E i carnefici divennero vittime

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, invia ispettori a Milano dopo le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri, sui sacerdoti coinvolti in reati sessuali.
Il ministro – si legge in una nota del ministero – “lette le dichiarazioni rese ieri alla stampa dal Procuratore aggiunto di Milano dott. Forno, che ha accusato le gerarchie ecclesiastiche di coprire i sacerdoti responsabili di gravi fatti di pedofilia, considerato il carattere potenzialmente diffamatorio di tali dichiarazioni, ha dato mandato al suo ufficio ispettivo di verificare se il dott. Forno con tale condotta abbia violato  i doveri di correttezza equilibrio e riserbo che devono essere particolarmente osservati nella trattazione di procedimenti delicati come quelli per reati di pedofilia, reati che vanno perseguiti con estrema decisione ma – si precisa nella nota – evitando pericolose generalizzazioni”.
L’invio degli ispettori da parte del ministro Alfano sta già ricevendo il plauso di una parte della politica e di alcuni uomini di Chiesa.
Ma quali saranno mai queste dichiarazioni diffamatorie di Forno? Ha forse detto che tutti i preti di Milano sono pedofili?
ASSOLUTAMENTE NO!!!
Forno ha solo detto che negli anni in cui lui si è occupato di sacerdoti coinvolti in reati sessuali non ha mai ricevuto denunce da parte dei Vescovi, ribadendo tra l’altro che non c’è nessuna obbligatorietà (se non morale) da parte del clero di denunciare i preti pedofili.
Cose note a arcinote. Nel resto dell’intervista Forno prova a darsi una spiegazione del perchè di una certa omertà nell’ambiente ecclesiastico arrivando a conclusioni difficilmente contestabili. La lista di vescovi che hanno coperto preti colpevoli di aver commesso abusi è lunga in tutto il mondo, non capisco quindi quali siano le parole di Forno da condannare.
O forse non si possono criticare esponenti della Chiesa durante la settimana Santa? E’ questo il problema???
Ma non si vergognano? Evidentemente no, come non si vergognano alcuni cattolici a difendere ancora un certo tipo di Chiesa, a spostare l’attenzione su altri fatti o addirittura a fare passare per vittime i carnefici. Tanto la colpa è sempre del singolo e mai del sistema.
Nel giorno in cui voi cattolici ricordate la morte del vostro Dio, con questi episodi continuate ad inchiodarlo a quella croce. Complimenti vivissimi e buona Pasqua.
 
Vi lascio l’intervista di Forno al “Giornale” in modo che possiate fare le vostre considerazioni.
 

Roma – Una gerarchia cattolica che tace, copre, insabbia. Che per paura degli scandali non punisce i pret i colpevoli di abusi sessuali. Che li lascia a contatto con i fedeli e con i bambini. Che chiude gli occhi davanti a un fenomeno talmente radicato e devastante da domandarsi se non vi siano uomini che scelgono la strada del sacerdozio proprio per poter avvicinare le loro vittime. È un quadro sconcertante quello dipinto in questa intervista al Giornale dal magistrato che da più tempo in Italia si occupa di abusi sessuali: Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri.

Quanti sacerdoti ha inquisito per reati sessuali?
«La lista, purtroppo, non è corta».

E qual è stato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche?
«Devo dare atto che, una volta iniziate le indagini, non mi sono mai stati messi ostacoli. Però le notizie positive finiscono qui».

In che senso?
«Nel senso che nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente».

Ma i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i preti che sbagliano.
«È vero che non esiste un obbligo formale di denunciada parte dell’autorità ecclesiastica, perché un vescovo non èun pubblico ufficiale. Quindi il vescovo che tace non commette il reato che commetterebbe un preside che tacesse. È anche veroche qualunque cittadino – soprattutto quandoè investito di un’autorità odi un’autorevolezza particolari – quando viene a sapere di un reato per cui si può procedere d’ufficio ha la possibilità di denunciare, e direi il dovere morale. Questo non avviene mai. Mai. È un punto dolente. Noi come magistrati abbiamo l’obbligo di informare l’ordinario diocesano, ovvero il vescovo, quando arrestiamoo chiediamo il rinvio a giudizio di un prete, e lo abbiamo sempre rispettato. Ma il contrario non mi è mai accaduto. Non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto».

Perché? Nonsanno quello che accade nelle loro parrocchie? O lo sanno e preferiscono tacere?
«Io sono convinto che loro sappiano molto più di quello che sappiamo noi. Ma c’è un problema a monte, ed è cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. E qui mi permetto di dire una cosa di cui in questi giorni non si è parlato, nelle tante discussioni sul temadegli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Il discorso viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Mail prete che abusa di un bambino è più paragonabile aungenitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Seguardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache di questi giorni si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo “lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».   

Quali sono le ripercussioni sulle vittime?
«Sono esperienze che marchiano in profondità le vittime per tutta la vita, proprio per le figure da cui provengono. Io ho in mano un documento della Chiesa canadese che negli anni Novanta è stata la prima a fare una indagine interna e ha scoperto che il 5 per cento del clero canadese ha queste tendenze. Il 5 per cento! In quel documento si ricostruiscono le conseguenze devastanti che questi avvenimenti hanno sulle vittime, si ricostruiscono persino i loro percorsi religiosi, e si vede che spesso abbandonano la Chiesa e si formano una immagine di Dio molto simile a quella dei loro abusanti».

Perché sono così numerosi questi casi?
«Io ormai ho un dubbio, e parlo solo di dubbio perché non posso avere riscontri diretti: che ci siano sacerdoti che scelgono di fare i sacerdoti per abusare, perché è oggettivo che nella scelta del sacerdozio c’è un’enorme facilitazione nell’avvicinarele vittime. Eppure compiono tutto il percorso formativo fino a venire messi a contatto con i ragazzi. Questo pone un grosso interrogativo: ma nessuno se n’è accorto prima? Dov’è il discernimento spirituale che dovrebbero esercitare coloro che li scelgono? Non hanno osservato il loro comportamento, le loro tendenze, le modalità con le quali si rapportano ai giovani? E un’ultima domanda: cosa accade all’interno dei seminari?».

Se le cose stanno come le descrive lei, siamo di fronte aunfenomeno di indulgenza, se non di omertà, da parte delle gerarchie. Teme che in fondo questi siano considerati peccati veniali?
«Nessun teologo può avere l’ardire di sostenere che si tratti di un peccato veniale, tanto che questi sono tra i pochi casi per cui il diritto canonico prevede la riduzione allo stato laicale. Eppure nessuno di questi sacerdoti ha mai subito questa punizione. Neanche quello che diceva alle sue vittime “lo vuole Gesù”».

