapace di badare a se stessa, con una spiccata propensione per i guai (persino gli uccellini avevano capito che la vecchina era la strega sotto mentite spoglie) e con un unico sogno : il principe con il cavallo che andrà a recuperarla e la porterà nel suo fantastico castello, con mille stanze da pulire, al fine di ingravidarla .

CENERENTOLA (1950). Una delle principesse più amate della storia della Disney. La povera, scalognata, virtuosa domestica e bellissima Cenerentola che viene costretta dalla matrigna e dalle sorellastre cattive, invidiose della sua sfolgorante bellezza, a lavorare come sguattera nella dimora di famiglia. Riesce a introdursi furtivamente al ballo del secolo grazie alla provvidenziale complicità di un gruppo di topi e di una fatina e ovviamente conquista l’ambito principe al primo sguardo. Poi si fa tardi, lei è costretta a fuggire senza dargli spiegazioni di sorta né un recapito di qualche genere, e perde la famosa scarpetta. Il principe, icona inconsapevole del movimento fetish, trascorre giornate intere trastullandosi con tale scarpetta, prima di essere folgorato sulla via di Damasco e stabilire di risolvere i propri dilemmi convolando con fanciulla il cui piedino la calzerà la pennello.

Gli stereotipi sessisti abbondano. C’è l’eterna rivalità/invidia tra donne. Il mito della bellezza femminile come chiave per spalancare ogni tipo di porta. La competizione per ottenere le attenzioni del maschio di turno e l’incapacità di lavorare in gruppo. L’esaltazione della figura femminile modesta che svolge i lavori più umili mantenendo intatta la propria purezza e virtù. L’idea che sarà l’incontro con l’Uomo Giusto a salvarla dai guai e a cambiarle la vita.

AURORA (1959). La bella addormentata nel bosco. Un classico pieno di pathos, amore e ovviamente tanti stereotipi. Il re e la regina di un posto molto lontano, finalmente riescono ad avere una bimba, Aurora. Si preparano feste, balli ai quali vengono invitate tre fate che fremono di dare i loro preziosi doni ( considerati delle virtù… ma da chi? ) alla fortunata pargola: Bellezza e capacità canore. All’improvviso ecco sbucare la strega cattiva con tanto di corvo che le lancia una bella maledizione: “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio… sarai così rincoglionita che, segregata e impossibilitata di parlare con alcuno, riuscirai a pungerti con un fuso e morirai!” Per fortuna Serenella non aveva ancora fatto il suo dono-virtù e così al posto di diventare un’ottima casalinga, bella e con spiccate doti canore si addormenterà in un sonno profondo e potrà risvegliarsi solo nel momento in cui, uno spavaldo principe cerca moglie, non le somministrerà il bacio del vero amore per ottenere la formula del …e vissero felici e contenti.

Il resto della storia è il classico iter seguito da tutte le favole: la principessa eccessivamente ingenua tocca il fuso e si addormenta, arriva il principe, uccide tutti i nemici, bacia la principessa e … e vissero felici e contenti.

ARIEL (1989). La storia è molto simile a quella di Cenerentola, e ne è per certi versi l’evoluzione, solo che lei è meno sfigata. La più giovane figlia del re degli abissi ha numerose sorelle, dalle quali non si sente molto compresa. Lei, infatti, prova un’attrazione fatale per tutto quello che proviene dalla terraferma e desidera ardentemente un paio di belle gambe. Salva la vita al principe di turno, inopinatamente sbalzato fuori dalla barca durante un nubifragio, e gli tiene compagnia intonando romanze marine mentre lui riprende conoscenza. Il ricordo della voce di lei rimane indelebilmente impresso nella mente di lui, che giura di sposare la proprietaria di quella voce tanto melodiosa (e ridaje!). Ariel decide quindi di ribellarsi all’autorità e al controllo paterno e baratta pinna e voce in cambio delle gambe con la medusa Ursula. Il principe tuttavia non la riconosce, e si infatua proprio della perfida Ursula, che nel frattempo ha assunto le sembianze di una bellissima donna dalla voce flautata. Ariel lotta con tutte le sue forze per l’uomo di cui è innamorata, ma la situazione sembra senza via di uscita. Il provvidenziale intervento del babbo di Ariel ha un ruolo cruciale e, in un crescendo di colpi di scena, Ursula sarà sconfitta e la nostra eroina sarà riconosciuta dallo sprovveduto principe grazie al recupero della sua voce e otterrà per sempre le gambe e con esse la possibilità di abbandonare il mare per trasferirsi definitivamente sulla terra. Qui sono presenti tutti gli stereotipi già citati per Cenerentola e per il suo principe, con l’aggiunta del fatto che Ariel ha “molto” da perdere nell’abbandonare il mondo marino nel quale è principessa, e che non esita a farlo per mettersi assieme a uno che manco venti minuti prima si sarebbe tranquillamente sposato la sua perfida antagonista solo perché questa aveva la sua voce. L’elemento di novità è rappresentato dalla maggior tipizzazione caratteriale di Ariel: se è vero che la curiosità della sirena sarà la causa di tutti i suoi guai, non possiamo non apprezzare l’energia con la quale si ribella al padre e alle norme sociali marine, e la determinazione con la quale affronta, da sola, le conseguenze delle proprie scelte.

POCAHONTAS (1995). Pocahontas è un po’ diversa dalle altre principesse, è  , come tutte ,una donna affascinante e bella. Alta, snella, atletica e voluttuosa spicca immediatamente per la sua prestanza. Ha una chioma corvina, lunga e ribelle. Dimostra di essere gentile, innamoratissima e amante della natura, è uno spirito libero e risulta essere molto coraggiosa e determinata. È, inoltre, molto fiera di essere un’indiana e dimostra un carattere forte e testardo. Insomma una principessa atipica, capace di esprimere le proprie idee e non cascare nel mito del principe azzurro e del suo fantastico castello.

MULAN (1998). Mulan rappresenta una perfetta eroina: è una giovane donna che, con l’intento di salvare il padre rimasto zoppo in guerra e per riscattare l’onore perduto in quanto considerata poco adatta a fare la moglie, si traveste da uomo e parte per il campo di addestramento militare.  Riuscirà, nonostante le tante difficoltà, a completare l’addestramento e guadagnare il rispetto dei suoi compagni grazie alla sua intelligenza.

Ed è sempre grazie alla sua intelligenza che riesce a cambiare le sorti della battaglia a favore del suo esercito e a salvare la vita dell’imperatore.

Siamo perciò alla presenza di un personaggio femminile Disney a dir poco atipico: una donna capace di badare a se stessa  e che grazie alla sua perseveranza, caparbietà ed intelligenza riuscirà a sconfiggere il nemico rappresentato dall’esercito unno. Una donna che già all’inizio della storia, è poco incline a piegarsi a quei ruoli che la società dei suoi tempi le imponevano :la moglie.

Le principesse fin qui analizzate hanno sicuramente in comune l’eccezionale bellezza fisica, che viene sottolineata costantemente dalle parole e dai comportamenti degli altri personaggi, e che rappresenta il vero motore della storia.

Il messaggio che ne deriva è che se una ragazza non è bella verosimilmente non susciterà nessun tipo di emozione nelle persone che le stanno intorno e quindi nella sua vita non succederà mai nulla di eccitante o degno di essere raccontato.

Le donne intelligenti e attive rappresentano in genere figure negative , invidiose, che vivono nell’ombra e utilizzano i poteri magici per commettere atti malvagi e far del male ai protagonisti impedendo in qualche modo il loro amore. Le protagoniste leali e positive, solitamente rappresentano un ruolo femminile subordinato : sono belle, buone e gentili, ma poco adeguate alla sopravvivenza. Soprattutto, dipendono dall’arrivo del principe azzurro per diventare adulte realizzate .

Il principe, invece, dopo aver affrontato mille peripezie, combattuto contro mostri e draghi e superato prove difficilissime, realizza il proprio scopo e la ricompensa che riceve è sempre la stessa: troverà l’amore, la felicità, la ricchezza per poi  un giorno diventare re , ovvero un adulto realizzato .

La maggior parte delle principesse delle favole rappresentano quindi dei modelli negativi e con una forte impronta maschilista e sessista poiché mostrano un modello di donna passiva, capace di riscattarsi solo in virtù dell’intervento maschile e senza del quale è costretta a vivere una vita degradante e triste, una donna che non sa salvarsi da sola, capace solo di essere bella, servizievole e di far innamorare il fantomatico principe. Insomma la donna è rappresentata come un essere incompleto, perennemente sottomessa e bisognosa di aiuto, come se non fosse capace di pensare a se stessa da sola.

Le favole sono ricolme di stereotipi che possono essere interiorizzati da chi le guarda: l’immagine stereotipata della principessa può trasmettere alle bambine un senso di impotenza, di attesa passiva del principe azzurro che risolverà ogni problema. La povertà può essere invece vista come una debolezza, un qualcosa di sbagliato a differenza invece della ricchezza che diviene addirittura un valore.

Le bambine, sempre secondo le favole, devono possedere un comportamento aggraziato e diligente mentre i bambini possono essere ingegnosi ed avventurosi.

Se le primissime principesse non hanno alcun tipo di spessore caratteriale (pensiamo ad Aurora che dorme per quasi tutto il cartone, o Biancaneve che passa il tempo a pulire e dormire), con Ariel compaiono gli elementi di ribellione e curiosità che caratterizzano anche le principesse successive

E’ forse un segnale del fatto che la Disney sta percependo i cambiamenti sociali in atto?