La riduzione allo stato laicale può essere una soluzione estrema. Magari prendono misure più blande.
«Io convengo chela riduzione allo stato laicale sia indubbiamente una sanzione grave, ma di fronte alla gravità di queste cose non credo che si debba essere indulgenti. Invece non solo non vengono cacciati ma accade a volte che non vengano nemmeno messi in condizioni di non nuocere più. Quando hanno queste notizie si limitano a spostarli da una parrocchia all’altra, e così gli permettono di fare altre vittime inconsapevoli, perché quando la piazza è bruciata gli consentono di andare dove non li conoscono».

Come se lo spiega?
«Lo chieda a loro. Non alla Chiesa, ma alla gerarchia ecclesiale. Della Chiesa fanno parte anche i fedeli, e molti di loro – tra cui il sottoscritto – la pensano diversamente. Il problema è la gerarchia. Secondo me non li puniscono perché li hanno scelti loro, educati loro, allevati loro, e quindi si creano dei legami di difesa, di protezione. E c’è soprattutto la paura dello scandalo. Cheè una paura pocoevangelica, perché il Vangelo dice invece che è necessario che gli scandali avvengano. È una paura poco cristiana, insomma»

Adesso le sembra che qualcosa stia cambiando? Che stiano correndo ai ripari?
«Nel 2000 scrissi suunarivista giuridica che esisteva un problema di pedofilia nella Chiesa, e un sacerdote che va per la maggiore mi replicò negando semplicemente l’esistenza del problema. Adesso quello stesso sacerdote riconosce che questo dramma è reale. Meglio tardi che mai, mi vien da dire. E visto che nelle recenti direttive del Papa è previsto che le diocesi possanorivolgersi a laici per essere aiutate e consigliate nella prevenzione di questi fatti, io sono a disposizione. Qualche idea da suggerirgli ce l’avrei».

 

IPERSENSIBILITA’ CRONICA COMPULSIVA

Si aggiunga al novero degli handicap quello mancante. Si chiama “Ipersensibilità cronica compulsiva”. Chi di voi ricorda l’effetto farfalla? Ne avrete letto qualcosa tramite Bradbury o l’avrete conosciuto tramite Turing. L’effetto farfalla prende avvio da una teoria di Turing, secondo la quale piccole variazioni iniziali possono produrre a lungo termine grandissimi mutamenti: ogni piccolissimo elemento è una bomba atomica per un sistema, poiché ne determina stravolgimento, distruzione e ricreazione. Molti di voi avranno visto il film The Butterfly Effect, di cui io ricordo perfettamente una citazione di Edward Lorenz: il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas. Immaginate adesso questa teoria estesa al cervello umano: ogni piccolissimo battito d’ali che l’uomo sia in grado di rappresentarsi può provocare un tornado nella sua mente, a distanza di anni e dalle dimensioni catastrofiche. Questa è la reazione d’ipersensibilità, ovvero il verificarsi continuo d’un tornado dietro l’altro a causa d’ogni trascurabile elemento con cui l’uomo entra in contatto.
Perché nessuno si è mai occupato di un simile handicap? Forse perché nessuno ha mai saputo leggere gli occhi d’un suicida. Forse perché solo pochi viventi hanno guardato il mondo aggrappati alla ringhiera di un balcone del 7° piano. Un suicida è un morto che si palesa in differita. E’ l’esempio più evidente di un handicap disastrosamente ignorato. Un suicida è un uomo morto che si uccide per sputare il tornado lontano da sé. Un suicida è un uomo morto che ufficializza la propria fine perché della sua morte se ne accorga qualcuno. E’ un uomo vittima delle catastrofi da Effetto farfalla, tanto coraggioso da agire sul tornado con la stessa violenza con cui lo subisce. La sua morte però non la decreta il suo salto nel vuoto, la sua morte al momento del salto era già avvenuta.
Le reazioni d’ipersensibilità non possono essere controllate, perché l’ipersensibilità non può essere arginata. Ci sono persone che ci convivono per tutta la vita e tentano in ogni modo di ignorarla, finché non si abituano al punto da sentirla come serenamente ordinaria. Ci sono persone che tentano di conviverci ma a lungo andare si incazzano nel vedersi costantemente ridotte dentro come terremotati e si ribellano, tentando malamente di lottare contro ogni tornado finché non si estingue. Una guerra continua che riempie il terremotato di rughe e stanchezza.
E poi c’è il suicida.
Ogni suicida è la sconfitta della società in cui ha vissuto, società incapace di riconoscere e comprendere l’handicap più drammatico e meno evidente. Eppure è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Ma l’occhio dell’uomo, se ci si pensa, è così ridicolo: riesce a vedere Dio e non si accorge del compagno che gli muore di fianco. Non se ne accorge finché non diviene cadavere, beninteso. E il portatore di handicap muore, dopo una vita d’inferno, di lotta continua contro catastrofi nate per ogni sassolino incrociato lungo il tragitto. E muore da solo.
In ogni parte del mondo intanto la gente in salute lavora, vende e compra, torna a casa e prepara da mangiare. Passeggia in piazza e sorseggia da bere. E ringrazia Dio per quello che ha, perché è convinta che in fondo la vita sta tutta in quattro stracci di ordinaria accettazione.
Si aggiunga al novero degli handicap quello mancante.

Stazione di Trani, dove “scendono” giustizia e libertà in dieci passi

 

di Mino Fuccillo

 

Stazione di Trani, qui si sta “spiaggiando” dopo aver perso ogni orientamento il branco di esauste, confuse e impazzite “balene” italiane: la campagna elettorale, l’informazione politica, la dignità delle istituzioni, il senso del diritto e quello della misura. Alla stazione di Trani “scendono” insieme sia la giustizia che la libertà. Discesa in dieci passi.

Primo passo: può una Procura che indaga su altro, nel caso su una truffa con carte di credito, occuparsi di altra ipotesi di reato che emerga dalle intercettazioni telefoniche? Sì, può. A norma di legge e con il concorso della razionalità. Se indagando su un furto si ascoltano conversazioni relative ad un omicidio, allora si può e si deve aprire un altro fascicolo. Chi, come addirittura il ministro della Giustizia Alfano, timbra con il sospetto delle “ispezioni” questo agire dei giudici, chi, come il capo del governo Berlusconi, proclama che questo è “violare la legge” non conosce la legge o meglio pensa che la legge debba essere applicata a misura e interesse di chi governa, anzi comanda.

Secondo passo: può una Procura che “intercetta” altra ipotesi di reato sorvolare sulla sua sostanziale “incompetenza”, può fare a meno di avvertire altre più “competenti” Procure? Sì, ma solo in astratta teoria. Trani non ha l’obbligo di legge di “spogliarsi” dell’indagine su reati che riguardano l’azione di governo e l’operato delle Authority. Ma sensibilità giuridica, civile e civica avrebbero consigliato che lo facesse. Non farlo ha aperto, spianato la strada alla fuga delle notizie verso i giornali e ha favorito la trasformazione dell’indagine in una rissa politica. Non facendolo, Trani ha usato la legge come uno schermo dietro il quale riparare la propria voglia di protagonismo.