Molto probabilmente si; sta ai genitori, in primis, educare i figli in modo che non assimilino totalmente i vecchi stereotipi delle favole. Compito certamente non facile per una società, come la nostra, ancorata al passato.

In fondo la Disney &Co. trasmettono i messaggi che la società vuole vengano trasmessi, quindi il cambiamento, come in tutte le cose, deve partire dal singolo individuo. E’ l’unico modo, se vogliamo, per abbattere una volta per tutte le discriminazioni di genere e arrivare ad una vera parità dei sessi.  Passo e chiudo.

L’8 Marzo e una festa che non ha più senso di esistere

Immagino tutte le donne che avranno letto il titolo di questo post e che avranno pensato:”ecco, il solito maschilista”…

Ed è proprio per questo che vorrei iniziare questa mia riflessione riportandovi il pensiero di una donna:

“Mary Poppins. Quando ero piccola era uno dei miei film preferiti. È li che mi sono scontrata per la prima volta con la figura delle suffragette. Da allora ho iniziato a percepire che le donne hanno sempre avuto un’esistenza problematica, in quanto donne. Da allora io amo le suffragette, e nonostante non sia ben informata sul loro operato e le mie conoscenze sull’argomento siano a dir poco ristrette, la loro figura mi affascina moltissimo. Per metterla giù molto sinteticamente si tratta di donne che hanno lottato con grinta e forza d’animo con uno scopo comune, quello di far valere i propri diritti ed essere finalmente riconosciute alla pari dell’uomo, inteso come genere maschile.

È curioso pensare al fatto che la stessa identica cosa, trattata ovviamente in maniera differente, la si possa percepire in un altro film a marchio Disney: Mulan, una donna (passatemi il francesismo) con i controcazzi.

È assurdo però, secondo la mia modesta opinione, che il genere femminile si sia dovuto scontrare con una realtà che lo considerava inferiore. È assurdo che la donna abbia dovuto lottare per qualcosa che avrebbe dovuto essere sempre stato suo. È assurdo che tutto ciò che è accaduto in merito a questa questione sia davvero accaduto. A fronte di ciò sono convinta che ricordare il tormentato passato della donna sia più che doveroso, come è doveroso ricordare che nonostante le difficoltà le donne si siano sempre difese, o perlomeno ci abbiano provato. Ricordare che di fronte ad un problema si siano sempre impegnate al massimo per affrontarlo e cercare di superarlo, lottando. Perché di lotta si tratta, lotta per la parità, lotta per i diritti, lotta per la giustizia, ma soprattutto lotta per la libertà.

Oggi è la nostra festa e pertanto invito tutte le donne a celebrarla, riflettendo sull’incredibile forza d’animo che abbiamo, spesso nascosta dietro a paure o fatti, o magari guardando con i nostri figli un film di animazione che ci ricorda chi siamo veramente; DONNE.”

È assurdo però, secondo la mia modesta opinione, che il genere femminile si sia dovuto scontrare con una realtà che lo considerava inferiore.”

Questa osservazione mi trova perfettamente d’accordo. A tal punto da domandarmi se oggi, 8 Marzo 2017, abbia ancora senso celebrare una giornata per la donna. Non fraintendetemi ancora, non sono un maschilista; ma non posso e non voglio definirmi nemmeno un femminista. Sono un’umanista e perciò affermo la dignità e il valore di tutte le persone, senza fare alcuna distinzione di genere.

E’ per questo motivo che mi chiedo se oggi abbia senso festeggiare il genere femminile, anzi mi domando se il termine “festa” sia il più corretto. In realtà, se escludiamo le varie leggende che sono nate intorno a questa ricorrenza, fu l’ONU con la risoluzione 3010 (XXVII) del 18 dicembre 1972, ricordando i 25 anni trascorsi dalla prima sessione della Commissione sulla condizione delle Donne, a proclamare il 1975 “Anno internazionale delle donne”. Il 16 dicembre  1977, con la risoluzione 32/142 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose ad ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all’anno “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. Visto che l’8 marzo veniva già festeggiato in diversi Paesi, fu utilizzato come giornata ufficiale. Come si è trasformata questa festa nel corso degli ultimi decenni dovrebbe essere a mio avviso motivo di riflessione. Non avrebbe forse più senso instituire una giornata della memoria, per ricordare tutte le donne vittime di questa guerra di genere?  Una guerra che ha radici antiche, le cui cause andrebbero ricercate studiando i popoli primitivi. Basta prendere in mano una Bibbia e leggere i due racconti della Creazione per rendersi conto che, fin da subito, la condizione della donna è stato oggetto di discussione. Il primo racconto parla chiaro e vede uomo e donna creati insieme, per una perfetta simmetria e una medesima dignità. Ma è il secondo racconto ad aver avuto maggiore fortuna, quello nel quale la donna, generata a partire dall’uomo, tradisce Dio e l’uomo, e porta il peccato nel mondo. Ricordate la storia della mela che vi hanno insegnato da bambini? (mela che, a proposito di film disney, ritroviamo in Biancaneve, come simbolo malefico). Ecco, quella mela non è mai esistita. Primo perché non v’è n’è traccia nella Bibbia dove in realtà si parla solo dell’albero della conoscenza del bene e del male; secondo perché quel frutto è semplicemente un’allegoria e rappresenta la voglia di conoscenza dei primi uomini. Conoscenza a cui spesso è stato dato un significato sessuale, da qui le interpretazioni della prima donna (quella povera Eva) come colpevole e seduttrice, simbolo del male. Un interpretazione che la Chiesa (evangelica più che cattolica) cavalcherà nei primi secoli dell’era moderna e che porterà immenso dolore al genere femminile. La caccia alle streghe vi dice qualcosa? Facciamo però un passo indietro e soffermiamoci su questa interpretazione. Da quel momento quindi, (stiamo parlando di circa 500-600 anni prima di Cristo) il peccato originale istituzionalizza l’asimmetria di ruolo tra i due generi. L’uomo è destinato alla ricerca del cibo e al sostentamento della famiglia, mentre la donna è relegata al ruolo di madre, utile solamente nell’attività della procreazione. La maggior parte delle civiltà di quel tempo iniziano a vedere la donna sotto questa veste, con qualche differenza. Ad esempio nella Roma repubblicana la donna ha pochissimo rilievo nella società; è l’uomo la figura prevalente, con poteri di vita e di morte su di lei e sui figli, padrone della casa e della familia e l’unico a godere di diritti politici. La donna non aveva diritto nemmeno ad un nome proprio, ma prendeva il nome della “Gens”; il suo unico scopo era quello di amministrare la casa e crescere i figli. Attenzione, perché questa condizione della donna la ritroveremo anche in epoche successive, compresa quella contemporanea. Chiedete alle vostre nonne/madri o fate una piccola ricerca sulla donna italiana del novecento; non troverete molte differenze con la donna in epoca romana. Con la Roma imperiale le cose cambiano leggermente, troviamo donne che possono godere di status sociali più evoluti: le matrone, ad esempio, che avevano piena libertà in ambito casalingo, le serve che dovevano sottostare alle matrone, mentre spunta la figura (ovviamente in carattere negativo) della concubina, donna di facili costumi e poco rispettabile, fino ad arrivare al gradino più basso della società rappresentato dalle prostitute. Ma è in questa epoca che nascono i primi movimenti femministi (si avete capito bene, proprio 2000 anni fa)  e la donna inizia un processo di emancipazione, cominciando a partecipare attivamente alla vita politica, a studiare, ed in alcuni casi a dedicarsi persino alla caccia, sport che fino ad allora era stato esclusivamente maschile. Se ci spostiamo in Egitto la condizione della donna è addirittura superiore a quella di molte donne dell’età contemporanea (a dimostrazione di come fossero una civiltà evoluta per quei tempi). La società egizia riconosceva non l’uguaglianza sociale dei sessi (nel senso più moderno del termine, o le pari opportunità), bensì la complementarità essenziale nei compiti a cui erano destinati rispettivamente uomini e donne. Ma tornando alla civiltà occidentale cos’è accaduto ad un certo punto per frenare bruscamente questo processo di emancipazione femminile? Difficile spiegarlo in un post di poche righe, ma sicuramente hanno contribuito in maniera importante le influenze delle principali religioni monoteistiche. Con questo non sto dicendo che la Bibbia vede la donna come essere inferiore e inutile; sia nei Salmi che nel Cantico dei cantici, per citare due libri dell’antico testamento, troviamo un’esaltazione della donna. Il problema sorge nell’interpretazione che le prime comunità cristiane, influenzate dall’ebraismo, hanno dato al ruolo della donna. La posizione di Paolo, che ricordiamo come il vero fondatore del Cristianesimo, è chiara. « Voglio tuttavia che sappiate questo: Cristo è il capo di ogni uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo>> E ancora: << le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea>>. << La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna d’insegnare né di dettare legge all’uomo>> Iniziate a capire da dove deriva l’attuale condizione della donna in Italia e nel mondo occidentale? Ma andiamo avanti. Nel III secolo, la separazione e sottomissione delle donne agli uomini, nelle comunità cristiane, organizzate come le sinagoghe, nelle quali le donne ebree erano da sempre escluse dall’attiva partecipazione al culto, è compiuta. Piuttosto eloquenti i pensieri e le parole di Agostino, uno dei Padri della Chiesa, che rivolgendosi al genere femminile lo apostrofa con questi termini. <<La donna è un animale né saldo né costante; è maligna e mira ad umiliare il marito, è piena di cattiveria e principio di ogni lite e guerra, via e cammino di tutte le iniquità.>> Di quello che pensava questo “santo” in termini di sesso e procreazione magari ne parlerò in un’altra occasione. Tommaso d’Aquino, altro Padre della Chiesa, dedica alla posizione della donna rispetto all’uomo e a Dio alcune questioni da lui dibattute e risolte nella sua Summa Theologiae. Tommaso giunge alla conclusione, partendo sempre dal secondo racconto della Creazione, che la donna non doveva nemmeno essere creata nell’idea originale, essendo un maschio mancato. Ma essendosi Dio accorto dell’errore (visto che l’uomo da solo non avrebbe potuto procreare) gli fornisce un aiuto che sarà quindi la donna (non creata quindi come gli altri esseri viventi dal nulla, ma creata a partire dall’uomo). Ed è da questa interpretazione piuttosto fantasiosa che nascono tutti i problemi, perché signori/e, ricordiamoci che l’attuale teologia si basa anche e soprattutto sugli scritti di questi Padri della Chiesa, quindi non stupitevi se oggi troverete ancora qualcuno, ancorato alla tradizione, che vede la donna come puro oggetto di sottomissione. Perché la visione della Chiesa nei confronti della donna è leggermente migliorata a partire dal secolo scorso ma è un processo ancora molto lungo e tortuoso, un processo nel quale andrebbe rivista l’intera teologia. Di riflesso la nostra società è ancora piuttosto influenzata dalla religione, sicuramente meno rispetto al passato, ma ci sono credenze e tradizioni difficili da estirpare.