Terzo passo: concussione e violenza ai danni di un “corpo amministrativo”, i reati ipotizzati a carico di Berlusconi e Innocenzi, sono reati giuridicamente credibili e comprovabili nel caso in specie? No, tutt’altro. Basta leggere quanto scrive Carlo Federico Grosso su “La Stampa” per comprendere che ad una realtà politica e sociale “gelatinosa” i magistrati di Trani hanno applicato “gelatinose” ipotesi di reato. Stanno in piedi solide e diritte come appunto gelatina.

Quarto passo: può un capo di governo nominare un suo ex dipendente a Mediaset membro di un organismo di controllo sulle comunicazioni? Può rinfacciargli che non “si guadagna lo stipendio” se non trova il modo di spegnere trasmissioni Rai non gradite al “datore ultimo” di stipendio, cioè al presidente del Consiglio? Può un presidente del Consiglio ingegnarsi, dannarsi e pretendere di decidere chi e come va in onda? Succede, è quel che fa e pure rivendica come suo “diritto” il capo del governo italiano. Succede, quindi può. Ma secondo minima decenza e invalicabile misura non dovrebbe. Infatti nelle democrazie occidentali di fatto non può, la sua carriera politica non sopravviverebbe al disvelamento di questi comportamenti. Anche se non viola nessuna legge penale, anche se il reato giuridico non c’è, risulta violata anzi travolta la legge che vuole in democrazia il potere sempre limitato ed è evidente il reato civile e civico di prepotenza autoritaria.

Quinto passo: può un giornalista direttore di una testata Rai, può un giornalista che si dichiara “indipendente” correre un minuto dopo essere stato interrogato dai magistrati impugnare il telefono e correre a riferire quanto coperto da segreto istruttorio al capo del governo? Può, Minzolini lo ha fatto. Reato minimo, se c’è, contro la legge. Reato massimo e sconfessione piena e plateale della sua asserita indipendenza.

Sesto passo: può un direttore del Tg1 essere preso sul serio quando si difende in un’intervista al Corriere della Sera? Sì, va preso in parola. E quindi quando dice: “Contano i fatti: quelle trasmissioni non sono mai state chiuse” offre un concreto metro di giudizio su quel che accade. “Contano i fatti” e il fatto è che Ballarò, Annozero sono chiuse, qui e adesso. E che i consiglieri di amministrazione Rai nominati dal centro destra e la maggioranza di centro destra della commissione parlamentare chiuse le tengono.

Settimo passo: si può in campagna elettorale cercare e ottenere che la Tv pubblica non parli di politica? Si può, in Italia. Ma in Occidente, solo in Italia.

Ottavo passo: può una Procura che ascolta conversazioni del capo del governo trascriverle e così male custodirle da farle arrivare ai giornali pochi giorni dopo la trascrizione? Si può, in Italia. Ma in Occidente, solo in Italia.

Nono passo: può un capo di governo per reazione incitare i suoi parlamentari a votare di corsa la nuova legge che eliminerà tutte le intercettazioni? Può quel capo di governo “inventare” la ” nostra lista non ammessa a Milano” quando quella lista è stata dai giudici ammessa? Può vendere come “diritto alla privacy” la libertà non di telefonare a chi gli pare ma di ordinargli quel che gli pare? Può, lo fa, ancora una volta solo in Italia.

Decimo e ultimo passo: possono un’opinione pubblica non governativa e un’opposizione politica e anche civile niente altro fare e concepire che il “tifo” ai magistrati nella speranza, peraltro vana, che prima o poi imbrocchino l’accusa, l’incriminazione, il “tiro” giusto che vada in gol decretando “illegale” il governo votato dagli altri, dai più? Possono, è quello che fanno, in un festival dell’autismo civile e politico.

Stazione di Trani: qui è “scesa” la giustizia per dare impropria e indebita mano alla democrazia stanca. E qui è “scesa” la libertà: di informare, di rispettare, perfino di pensare le regole minime di governo e di Stato.

I cattolici premiano Lourdes, un film ateo, e neanche se ne accorgono

Può un film ricevere il premio di una commissione di atei e il premio di una commissione di cattolici? In linea di principio non potrebbe. Nella realtà ciò accade. Potremmo cavarcela con la classica eccezione capace di confermare la regola. Però il fatto è davvero singolare, poiché una delle due commissioni clamorosamente si sbaglia. Ciò è successo con il film Lourdes, girato dalla regista austriaca Jessica Hausner, presentato alla recente mostra di Venezia, da due settimane in programmazione sugli schermi italiani.

Gli atei vedono nella pellicola la manifestazione che nel luogo delle apparizioni della Madonna e delle guarigioni miracolose, tutto va in scena fuorché la fede: e lo premiano. I cattolici vi scorgono invece una testimonianza di segno opposto; l’opera pur se non apologetica, è cristianamente corretta: e lo premiano. Può immergersi il diavolo nell’acqua santa? Non può: e allora uno dei due premi è fuori luogo. Diciamolo subito, senza girarci troppo intorno: a sbagliarsi, e  clamorosamente, sono i cattolici.

Lourdes è un film ateo. L’errore, come è noto, è umano, e quindi comprensibile. La perseveranza nell’errore,  altrettanto umana, certamente è meno comprensibile. Ma andiamo per gradi. A chi è imputabile l’errore di un così grave travisamento?  Alla giuria del SIGNIS.

Il SIGNIS (Associazione Cattolica Mondiale per la Comunicazione) è un’organizzazione internazionale con sede a Bruxelles, che si occupa di comunicazione. Fino a qualche anno fa si chiamava OCIC (Organizzazione Cattolica Internazionale Cinematografica), istituzione fondata nel 1928, fusasi nel 2001 con l’UNDA, organismo impegnato nel settore della radio e della televisione, dando così vita al SIGNIS. Il SIGNIS, a guardare la struttura (www.signis.net), sembrerebbe una ramificata organizzazione  con 140 paesi membri e una sfilza di delegati disseminati nell’intero globo terrestre. In realtà fa poco e nulla. Un convegno annuale, qualche pubblicazione, e soprattutto assicura una giuria, perlopiù ecumenica, quindi non composta necessariamente da cattolici, nei più noti festival cinematografici, come Venezia. E a Venezia si è guadagnata, storicamente, i galloni sul campo.