Perché se per Paesi come Stati Uniti e Inghilterra, a forte impronta democratica, già dall’800 le donne avevano coscienza dei propri diritti e reclamavano la possibilità di una maggior partecipazione alla vita pubblica, l’Italia ha dovuto aspettare un secolo circa per vedere riconosciuto alle donne questo diritto, con il referendum del 1946 tra monarchia e repubblica. Per non parlare di diritti come divorzio e aborto, riconosciuti solamente a fine anni 70 dopo una durissima battaglia ideologica. Ricordo che fino al 1981 (praticamente ieri), in Italia il delitto d’onore era punito con pene meno severe. L’art. 587 del codice penale consentiva quindi che fosse ridotta la pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”. La circostanza prevista richiedeva che vi fosse uno stato d’ira (che veniva in pratica sempre presunto). Non stiamo parlando di civiltà antiche o superate, ma di fatti che accadevano (accade ancora oggi a dirla tutta) non più di 40 anni fa.

Dopo questo excursus storico possiamo domandarci oggi qual è la condizione della donna nell’attuale società. Se escludiamo una minoranza ancora influenzata dalle religioni (attualmente i problemi maggiori li hanno le donne che vivono in una società con una forte impronta di fondamentalismo islamico), il genere femminile dal mio punto di vista ha quasi del tutto completato il processo di emancipazione. Il ruolo della donna nella società occidentale non è più quello di madre , funzionale alla procreazione e alla crescita dei figli; in famiglia i rapporti vanno sempre più nella direzione della parità dei generi, come nel lavoro, dove oggi la donna può ambire a ruoli manageriali pari a quelli dell’uomo. Non è solo apparenza, sono i numeri a parlare. Ma sono sempre i numeri a trasmetterci uno scenario drammatico per quanto riguarda la violenza sulle donne. Secondo un rapporto Istat sono state quasi 7 milioni (1 su 3) le donne italiane che nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. E se è vero che c’è stata una diminuzione negli ultimi anni, è altrettanto vero che sono aumentate le violenze più gravi, quelle che hanno causato ferite o perdite di vite. Ma il dato a mio avviso più raccapricciante riguarda il rapporto che l’Ipsos ha svolto insieme a We World Onlus sui ragazzi tra 18 e 29 anni; rapporto che afferma che per il 32% dei giovani intervistati gli episodi di violenza vanno risolti all’interno delle mura domestiche e non denunciati; addirittura per un 25% di loro la violenza sulle donne è giustificato dal troppo amore oppure al livello di esasperazione al quale gli uomini sarebbero condotti da determinati atteggiamenti delle donne. Di fronte a questi numeri e a questo rapporto la domanda provocatoria che ho fatto all’inizio dovrebbe trovare una facile risposta. Ma visto che sono una persona che è sempre stata molto attenta alle parole e al loro significato mi domando: ha veramente senso oggi parlare di Festa della donna? Tu, donna, che hai appena letto queste mie parole pensi davvero che ci sia qualcosa da festeggiare oggi? Dal latino festum e dall’aggettivo sostantivo dies festus (giorno di festa), il termine indica “gioia pubblica, giubilo, baldoria”. Gioite perché il 30% di voi ha subito una violenza nella propria vita? Gioite perché la vostra religione vi classifica come esseri inferiori, portatrici sane del peccato originale, strumenti diabolici? Accetterete o avete accettato oggi gli auguri di quegli uomini che vi hanno sempre considerato esseri inferiori? Magari quel marito che ha alzato più di una volta le mani su di voi per legittimare il suo status di uomo alfa? O del vostro capo che magari vi ha guardato sempre dall’alto verso il basso, perché diciamocelo, una donna che esprime il proprio pensiero in maniera intelligente è un nemico da denigrare, non da elogiare o promuovere. Siete davvero così convinte che oggi sia la vostra festa? Io no. Ecco perché abolirei immediatamente questa ricorrenza, unendola al 25 novembre (giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) e trasformandola in una giornata della memoria e della riflessione. Tornando alle parole iniziali direi che sì, è proprio assurdo, che oggi 8 marzo 2017, esista un giorno dedicato alla donna. Il femminismo in questo senso ha fallito perché non si è reso conto che la battaglia andava e andrebbe spostata su altri fronti; perché mantenere questa festa dal mio punto di vista non fa altro che creare degli alibi al genere maschile. Perché se nel 2017 un parlamentare europeo può permettersi durante una seduta, quindi in veste di rappresentante ufficiale del proprio Paese, di dire: “Sapete quante donne ci sono tra i primi cento giocatori di scacchi al mondo? Ve lo dico io, Nessuna. Le donne dovrebbero guadagnare meno degli uomini, perché sono più deboli, più piccole, meno intelligenti”, vuol dire che dal passato non abbiamo imparato proprio nulla.

Passo e chiudo.

IPERSENSIBILITA’ CRONICA COMPULSIVA

Vi è mai capitato di leggere qualcosa e di dire subito dopo:”Questo è esattamente quello che volevo dire ma non trovavo le parole adatte”?
E’ esattamente quello che è accaduto con il testo che vi proporrò ora, uno degli scritti che mi ha fatto più emozionare e che quindi non poteva assolutamente mancare tra i miei post.
Ringrazio l’autrice di queste parole, Patrizia Guarino, che mi ha permesso di pubblicarlo in questo spazio e vi lascio con una piccola avvertenza: leggete questo testo con lo stomaco e non con gli occhi!
 
IPERSENSIBILITA’ CRONICA COMPULSIVA
 
Si aggiunga al novero degli handicap quello mancante. Si chiama “Ipersensibilità cronica compulsiva”. Chi di voi ricorda l’effetto farfalla? Ne avrete letto qualcosa tramite Bradbury o l’avrete conosciuto tramite Turing. L’effetto farfalla prende avvio da una teoria di Turing, secondo la quale piccole variazioni iniziali possono produrre a lungo termine grandissimi mutamenti: ogni piccolissimo elemento è una bomba atomica per un sistema, poiché ne determina stravolgimento, distruzione e ricreazione. Molti di voi avranno visto il film The Butterfly Effect, di cui io ricordo perfettamente una citazione di Edward Lorenz: il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas. Immaginate adesso questa teoria estesa al cervello umano: ogni piccolissimo battito d’ali che l’uomo sia in grado di rappresentarsi può provocare un tornado nella sua mente, a distanza di anni e dalle dimensioni catastrofiche. Questa è la reazione d’ipersensibilità, ovvero il verificarsi continuo d’un tornado dietro l’altro a causa d’ogni trascurabile elemento con cui l’uomo entra in contatto.
Perché nessuno si è mai occupato di un simile handicap? Forse perché nessuno ha mai saputo leggere gli occhi d’un suicida. Forse perché solo pochi viventi hanno guardato il mondo aggrappati alla ringhiera di un balcone del 7° piano. Un suicida è un morto che si palesa in differita. E’ l’esempio più evidente di un handicap disastrosamente ignorato. Un suicida è un uomo morto che si uccide per sputare il tornado lontano da sé. Un suicida è un uomo morto che ufficializza la propria fine perché della sua morte se ne accorga qualcuno. E’ un uomo vittima delle catastrofi da Effetto farfalla, tanto coraggioso da agire sul tornado con la stessa violenza con cui lo subisce. La sua morte però non la decreta il suo salto nel vuoto, la sua morte al momento del salto era già avvenuta.
Le reazioni d’ipersensibilità non possono essere controllate, perché l’ipersensibilità non può essere arginata. Ci sono persone che ci convivono per tutta la vita e tentano in ogni modo di ignorarla, finché non si abituano al punto da sentirla come serenamente ordinaria. Ci sono persone che tentano di conviverci ma a lungo andare si incazzano nel vedersi costantemente ridotte dentro come terremotati e si ribellano, tentando malamente di lottare contro ogni tornado finché non si estingue. Una guerra continua che riempie il terremotato di rughe e stanchezza.
E poi c’è il suicida.
Ogni suicida è la sconfitta della società in cui ha vissuto, società incapace di riconoscere e comprendere l’handicap più drammatico e meno evidente. Eppure è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Ma l’occhio dell’uomo, se ci si pensa, è così ridicolo: riesce a vedere Dio e non si accorge del compagno che gli muore di fianco. Non se ne accorge finché non diviene cadavere, beninteso. E il portatore di handicap muore, dopo una vita d’inferno, di lotta continua contro catastrofi nate per ogni sassolino incrociato lungo il tragitto. E muore da solo.
In ogni parte del mondo intanto la gente in salute lavora, vende e compra, torna a casa e prepara da mangiare. Passeggia in piazza e sorseggia da bere. E ringrazia Dio per quello che ha, perché è convinta che in fondo la vita sta tutta in quattro stracci di ordinaria accettazione.
Si aggiunga al novero degli handicap quello mancante.