La storia è nota. Cominciò nel 1968. Una sciagurata giuria assegnò, in sintonia con i tempi gravidi di passionalità rivoluzionarie, il premio OCIC al film Teorema di Pier Paolo Pasolini. Quell’anno il Carnevale a Venezia andò in scena anche d’estate, al Lido, ma i contestatori si scontrarono con un inaspettato leone, il vecchio socialista, con un passato fascista di tutto rispetto, Luigi Chiarini, direttore della Mostra, che resistette a tutto e a tutti, decidendo di non chiudere i battenti, e cedere dunque alle logiche della rivoluzione, come era successo qualche mese prima a Cannes. La storia poteva, e doveva chiudersi lì. Addirittura Paolo VI, dal balcone di Castel Gandolfo, parlando ai fedeli, deprecò l’atto veneziano. Perché non tagliare il cordone ombelicale tra il Vaticano e l’OCIC? Mistero. Quel cordone è ancora saldo. Infatti nei contatti ufficiali dal SIGNIS, oltre alla sede di Bruxelles, è indicato un indirizzo romano, Palazzo San Calisto, Città del Vaticano. Lì c’è la sede del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e della Filmoteca Vaticana.

Quindi, il SIGNIS non solo gode dell’appoggio ufficiale del Vaticano, ma in realtà ne riceve il generoso appoggio finanziario. E ripaga tutto ciò assegnando un premio al film ateo Lourdes, che contesta apertamente un luogo centrale nella storia della cristianità novecentesca, non solo per l’apparizione della Madonna, per la devozione  popolare, per l’ininterrotta sequela di miracoli verificatisi, ma soprattutto per la venerazione dimostrata da Giovanni Paolo II, figura chiave della seconda metà del XX secolo, destinato a diventare Santo.

La motivazione del premio è un capolavoro: «Una scelta motivata non dall’ambientazione dell’opera in un centro cattolico, ma dalle fondamentali problematiche umane che il film solleva: la fede, la sofferenza fisica, la speranza, i miracoli, l’assoluto. Con notevole abilità tecnica e artistica, la regista ci conduce alle frontiere delle aspettative umane, lasciando che lo spettatore scopra il significato della libertà umana e dell’intervento divino». La giuria era composta da Gianluca Arnone (Italia), Frank Desiderio (Stati Uniti), Massimo Giraldi (Italia), Peter Malone (Australia), Joseph Palakeel (India), Astrid Poltz-Watzenig (Austria) e Magali Van Reeth (Francia).

Nulla di tutto ciò è vero. La regista austriaca è certamente lontana dal rozzo anticlericalismo scientista di Émile Zola. La sua non è manifesta ostilità, denuncia della sciocca credulità popolare e dell’isteria, cominciata con la pastorella Bernadette (come voleva Zola). Arriva però alle stesse conclusioni: a Lourdes non si manifesta la divinità, ma il desiderio prettamente umano di sconfiggere la sofferenza e la malattia. In altre parole il cristianesimo è morto e seppellito: ciò che resta è solo credulità e  affari. Di tutto si può parlare, tranne che di fede; al massimo di tensione  irrefrenabile per la conservazione della vita. Fin qui nulla di eclatante. Zola pubblicò il suo manifesto, in forma di romanzo, nel 1894. Quindi è da oltre un secolo che su Lourdes, con linguaggio poetico o burocratico,  si esercita il tiro al bersaglio.

Il linguaggio con il film  Lourdes si è soltanto adattato ai tempi postmoderni, divenendo audiovisivo e  «politicamente corretto». Il premio SIGNIS al film di Jessica Hausner, di per sé poco significativo, mette però il dito nella piaga. È uno dei tanti tratti della confusione in atto nella Chiesa cattolica. Certe organizzazioni sembrano fatte apposta per mettere in difficoltà i cattolici. Ora, se una giuria di professionisti del cinema, con copertura vaticana, assegna il premio ad un film, ciò dovrebbe spingere quanti, dal semplice fedele ai più avvertiti intellettuali sino al clero, ad andare a vederlo. Meno male che il popolo cristiano difficilmente casca in queste trappole. Difatti Lourdes non l’ha visto nessuno. Si potrà dire: Lourdes è un semplice errore di valutazione, una involontaria scivolata. Vittorio Messori ha invocato il «masochismo clericale» (Corriere della Sera, 12 febbraio). Forse sarebbe più corretto parlare di spirito di adeguamento al mondo da parte degli intellettuali cattolici. Se il cane morde l’uomo non è una notizia. E non è una notizia se una giuria di cattolici premia un film cattolico. Lo diventa se premia un film ateo. E allora?

Alla prossima notizia, o meglio al prossimo premio. Almeno che a Palazzo San Calisto non arrivi l’ordine di tagliare il cordone ombelicale, recidendo per sempre i lacci della borsa.          

 

Perchè sono un agnostico

Questo post, che volevo inserire da tempo, diciamo che cade a fagiolo. Sapevo che il significato del termine agnostico era sconosciuto alla maggioranza delle persone che non “frequentano” l’ambiente ma non pensavo che gli altri potessero avere una tale confusione in testa da non comprendere le differenze tra l’essere ateo e l’essere agnostico. Per mettere chiarezza su questo tema mi servo allora di alcune pagine tratte da “Sopra di noi…niente” di Deschner.

L’autore è nato a Bamberga nel 1924. Ha studiato diritto, teologia, filosofia e storia e letteratura. Dal 1961 ha cominciato ad occuparsi di critica al cristianesimo, pubblicando “Il gallo cantò ancora” (ed. italiana Erremme). 

Lavora alla scrittura di un’ opera monumentale, prevista in 10 volumi in totale, la quale è una vera enciclopedia critica e laica, enormemente ricca di riferimenti e indicazioni, il cui titolo è: “STORIA CRIMINALE DEL CRISTIANESIMO”.

 

PERCHE’ SONO UN AGNOSTICO

Karlheinz Deschner, “Sopra di noi…niente”, ed. Ariele, Milano, 2008, pp. 34-38

 

Il teismo afferma Dio, l’ateismo lo nega. Ma ognuno dei due resta in debito di una prova, che ovviamente il teista dovrebbe fornire per primo. Perché nessuno può dimostrare Dio, né alcuno può dimostrare la sua non esistenza. Perfino Nietzsche concede la possibilità di un mondo metafisico. Cosa sarebbe più naturale che lasciare aperto il problema?

Questo è appunto ciò che fa l’agnostico.

La parola agnosticismo è giovane una creazione del naturalista e filosofo inglese Thomas Henry Huxley (1869) ma la posizione è già testimoniata nelle Upanishad, in Buddha, Lao Tse, nei sofisti greci, il più importante dei quali, Protagora, scriveva: “Degli dei non so niente, né che ce ne sono, né che non ce ne sono”. Agnostici in epoca moderna sono Hume, Kant (con qualche limitazione), Conte, Spencer, Darwin, Russell, Camus, i neokantiani, i positivisti, e, in senso più ampio, molti che spesso non conoscono quasi la definizione.