Le avete rubato i sogni

Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati. Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci.Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”. Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata. Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. “Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’. Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so èche sono felice di essere scesa”. Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina?

da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009 di Bruno Tinti

L’INVITO DELLA FOLLIA

Vi lascio questa storia in regalo e vi auguro un buon week end 🙂
 
 
 
 
 
Tanto tempo fa, la Follia decise di invitare i sentimenti per un’insolita riunione conviviale…Raccoltisi tutti intorno ad un caffé, per animare l’incontro la Follia propose: “Si gioca a nascondino?”.
“Nascondino? Che cos’è?” – domandò la Curiosità. “Nascondino è un gioco”. Rispose la Follia.
“Io conto fino a cento e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare, comincerò a cercare ed il primo che troverò sarà il prossimo a contare”. Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia che rimasero a guardare in disparte…
“1,2,3. – la Follia cominciò a contare. La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
La Timidezza, esitante come sempre, si nascose su un gruppo d’alberi.
La Gioia corse festosamente per tutto il giardino non curante di un vero e proprio nascondiglio.
La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per occultarsi.
L’Invidia ovviamente si unì all’Orgoglio e si nascose accanto a lui dietro un sasso.
La Follia proseguiva con la conta mentre i suoi amici si nascondevano. La Disperazione era sconfortata vedendo che si era già a novantanove. “CENTO! – gridò la Follia – Adesso verrò a cercarvi!. ». La prima ad essere trovata fu la Curiosità, perché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto. Guardando da una parte, la Follia vide l’Insicurezza sopra un recinto che non sapeva da quale lato avrebbe potuto nascondersi meglio. E così di seguito furono scoperte la Gioia, la Tristezza, la Timidezza e via via tutti gli altri.
Quando tutti finalmente si radunarono, la Curiosità domandò: “Dov’è l’Amore?”.
Nessuno l’aveva visto…Il gioco non poteva considerarsi concluso e così la Follia cominciò a cercarlo. Provò in cima ad una montagna, lungo il fiume sotto le rocce. Ma dell’Amore nessuna traccia…setacciando ogni luogo…La Follia si accorse di un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò a frugare fra i rami spinosi, quando ad un tratto senti’ un lamento.
Era l’Amore, che soffriva terribilmente perché una spina gli aveva appena perforato un occhio. La Follia non sapeva che cosa fare, si scusò per aver organizzato un gioco così stupido, implorò l’Amore per ottenere il suo perdono e commossa dagli esiti di quel danno irreversibile arrivò al punto di promettergli che l’avrebbe assistito per sempre.
L’Amore rincuorato accettò le promesse e quelle scuse così sincere…Così da allora…
L’ Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

Ricordiamo solo quello che non è mai accaduto

Ho sempre pensato che siano i libri a scegliere te e non tu a scegliere loro.

Soprattutto per chi, come me, “vive” le vicende narrate dall’autore, per chi prova le stesse emozioni che provano i personaggi e per chi entra a far parte magicamente della storia. Non so se vi è mai successo di aprire un libro e di trovare le risposte che cercavate in quel periodo particolare della vostra vita.

A me accade con una certa frequenza. E così è accaduto anche questa volta…

Quel libro era lì da qualche mese e aspettavo il momento giusto per aprirlo e per vivere una nuova avventura. L’ho aperto probabilmente nel periodo più difficile degli ultimi mesi, o forse sarebbe meglio dire che è stato lui a farsi aprire.

Le risposte mi sono arrivate puntuali, una su tutte: <<A volte le cose più reali succedono solo nell’immaginazione, Oscar>> disse Marina. <<Ricordiamo solo quello che non è mai accaduto>>

Già… Ricordiamo solo quello che non è mai accaduto

Credo che capiti a tutti gli esseri umani, chi più e chi meno, di “inquinare” la realtà. Lo facciamo per una serie di svariati motivi e quasi mai in cattiva fede.

Pensate ad esempio a quando vi succede qualcosa di particolare e vi capita in seguito di raccontarlo ad un amico; diciamo che 9 volte su 10 il vostro racconto non è reale. Ma perché?

Forse perché è la nostra memoria la prima che si diverte a distorcere la realtà, o forse perché a volte vogliamo enfatizzare il racconto e ci concentriamo su alcuni particolari tralasciandone altri, particolari che inevitabilmente verranno dimenticati, se non, cancellati per sempre . Altre volte quei particolari ce li inventiamo fino a convincerci che sono realmente accaduti.