L’agnostico è scettico, solitario, un outsider. Ha un orientamento meno dogmatico che concreto, la sua visione del mondo è meno una confessione di fede che come già per Thomas Huxley un metodo critico, un punto di vista sperimentale. L’agnostico tende a porre delle riserve, tende al provvisorio. Non ama i fiancheggiatori e i seguaci, le “grandi convinzioni”, i forti nella fede e le teste vuote di ogni genere. Non fonda partiti e sette, non organizza missioni e non paga funzionari. Il mondo per lui non è così univoco come per gli ortodossi di ogni provenienza e provincia. E’ più incline a mettere in dubbio che a dire di sì, più all’obiezione e spesso anche alla ripulsione che a un qualsivoglia consenso, più alla demolizione degli idoli che all’antropolatria e la realtà, tutto intorno al globo, gli fornisce conferme.

Ma l’agnostico rifugge anche dal no inappellabile. Odia e spera un “bambino che si è scottato” forse, uno “spirito entusiastico” deluso, un’”anima bella” disincantata, quasi sempre al quanto distante, “inattuale”, non negativista, ma scarsamente vincolato ai sistemi e dunque neanche contraddetto, quando essi sono tali. E’ solo, paziente, metodicamente diffidente. Aspetta, ma non si destreggia. E’ prudente, ma non per paura. Vive ipoteticamente e pericolosamente. Lotta, se è  necessario, in tutte le direzioni e senza coprirsi le spalle. Ma non spaccia mai supposizioni per probabilità, né probabilità per certezze, e lascia sempre la “verità assoluta”agli assoluti bugiardi. Come non vuole essere ingannato, così non inganna a sua volta. Non è uno la cui causa si abbraccia a  bandiere spiegate, ma neanche uno che a bandiere spiegatesi abbandona. Meno sicuro di sé dei dottrinari di ogni corrente, meno vittorioso ma non così facile da liquidare, non così incoerente. Non collabora quasi mai con i cristiani, come fa spesso l’ateo marxista che con Marx, Engels, Lenin condanna la fede nell’aldilà (ma evidentemente non teme quel livellamento e asservimento mondiale a opera di due “dottrine della salvezza”, che incombe dopo l’inevitabile bancarotta del capitalismo).

Poche cose squalificano filosicamente quanto la mancanza di diffidenza; poche cose ama l’agostico più della conoscenza: Ma segue la ragione solo fintanto che essa si basa sull’esperienza oggettiva, metodica, e il suo eliminare e generalizzare restano nel campo del conoscibile. Questo però non significa né che egli, miope e insensibile, privo di presentimenti, attese, rischi, guardi soltanto a quello che gli è vicino, vicinissimo, solo alla scorza del mondo; né che, innamorato del fascino dell’incerto, idolatri l’agnosia, faccia dell’ignoto un culto, del segreto una funzione religiosa e, come ironizza Nietzsche, veneri adesso come Dio “ lo stesso punto interrogativo”.       

L’agnostico non nega la possibilità di fenomeni di cui la nostra saggezza scolastica non può neanche sognare. Ma non si crogiola nè entusiasma a vanvera, non dà ad intendere di sapere ciò che non sa. Nei limiti attuali della nostra facoltà di conoscere non scorge limiti per tutto il futuro, meno che mai nella capacità o incapacità di singoli il criterio della capacità dell’umanità. Neanche la discussione di problemi trascendentali gli appare del tutto priva di senso cosa che è già vietata dall’esplicazione del suo punto di vista. Ovviamente esclude di dare loro una risposta definitiva.

In realtà non solo il nostro sapere, ma già la nostra capacità di pensiero è modesta. Non può uscire da se stessa, né dalla sua potenza limitata per principio perfino nella logica e matematica ci sono limiti conoscitivi invalicabili né dalla sua speciale posizione. Non possiamo, per esempio, prendere una posizione al di fuori del nostro intelletto, della nostra cultura e della nostra lingua. “I confini mia lingua significano i confini del mio mondo”. (Wittgenstein). Siamo dipendenti dai nostri concetti, dalle nostre esperienze parziali, dalle situazioni date, siamo in balia di valutazioni prospettivistiche, di valutazioni negative, di apparenze, siamo legati a un determinato spazio, a un determinato tempo. Sappiamo poco o niente sulle fasi precedenti della storia della Terra, sulla nascita della vita, su zone lontane dell’universo; non sappiamo in alcun modo se le “leggi naturali”a noi conosciute valgano per l’intero spazio, se non siano pensabili anche misure di valore e sistemi ontologici del tutto diversi, innumerevoli, perfino le possibilità di entità del tutto inimmaginabili. “L’unica cosa che si può dire è sempre: secondo le esperienze compiute fino a questo momento tutto sembra incerto, l’incertezza sembra essere la vera realtà. Deve restare invece aperta la questione se l’ulteriore esperienza confermerà questo oppure no; perché anche l’affermazione dell’incertezza di tutto non può per propria natura irrigidirsi in una tesi priva di incertezza” (Wilhelm Weischedel).

Il mondo è sorto per caso? È creazione o eterno divenire, finito o infinito, ha un fondamento “materiale” o “ideale”?

I pensatori più antichi non distinguevano ancora tra spirituale e materiale. Un’interpretazione immanente della natura fu già tentata da Democrito, dagli epicurei; in epoca moderna da Lamettrie, Moleschott, Buchner, Vogt, Feuerbach, Marx, Lenin. Molto parla a suo favore, ma dimostrarlo non è possibile (anche se un gesuita scarso come il suo tedesco equipara il materialismo, insieme al darwinismo e al Kantianismo, a “trucchi da avvocato, trovate da imbroglione e stratagemmi di borsa,  in cui le leggi vengono astutamente calpestate e il prossimo viene ingannato”). Astronomia, astrofisica, filosofia forniscono solo teorie, finzioni regolative, ma assolutamente non aeternae veritates, che Nietzsche chiama “ gli inconfutabili errori dell’uomo” e Robert Musil “immagini guida”, “verità eterne che non sono né vere né eterne, ma sono valide per un’epoca affinché essa possa farsi guidare da qualcosa”; mentre Stanislaw Jerzy Lecnon conosce per così dire alcuna verità eterna, ma “menzogne eterne, sì”.  

L’agnostico non sottovaluta il pensiero, non gli pone affrettatamente dei limiti, è anzi sicuro che esso continuerà a decifrare la natura, anche i misteri di se stesso, cosa che non renderà mai felice nessuno. Ma è convincente l’opinione di Erasmo, secondo cui la nostra energia può superare tutto, è convincente anche l’dea anche del giovane Marx, secondo cui l’umanità non si pone problemi che non risolva? Quante cose sembravano già risolte. E spesso la nuova soluzione era solo un nuovo errore il risultato più recente della ricerca semplicemente sbagliato. Innumerevoli dottrine scientifiche erano piene di errori e saranno piene di errori anche in futuro. Contro ciò non esiste alcuna garanzia, come Karl Popper ripete instancabilmente. “Tutte le teorie sono ipotesi; tutte possono essere fatte cadere”. Tutte sono più concetti funzionali che costanti, più provvisorie che definitive. “Ciò che sappiamo è una goccia; ciò che non sappiamo un oceano” (Newton). Nelle scienze umane dominano spesso puri modi. Ma perfino nella fisica fatti fondamentali sono talvolta spiegabili solo come interpretazione e privi di evidenza logica. Inoltre non accadrà che tutto sia scientificamente comprensibile, né tecnicamente fattibile, ci saranno sempre dei limiti contro i quali l’uomo fallisce, l’assenza del mondo, dello spirito, è meno problematica della sua esistenza: non il Come, ma il Che. E ancora una volta: perfino rispondendo a tutte le questioni tecnico-scientifiche, le nostre questioni personali-umane non sono chiarite:

 

Due più due fa quattro è verità.

        Peccato che essa sia leggera e vuota.

    Perché avrei preferito la chiarezza

                                  Su ciò che è pesante e pieno               (Wilhelm Bush)

 

Certo: “Sono sempre solo quelli che sanno poco e non quelli che sanno molto, ad affermare in modo positivo che questo o quel problema non sarà mai risolto dalla scienza”. Ma Darwin, che ha scritto questo (e che definiva agnostico), confessò anche: “Sentivo profondamente che il Tutto è troppo misterioso per la ragione umana. Allo stesso modo un cane potrebbe speculare sulla ragione di Newton…”. Le due citazioni spiegano la posizione dell’agnostico, che può intraprendere i nostri compiti qui con l’”impavidi progrediamur” di Haeckel (avanti senza paura!), ma rispondere all’eventualità di un’”aldilà” solo con “ignorabimus” (non lo sapremo).

Perché dunque non rinunciare a tutti i pettegolezzi metafisici, a ogni religiosa (e non religiosa) pretesa assolutezza, a ogni religiosa ( e non religiosa) intolleranza? Perché non diventare più pacifici, più amichevoli, educare alla conoscenza per quanto si può sapere, all’amore durante una vita breve in un mondo enigmatico? Poiché un “essere supremo” non può essere né verificato né, in conseguenza dei limiti della nostra facoltà conoscitiva, escluso con sicurezza, la tesi agnostica mi sembra più responsabile, più coerente di quella ateistica. Per quanto l’ateo critico che rifiuta l’idea di Dio come ingiustificabile e superflua, naturalmente sia più vicino all’agnostico dell’ateo dogmatico, che la nega in modo assertorio. Ma anche da lui l’agnostico si distingue solo teoreticamente, perché non nega apertamente il teismo: più un atto di critica concettuale, un’estrema assicurazione logica. A parte questo, l’agnostico vive come l’ateo, senza ulteriori concessioni, senza ordini “dall’alto”, cosicché ciò che unisce i due è ovviamente molto più forte di ciò che può mai separarli e qualcuno come Jean Amèry può sentirsi contemporaneamente ateo ed agnostico.

 

La Teiera di Russell

« Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che – posto che la mia asserzione non può essere confutata – dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.  »
 
Bertrand Russell

Il feroce paradosso di Hispaniola

 

“Il Destino del popolo di Haiti è la sofferenza”
(François Duvalier)

C’era una volta l’isola di Hispaniola, mar dei Caraibi. La parte orientale venne colonizzata dagli spagnoli, quella occidentale dai pirati francesi. A est Hispaniola fu ribattezzata Repubblica Dominicana, ad ovest Haiti. L’isola è la stessa, la gente no. E nemmeno la buona sorte. Ad Haiti il 95% della popolazione ha la pelle nera. Nella Repubblica Dominicana solo l’11%. La Repubblica Dominicana è la meta preferita dei turisti, Haiti degli uragani. Nella Repubblica Dominicana lo sport nazionale è il baseball, ad Haiti l’Aids e la fame. Nella Repubblica Dominicana ci sono hotel con le Jacuzzi, ad Haiti il 90% della popolazione non ha i servizi sanitari. Nel 2008 il tasso di crescita del PIL reale nella Repubblica Dominicana è stato quasi dell’11%. Nel 2008 il reddito pro capite ad Haiti era il più basso d’America ($200). Dio ha inventato il dengue e il merengue: quello meno ballabile l’ha rifilato agli haitiani. Insomma, l’isola è la stessa, come l’acqua che bevono, l’aria che respirano, la terra che coltivano, ma haitiani e dominicani sembrano vivere su due pianeti diversi. In quello dei dominicani, Dio c’è. In quello degli haitiani, chiude spesso per ferie. Come il terremoto dimostra.

 

 

1984 in chiave religiosa

Prima la crociata contro gli atei nei giorni seguenti alla sentenza della Corte europea dei diritti umani, poi le prime disposizioni comunali con relative multe di 500 euro per chi si fosse permesso di levare i crocifissi dai luoghi pubblici; quindi la proposta di inserire la croce nella nostra bandiera e dulcis in fundo è arrivata ieri la proposta di legge in senato che chiede che sia introdotto l’obbligo di “esposizione del Crocifisso nei pubblici uffici e nelle pubbliche amministrazioni della Repubblica”.

Il testo prevede un ammenda da 500 a 1000 euro oppure l’arresto fino a sei mesi per chi lo rimuove o per chi, pubblico ufficiale, si rifiutasse di esporlo. Il testo definisce la croce “un irrinunciabile emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana”. La proposta è stata sottoscritta da altri otto parlamentari PDL, tra i quali Sergio De Gregorio (noto per il passaggio dal centrosinistra al centrodestra, subito dopo le elezioni del 2006, in cambio della nomina a presidente dela commissione difesa del Senato) e da Raffaele Calabrò, estensore del progetto di legge sul testamento biologico attualmente in discussione alla Camera. (http://www.uaar.it/news/2009/12/10/senato-proposta-legge-pdl-carcere-per-chi-toglie-crocifissi/)

Detto questo mi vergogno persino di commentare certe notizie; in compenso vi lascio questo bellissimo dialogo che guarda al futuro in maniera certamente fantasiosa e ironica ma con un piccolo fondo di verità. Vogliamo davvero arrivare a questo punto????

 Vado di là a salutarlo

·   Ciao a tutti, sono a casa!

·   Ciao…

·   Smack, cara. Allora, che si mangia di buono stasera?

·   Non lo so, non ho ancora preparato niente.

·   Ah, poco male, vorrà dire che stasera cucino io! Avete sentito, ragazzi? Papà si mette ai fornelli, preparatevi a leccarvi i baffi!

·   Mario…

·   Oppure sai che faccio? Scendo e prendo le pizze, che ne dici? Ragazzi, vi vanno le pizze? Ma dove sono, mica ancora davanti al computer eh? Ora vado di là e gli dico di spegnerlo, la sera la famigliola deve riunirsi e…

·   Mario, ascoltami…

·   Oddio Irene, cosa fai, piangi? Se è per la pizza non fa niente, lo so che non ci vai matta, magari lasciamo perdere dai, faccio due spaghetti e…

·   Mario, ma quale pizza, piantala… E’ nostro figlio…

·   Gesù, che gli è successo? Sta bene? Madonna, il motorino, gli è capitato qualcosa?