Arriviamo persino a mentire a noi stessi; anche perchè ho sempre pensato che chi non riesce a mentire a se stesso non riuscirà mai a mentire agli altri.

Ricordo che alle scuole medie, per far colpo su una ragazza, le raccontai una balla colossale. La cosa buffa è che dopo qualche mese, a forza di ripetermi quella storia, la immagazzinai a tal punto nella mia mente da convincermi di averla vissuta anche nella realtà oltre che nella mia fantasia.

Meno sono recenti i fatti e più la nostra memoria riesce a distorcerli, fino a quando l’oceano del tempo ci restituisce quei ricordi che avevamo in un qualche modo seppellito.

Ma non sempre raccontiamo queste “bugie” per abbellire i nostri racconti; anzi, nella maggior parte dei casi sono ben altre le motivazioni che ci spingono a credere che i fatti siano andati in un certo modo, in quel modo che la nostra immaginazione ha creato.

A volte le cose più reali succedono solo nell’immaginazione…

Paura della realtà, voglia di scacciare i fantasmi del passato, voglia di cominciare un’altra vita, voglia di costruirsi questa vita con le proprie mani, lasciando il destino fuori dalla porta, aspettando quel momento in cui verrà nuovamente a farti visita.

<<Tutte le fiabe sono menzogne, anche se tutte le menzogne non sono fiabe>> diceva Marina.

Una fiaba che lei voleva vivere, una fiaba che io ho voluto e voglio ancora oggi vivere, una fiaba che molti di noi hanno vissuto, vivono o vivranno. Perché è più facile vivere in una fiaba, in una menzogna, che nella realtà. E’ molto, molto più facile.

L’altro giorno mi è capitato di fare un sogno, un sogno così reale che sembrava vero, ancora una volta l’immaginazione si è sovrapposta alla realtà. Poi per caso (o forse no?) le nostre strade si sono incrociate per un istante, probabilmente per l’ultima volta e dopo qualche minuto sempre per caso ho letto queste parole: “Dentro ogni momento tu ci sei…In ogni gesto tu ci sei… Nel silenzio delle cose tu ci sei…ogni cosa mi ricorda un pò di noi… e ti cerco dentro un giorno che ho vissuto come un sogno… e Spero che ricorderai…Ti voglio bene e tu lo sai”

A volte dubito della mia memoria e mi chiedo se non finirò per ricordare solo quello che non è mai accaduto.

Lettera ad un poliziotto

Non commenterò, almeno per ora, le varie manifestazioni studentesche che si stanno svolgendo in tutta Italia e che stanno riguardando ogni grado di istruzione, dalle scuole primarie all’Università. Esprimo solamente la mia solidarietà a quegli studenti che in questi giorni si stanno battendo contro i vari decreti legge di questo governo che sembrano avere come unico obiettivo quello di distruggere il sistema scolastico e universitario nazionale.
Vi lascio invece un testo molto interessante e toccante che ho trovato sul forum della mia università, leggetelo e riflettete!
 

Lettera a un poliziotto

Caro agente,
quando domani i tuoi capi ti inviteranno a sgomberare l’Università in cui è iscritta tua figlia, o tuo figlio, per un attimo chiudi gli occhi, prima di alzare il manganello e iniziare la repressione.
Guardali, i tuoi figli, barcamenarsi tra un presente incerto e precario e la pura bellezza dei loro sogni, mentre studiano, lavorano e si sacrificano in strutture fatiscenti, con poca qualità e mezzi ancor inferiori, per costruirsi il loro futuro.
Pensa, caro poliziotto, a quanti sacrifici, quante notti di lavoro, quali rischi e quanta fatica hai affrontato tu, per permettere loro una vita migliore.
E pensa, caro poliziotto, per un attimo solo, alle ragioni della loro generazione: vittima della precarietà lavorativa, e quindi economica ed esistenziale. Pensa a come la scuola e l’università siano l’unico mezzo, per chi non ha soldi e santi in Paradiso, per garantire, come hai fatto/stai facendo tu, una possibilità di futuro più dignitoso ai propri figli.
Pensa, fratello agente, a come qualcuno ti sta usando e strumentalizzando, per sostenere altre ragioni. Quelle di una scuola di serie A in mano ai privati, che potranno permettersela, e una scuola di serie B, per tutti i poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera e che avranno come figli altri poveri cristi che lavoreranno dalla mattina alla sera senza potersi costruire nulla di diverso.
Non ti chiedo caro poliziotto di venire meno agli ordini che ti daranno.
Non puoi.
Ma quando tornerai a casa la sera, dopo aver compiuto il tuo crudele dovere, guarda negli occhi tua figlia, tuo figlio. E con tutto il coraggio che hai dimostrato nel corso della tua vita onesta, sussura loro poche parole: “Scusatemi, sono con voi”