·   Ma no, figurati, sta benissimo…

·   E allora?

·   E allora oggi c’era il colloquio a scuola, non ricordi?

·   Ah, il colloquio, è vero!

·   Ecco, sono andata e mi hanno detto…

·   Lo sapevo, la matematica, eh? Vabbe’, non mi sembra il caso di farne un dramma…

·   Mario…

·   …il fatto è che non studia, non si impegna! Adesso vado di là e gliene dico quattro, lo sai che a me mi sente, lo metto in riga io lo metto! Qua o si cambia registro o se ne sta un mese senza Playstation 6 quant’è vero Iddio…

·   Mario, non è la matematica. E’ pure migliorato, in matematica, pare che si sia messo a studiare di brutto, il professore era molto soddisfatto…

·   E allora? La condotta? Be’, è un ragazzo vivace, lo sappiamo, però…

·   Macché condotta. Mario, tieniti forte, la situazione è grave…

·  

·   Sono due settimana che Francesco a scuola non prende l’ostia.

·   Cosa? Non prende l’ostia? Ma è impazzito?

·   Si rifiuta. La professoressa di religione dice che ci ha parlato, ha cercato di convincerlo, ma lui niente, insiste che non vuole…

·   Cristo, ma lo sa che lo bocciano, se non fa la comunione tutte le mattine?

·   Lo sa, lo sa. Dice che alla professoressa ha detto che se ne frega.

·   Ma gli ha dato di volta il cervello?

·   Guarda, lei ci ha parlato con le buone, gli ha spiegato tutto, gli ha detto anche della segnalazione familiare…

·   Segnalazione familiare?

·   Ah, non lo sai? Per forza, non leggi i giornali tu, sempre immerso nel lavoro…

·   Irene non farmi innervosire sai? Come se avessi il tempo di leggere i giornali, qua c’è da mandare avanti la baracca, cosa credi? Eppure lo sai quanti soldi ci vogliono…

·   Va bene, fa niente, non è questo il momento di discutere dai…

·   Appunto. Insomma, che è ‘sta segnalazione?

·   Il nuovo decreto del Ministero della Dottrina: se un ragazzo a scuola non eccelle in religione la sua famiglia viene segnalata, possono esserci problemi per il lavoro, le graduatorie, la pensione…

·   Gesù…

·   E questo se non eccelle. Se non arriva alla sufficienza ci sono problemi più gravi, ti indagano per carenza educativa, ti convoca il Ministero, insomma ti mettono nel mirino…

·   Ommadonnamia…

·   Ecco. Se poi si rifiuta addirittura di prendere l’ostia si arriva al licenziamento diretto, alla denuncia per abbandono religioso di minore e al processo…

·   Il processo?

·   …per direttissima.

·   Per direttissima?

·   Martedì prossimo, Mario. Ho qua la convocazione, è arrivata stamattina per raccomandata.

·  

·   E c’è anche la lettera della banca. Ci revocano il mutuo.

·   Non è possibile…

·   E poi il licenziamento. Il tuo capo non ti ha ancora convocato?

·   Per domani…

·   Cosa? Per domani? E tu non mi dicevi niente?

·   Irene, ma chi avrebbe mai immaginato, io pensavo che fosse per la domanda di promozione, capirai, pensavo di farti una sorpresa, mica sapevo niente di questa storia…

·   E’ finita, Mario. E’ tutto finito…

·   Eh no, perdio! Ci sarà pure una via d’uscita, no? Ora vado a parlare con quel delinquente, lo convinco io a chiedere scusa, pentirsi, dire che è stato un momento così, passeggero, vedrai che sistemiamo tutto…

·   E’ troppo tardi. La segnalazione è già arrivata sul tavolo del provveditorato. Lo trasferiscono la prossima settimana in una scuola di recupero per indesiderati, nel frattempo resterà a casa…

·  

·   C’è poco da fare, purtroppo. A meno che…

·   A meno che?

·   Una soluzione ci sarebbe.

·   E allora, che aspettiamo?

·   Dobbiamo disconoscerlo.

·   Disconoscerlo?

·   Disconoscerlo. La nuova legge lo consente, in questi casi.

·   Ma come…

·   Ti aiutano loro, ho telefonato oggi. Ci pensano i CARR.

·   I CARR?

·   Centri di Aiuto alla Riabilitazione Religiosa. Lo vengono a prendere, lo portano in un istituto e lo aiutano a uscire fuori da questa situazione. Se ne occupa la Curia, insomma, e se la famiglia lo disconosce, insomma se glielo lascia senza condizioni, vengono annullate tutte le penalità. Cioè, resta una nota nel casellario giudiziario, ma dopo dieci anni in assenza di altri episodi analoghi la cancellano, come se non ci fosse mai stata…

·  

·   E’ brutto, Mario, lo so. Ma è meglio per lui, per sua sorella che è ancora piccina, e anche per noi…

·   Guarda, Irene, io non so se…

·   Ascolta. Li ho già chiamati, dicendo che ti avrei parlato. Se siamo d’accordo lo vengono a prendere stasera stessa. Rilasciano a vista un certificato firmato di loro pugno che annulla il processo.

·   E il lavoro, e la banca?

·   Basta mostrarglielo, revocano tutte le iniziative intraprese.

·   Come se non fosse successo niente?

·   Come se non fosse successo niente.

·  

·  

·   Mi pare che non abbiamo scelta.

·   No.

·   Lui sa già tutto?

·   Ci ho parlato prima, è un ragazzo intelligente, mi sembrava sereno.

·   Devi chiamarli subito?

·   Prima delle nove, altrimenti slitta tutto a domani e diventa un problema.

·   Quanto ci mettono ad arrivare?

·   Mezz’ora, mi hanno detto.

·  

·  

·   Telefona. Io vado di là a salutarlo.

 

 

Richieste inascoltate

L’altra sera, quando Maria Rita è tornata dal lavoro (avanti e indietro ogni giorno dall’Aquila a Roma), sotto la porta della sua camera, nell’hotel Canadian, ha trovato una lettera. L’ha letta e si è messa a piangere. La letterina era firmata da Maila, la nipotina di 14 anni. Questo il breve testo.

“L’Aquila, dicembre 2009.

Caro Babbo Natale, mi chiamo Maila
e ti scrivo questa letterina di Natale anche se manca ancora un mese. Ma io ti scrivo in anticipo perché con quello che è successo all’Aquila dovrai sicuramente fare una riunione con gli Gnomi per farti aiutare.

Vorrei, caro Babbo Natale, che alla mia cara nonnina le dessero una casetta di legno, perché la sua è crollata nel terremoto del 6 aprile 2009. In quella casa lei accudiva me e le mie cuginette Asia e Crystal da quando siamo nate. Quella casa era per noi il nostro punto di riferimento. C’erano i nostri lettini, i nostri giochi …. c’era tutto!

FA CHE TORNI TUTTO COME PRIMA.

Grazie, Babbo Natale.

Quest’anno non voglio nulla. Pensa a nonna, lei è molto triste. Un grosso bacio, Maila”.

Nonna Maria Rita tiene quella lettera come una reliquia. “Mi sono messa a piangere perché questa ragazza che certo non crede più a un Babbo Natale ha voluto però farmi sapere che mi vuole bene. E che pensa al Natale degli anni scorsi, quando tutti arrivavano a casa mia e di Claudio e si faceva festa. Ha voluto ringraziarmi per tutti quegli incontri. E ha trovato il coraggio di parlare del Natale mentre noi adulti quasi non ci riusciamo, perché ci viene in mente la gioia dell’anno scorso e degli altri anni e non riusciamo nemmeno a pensare a come sarà il Natale di quest’anno. Maila mi ha dato anche una lezione di coraggio”.

Ora, prendete la letterina di Maila, e fate finta di cambiare il destinatario. Perché, diciamocela tutta, chi è che crede  ormai più a Babbo Natale? Insomma la storia la conosciamo tutti: un uomo barbuto e pancione che vive al polo nord, che durante l’anno costruisce i giocattoli insieme ai suoi amici gnomi e che durante la vigilia parte con il suo bel sacco e la sua slitta trainata da renne volanti per consegnare i regali a tutti i bambini del mondo. Insomma ragazzi, se io andassi in giro a raccontare questa storia in maniera seria chiunque mi prenderebbe per pazzo. Quindi, come detto, cambiamo destinatario della lettera e rivolgiamo le richieste di Maila ad un personaggio che non sia di fantasia. Proviamo così:

“L’Aquila, dicembre 2009.

Caro Dio, mi chiamo Maila
e ti scrivo questa letterina di Natale anche se manca ancora un mese. Ma io ti scrivo in anticipo perché con quello che è successo all’Aquila dovrai sicuramente fare una riunione con gli Angeli per farti aiutare.

Vorrei, caro buon Gesù, che alla mia cara nonnina le dessero una casetta di legno, perché la sua è crollata nel terremoto del 6 aprile 2009. In quella casa lei accudiva me e le mie cuginette Asia e Crystal da quando siamo nate. Quella casa era per noi il nostro punto di riferimento. C’erano i nostri lettini, i nostri giochi …. c’era tutto!

FA CHE TORNI TUTTO COME PRIMA.

Grazie, Dio.

Quest’anno non voglio nulla. Pensa a nonna, lei è molto triste. Un grosso bacio, Maila”.

Se notate le differenze sono minime, ma la richiesta è la medesima: FA CHE TUTTO TORNI COME PRIMA!

Destinatario diverso, stessa lettera, stessa richiesta e stesso identico risultato. Perché chiederlo a Babbo Natale, a Superman, ad Allah o a Gesù Cristo non fa alcuna differenza; niente, e sottolineo NIENTE, tornerà mai più come prima. Eppure se non ricordo male qualcuno mi disse che Gesù esaudisce ogni mia richiesta, che basta chiedere con fede, e Dio esaudirà ogni tuo desiderio.

E’ lo stesso Gesù a dircelo e chi dice di conoscere la Bibbia dovrebbe saperlo bene. Ma rinfreschiamoci la memoria.

“Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto”

Se “chiunque chiede riceve”, allora se chiediamo che a l’Aquila tutto torni come prima, dovrebbe tornare tutto come prima. Giusto? Se “il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano”, allora se gli chiediamo di esaudire le richieste di quella ragazzina, lui dovrebbe ascoltare lei e noi. Giusto? Ma non succede niente.

“In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete”.

E ancora: “Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato”

Se Dio dice “abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato”, e se crediamo in Dio e nel suo potere, allora Dio dovrebbe esaudire tutte le nostre richieste. O è così, o Dio sta mentendo.

Se un essere perfetto dovesse fare nel Vangelo una dichiarazione su come pregare, allora tre cose sarebbero certe:

  

1.   parlerebbe chiaramente,

2.   direbbe esattamente quello che ha in mente,

3.   direbbe la verità

Perché è questo ciò che fa un “essere perfetto”. Un Dio perfetto e onnisciente avrebbe saputo che ci sarebbero state persone che avrebbero letto la bibbia 2000 anni dopo e perciò non avrebbe usato modi di dire del primo secolo (avrebbe detto esattamente quello che aveva in mente). Avrebbe saputo che gente normale avrebbe letto il Vangelo e l’avrebbe interpretato in modi normali, così avrebbe parlato in modo tale da evitare errori di interpretazione (avrebbe parlato chiaramente). Avrebbe saputo che quando si dice “Niente sarà impossibile per voi” quello che si intende è che “Niente sarà impossibile per voi” e si sarebbe assicurato che la frase “Niente sarà impossibile per voi” fosse accurata (avrebbe detto la verità). Se lo dice Dio, deve essere vero, altrimenti lui non è perfetto.

Sfortunatamente, il fatto è che migliaia di cose sono impossibili a dispetto di quanto preghiate e nessuno (incluso Gesù) ha mai mosso una montagna.

Per vedere la verità bisogna accettare il fatto che tutti i versi sopra citati sono falsi. Il fatto è che Dio non esaudisce le preghiere. La ragione per cui Dio non esaudisce le preghiere è semplice: Dio è immaginario (o ha deciso di non ascoltarle aggiungo io).

Ma c’è chi a Dio ci crede, c’è chi gli rivolge continuamente preghiere e richieste convinto di essere ascoltato e aiutato, richieste che nella grande maggioranza dei casi restano inascoltate. Al perché Dio risponda con questa bassissima frequenza alcuni credenti hanno il coraggio di dirti che chi non viene ascoltato è perché non ha fede, perché non ha abbastanza amore per rivolgersi a Dio, perché il suo cuore non è sincero. Insomma questi credenti, pur di difendere il loro personaggio immaginario, ti giudicano, e lo fanno quasi sempre in maniera negativa. Ed è proprio qui che volevo arrivare. Come si può mettere in dubbio il cuore e i sentimenti di un bambino che chiede aiuto? Come si fa????

Abbiate almeno il buon gusto di tacere!!!!

http://www.repubblica.it/2009/04/rubriche/diario-di-una-famiglia/babbo-natale/babbo-natale.html

http://home.ipers.net/50prove/index.mhtml

Le avete rubato i sogni

Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati. Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci.Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”. Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata. Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. “Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’. Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so èche sono felice di essere scesa”. Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina?

da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009 di Bruno Tinti